di Mariateresa Truncellito
Tabù: ha ancora senso questa parola? Sembra di no, almeno in quella che una volta ne era la sfera per eccellenza: il corpo e la sessualità. Gli omosessuali non sono più costretti a nascondersi, un film porno come Gola profonda è un cult da intellettuali, i locali per scambisti sono sulle guide turistiche. Non è più tabù la coppia dove lei è “più grande” (e più ricca, più potente, più famosa), da Demi Moore a Barbara De Rossi. Né quella mista, lei bianca lui nero, lei cinese lui italiano. Non sono più un tabù le corna, diventate un vessillo da sventolare in tv. Ma non è più tabù nemmeno un figlio con problemi di droga, se dei guai di Lapo Elkann, rampollo di una delle più importanti famiglie italiane, si parla nel salotto di Bruno Vespa.
Ma siamo sicuri che la nostra società sia davvero libera dai tabù? O forse ne ha creati di nuovi? La notizia: migliaia di milanesi sono finiti sul libro dei protesti per piccoli debiti (cifre spesso inferiori ai mille euro), per l’acquisto a rate di televisori al plasma, home-theatre, telecamere digitali, computer portatili. Una volta la vergogna, il tabù, erano i debiti. Oggi invece “non si può” mandare a scuola un figlio senza zaino firmato, non si può non avere il cellulare ultimo modello e non si può non andare in vacanza: avete presente il film Mari del Sud, dove Diego Abantatuono e famiglia si chiudono in cantina per far credere ai vicini di essere in ferie?
«Ogni società presenta dei tabù: qualcosa di intoccabile. Anche la nostra» dice Salvatore Natoli, professore di Filosofia teoretica all’Università Milano Bicocca e autore di numerosi saggi sulle passioni e gli affetti, come Dizionario dei vizi e delle virtù, La felicità, L’esperienza del dolore, tutti editi da Feltrinelli. «Non esiste più nulla di indicibile, ma c’è sempre un aspetto di quella stessa realtà che si preferisce non sapere o, addirittura, si vorrebbe non esistesse». Un esempio? «L’individuo può usare il corpo come meglio crede e perciò l’omosessualità, anziché taciuta, è oggetto di dibattito», spiega Natoli. Ma ha ancora molti aspetti tabù, che destano cioé allarme sociale: dal delicato tema delle adozioni, alla polemica sui Pacs, visti come una possibile minaccia alla famiglia tradizionale.
Giovani per sempre
«Benché se ne parli molto, un altro tabù di fatto è la vecchiaia», continua Salvatore Natoli. «Un tempo una lunga vita era privilegio di pochi fortunati, l’eccezione: i grandi vecchi erano venerati e rispettati. Oggi la vecchiaia è la regola, ci arrivano tutti, e ci sono tanti vecchi “giovani”, efficienti nel fisico e nella mente. Ma ci sono soprattutto molti vecchi “vecchi”». Eppure, invecchiare è vietato: la terza età viene negata col bisturi, col mito della forma fisica, con l’abbigliamento e con gli atteggiamenti. «Il tabù della vecchiaia sono proprio le sue rughe», conferma Natoli. «La terza età è ben accetta quando è apprezzabile. Quando non lo è sparisce: il tabù è la senescenza. L’indebolimento, la decadenza, gli acciacchi: di questo non si può parlare. Da qui uno dei vizi capitali della nostra società: il giovanilismo dei vecchi. Un business anche positivo – la chirurgia, i viaggi, le agenzie per cuori solitari, i circoli ricreativi, le palestre – ma spesso offensivo e grottesco. Pensiamo alle Velone: esibizioni che non sono coerenti né con l’età né con la sapienza di chi accetta di farle».
La vecchiaia “patinata”, secondo Salvatore Natoli, è lo schermo che copre quel gran numero di persone che, nonostante i prodigi della tecnica, vivono la terza età con grande sofferenza. «Si è affermato il concetto che anche se si è vecchi in età, si è, si “deve” essere sempre giovani. Ma come va a finire per chi non ce la fa? La cronaca è piena di storie di abbandoni e solitudini. Storie che, non a caso, destano meraviglia”.
Morire è “contro natura”
La scienza infrange limiti e quindi i tabù: sconfigge la sterilità e permette le mamme-nonne, vince le malattie “incurabili” e, con gli Ogm, la fame nel mondo. Ma si ferma davanti all’“ultimo tabù”: la morte. Della morte da sempre si parla il meno possibile. E, quando proprio si deve, facendo scongiuri. Un serial Tv di successo come Six feet under, ambientato in un’agenzia di pompe funebri, desta scalpore e viene trasmesso in seconda serata, senza alcun battage pubblicitario, perché l’argomento “non si presta”. Eppure la morte riguarda tutti, senza eccezioni. E il suo essere così lontana, ce la rende più insopportabile. I bambini non si portano più ai funerali, tanto meno in visita ai morti, per non impressionarli. Risultato: la morte non ha mai fatto impressione come oggi. «Nel passato, quando si viveva insieme e c’era una continuità di spazi e di ritmi condivisi, la morte era un trauma che colpiva la comunità», afferma Salvatore Natoli. «Una perdita di tutti, non solo dei familiari, attorno ai quali ci si stringeva a titolo di risarcimento». Oggi la morte ha una dimensione privatissima, individuale. E, nonostante la sempre più diffusa laicità (molti non credono all’aldilà), ha smesso di essere un evento naturale: «La medicina dà la possibilità di “rimandare” l’appuntamento. Così, anche se la morte non è stata eliminata, nella mente tende a essere costantemente differita», conclude Natoli.
La malattia si vince
Ciò vale a maggior ragione per la malattia e il dolore, che nel linguaggio comune sono un qualcosa da “sconfiggere” o una “battaglia da vincere”. Al contrario, il dolore “pietrifica” e “inchioda”: ecco perché è tabù. «La frenetica società occidentale non ammette tempi morti», spiega Salvatore Natoli. «La malattia pone una barriera tra chi si muove sulla curva dell’efficienza e chi, di fatto, è costretto a fermarsi. Di nuovo, mentre una volta la comunità si stringeva attorno al malato, adesso chi soffre viene posto ai margini, negli ospedali, affidato ai medici». Eppure, grazie a Maria De Filippi le lacrime (che una volta non era bene mostrare) fanno spettacolo: «È la stessa medaglia», commenta Natoli. «La rimozione del dolore dalla vita quotidiana ce lo ha reso estraneo. Tanto più quando è lontano: pensiamo allo Tsunami, ai terremoti, alle guerre. Assistiamo a questi eventi come se fossero una fiction, senza un vero coinvolgimento». La sofferenza reale, invece, resta un tabù, soprattutto per gli occhi: tanto che handicappati e disabili faticano a ospitalità negli alberghi, sulle spiagge, al ristorante. E persino in Tv.
Consumo, quindi sono
«Il ritmo frenetico della società coinvolge i consumi: la vergogna, il tabù, è non riuscire a consumare», sottolinea Salvatore Natoli. Quindi la perdita del posto di lavoro, un livello professionale non adeguato alla propria preparazione, un’occupazione precaria vengono ammessi con disagio. Lo stesso imbarazzo si prova se il figlio viene bocciato a scuola o non è un asso del calcio. «Non essere al passo è una debolezza, è una malattia. Fitness è un concetto che si applica anche alla ricchezza: se non hai accesso a determinati beni, non vali niente». E pazienza se molta gente torna dalle vacanze più stressata di quando è partita o se la station-wagon ci rende la vita impossibile perché nel quartiere non ci sono parcheggi. «Si è affermato uno stile di vita conformista», continua Natoli, «che spesso induce a tradire i propri reali bisogni e le proprie inclinazioni. Io posso sentirmi magnificamente ascoltando Beethoven e non ho bisogno della Ferrari. Ma chi lo sa, chi mi vede, se lo ascolto in salotto? La nostra società incoraggia l’esibizionismo: esisti se gli altri ti vedono. E l’ “invisibilità” il coltivare se stessi e la propria anima indipendentemente dagli altri, è un altro nuovo tabù».
«I tabù si infrangono a causa di singoli comportamenti considerati “trasgressivi”», spiega Gabriele Traverso, psicoterapeuta e docente alla scuola superiore di sessuologia clinica di Torino. «Trasgressioni sempre più tollerate e, via via, imitate. Fino a diventare accettate. E quindi normali». Prima che il tabù sia superato fa ancora notizia: «È il caso delle coppie dove la donna è più vecchia», suggerisce Traverso. «Nonostante la pillola, la sessualità è ancora confusa con la riproduzione: accertato che la vita riproduttiva femminile termina con la menopausa e che per gli uomini non è così, l'uomo anziano che fa sesso è più accettato, perché biologicamente integro, anche se meno forte, bello e desiderabile». In questa fase, tabù e pregiudizio spesso si confondono. Così, se è ben accetta in casa la badante filippina o andiamo in pizzeria dall’egiziano, che succede se scopriamo che il prof di latino di nostro figlio è albanese, il nostro capoufficio rumeno o il chirurgo che sta per operarci è senegalese?
A parte incesto e pedofilia (dove però ciò che prevale sono la violenza e la sopraffazione), nemmeno il sesso estremo fa più notizia. «Il sesso non è più tabù perché oggi sono ammessi quasi tutti i comportamenti sessuali», dice Gabriele Traverso. «E ciò ha mutato anche il contorno: la nudità era tabù quando il matrimonio era indissolubile, perché causa di tentazioni. La “diversità” è stata spinta in avanti dalle ricerche scientifiche e da un contesto generale nel quale il sesso è tranquillamente esibito». Fatti salvi alcuni ambiti: per esempio il mondo del calcio, dove i gay non esistono, se non nella maldicenza. Ma in quanti sono a proprio agio con l’idea di due ottantenni o di due handicappati che fanno sesso? «Il sesso è il vigore della gioventù, della perfetta forma fisica, della performance», spiega Traverso.
«Difficile attribuire ai nonni una vita sessuale. Ciò causa grandi sofferenze, solitudine, timori di essere considerati perversi: e vale soprattutto per le donne. Il sesso è anche affettività e intimità: ma credo che una cultura dell’efficienza a tutti i costi non sia ancora pronta ad accettare che lo faccia anche chi deve fare i conti con acciacchi e malattie». Lo stesso vale per l’handicap: «Anche se si sta affermando il termine “diversamente abili” e quindi si può accettare che abilità diverse possano comunque prevedere una vita sessuale adeguata alle condizioni di chi non rientra nella normalità assoluta», conclude Traverso.
da «Vera Magazine» (Quadratum), gennaio 2006
