Elle
di Mariateresa Truncellito
Di cuore si muore. Non è romanticismo, ma attualità: le malattie cardiocircolatorie sono oggi la prima causa di morte. Per gli uomini, certo. Ma anche, e di più, per le donne. Lo dicono gli esperti. Eppure, proprio loro, sembrano ignorarlo: tanto che se una donna viene colpita da un attacco cardiaco ha meno probabilità, rispetto a un uomo, che i medici del pronto soccorso lo riconoscano subito, e non perdano minuti preziosi per salvarle la vita. Perché? «I manuali universitari descrivono come principale sintomo dell’infarto il dolore al petto», risponde Andrea Peracino, cardiologo e vicepresidente della Fondazione italiana per il cuore. «Ma nelle donne il dolore è spesso assente: prevalgono nausea e vomito, dolore al collo o alla schiena, difficoltà a respirare, sudori freddi, vertigini. Perciò rischiano di non ricevere cure, come l’angioplastica, entro le due ore raccomandate e di avere trattamenti farmacologici meno intensivi rispetto agli uomini».
di Mariateresa Truncellito
«La prima volta? Avevo 6 anni». Antonella Viola è stata senza dubbio una donna molto precoce. Ma nessuno equivochi: l’emozione che racconta è quella della scoperta del grande mondo dell’infinitamente piccolo, scrutato dai suoi occhioni di bambina attraverso un microscopio. «Era solo un giocattolo, una lente di ingrandimento. Ma ci passavo interi pomeriggi, osservando ali di farfalle o i piccoli vermi delle castagne. Una volta obbligai mia mamma a pungersi con uno spillo per darmi una goccia di sangue: ovviamente non vedevo nulla, ma immaginavo tantissimo». Senza saperlo, Antonella stava confermando una delle più belle teorie di Einstein: l’immaginazione è più importante della conoscenza. Perché è la fantasia che dà coraggio, che spinge a cercare al di là del ragionevole. E quindi a scoprire.
di Mariateresa Truncellito
Mi chiamo Elisabetta, ho 40 anni, una professione al top, un compagno, tanti amici e tanti interessi. Sono quel che si dice «una donna pienamente realizzata». O meglio: ho sempre creduto di esserlo. Perché solo quando mi è venuto il cancro ho capito l'importanza del flamenco.
di Mariateresa Truncellito
Un terzo della nostra vita trascorre senza il nostro controllo: una montagna di ore preziose che potremmo impiegare lavorando (per gli stakanovisti), dedicandoci allo shopping (per le fashion victim), alla palestra (per chi «il mio corpo prima di tutto») o a fare l’amore. Insomma: ci sarebbero milioni di cose interessanti e invece dobbiamo dormire. Spesso ci sembra tempo sprecato.
di Mariateresa Truncellito
Avete presente Alexx Woods, la dark lady con lo sguardo languido che in Csi Miami accarezza i cadaveri e parla con loro prima di cominciare l’autopsia? O quell’orso di Gil Grissom, il capo della squadra di Las Vegas, scontroso, cupo e sempre un po’ arrabbiato col mondo? Beh, scordateveli: la dottoressa Cristina Cattaneo, anzi, la professoressa Cattaneo, medico legale e direttore del Labanof, il laboratorio di antropologia e odontologia forense dell’Università statale di Milano (forse l’unico vero “Csi” in Italia) è una ragazza allegra e simpatica. Minuta (dimostra meno dei suoi 42 anni), taglio di capelli sbarazzino, jeans, golf e stivali sportivi, fossette e due occhioni verdi grandi così sopra un sorriso contagioso. Apre cadaveri, sì. Ma è, davvero, solo un dettaglio.
di Mariateresa Truncellito
La famiglia è il suo pane. In molti sensi: Annamaria Bernardini de Pace, 56 anni, è l’avvocato matrimonialista più famoso nel nostro paese. Perché si è occupata di molte separazioni eccellenti (ultima, Simona Ventura e Stefano Bettarini), perché ha scritto vari libri sull’argomento (il più recente, Calci nel cuore per Sperling & Kupfer), perché avendo trattato 10 mila cause di separazioni, divorzi e affidi è la più intervistata sull’argomento da giornali e tv. E anche perché è la (fortunatissima) suocera di Raoul Bova, marito della sua secondogenita Chiara e papà dei suoi due nipotini. Noi le abbiamo proposto un faccia a faccia “a distanza” con la figlia maggiore, Francesca Giordano, 33 anni, single. Per farci raccontare il loro rapporto, a entrambe abbiamo posto domande simili, in separata sede. Ne è uscita una tenerissima storia d’amore.
di Mariateresa Truncellito
Madri affettuose, tenere, orgogliose. Ma anche ansiose, protettive. Figlie ambiziose, riconoscenti, mature. Severe, competitive. Amiche, complici, talvolta rivali: il legame tra madre e figlia è particolare, unico. Per ogni bambina, la mamma è il primo amore. Il papà viene dopo. “Il corpo a corpo con lei”, scrive Anna Salvo, nel libro Madri e figlie (Mondadori), “rimane un punto fondante e fondamentale dell’assetto affettivo di ciascuna di noi. Tutte le figlie ritornano alla figura materna, pietra di paragone e di inciampo, come a uno specchio nel quale rintracciare qualcosa di sé, qualcosa di segreto o non del tutto conosciuto”. La madre può essere un esempio da ammirare e da imitare. O un modello da rifiutare. E viceversa: la figlia può essere il compimento delle aspirazioni personali, il riconoscimento e la conferma di sé. O un’amara disillusione. Essere madri è impegnativo. Ma lo è anche essere figlie: c’e chi ha aspettative e chi teme di deluderle. Chi ce la mette tutta per avere buoni risultati e chi non si sente mai all’altezza. Il rapporto madre e figlia è spesso ambivalente, perché i ruoli di chi impara e di chi insegna, di chi teme per la fragilità dell’altra, si invertono e si scambiano con lo scorrere della vita.
