di Mariateresa Truncellito
Dici trench e pensi Humphrey Bogart. O Matrix, a seconda dell’anagrafe. Di certo, per il suo mix di glamour e praticità, è difficile collegarlo al sergente nella neve. Eppure è lì che dovrebbe andare l’immaginazione: trenchcoat è la traduzione di pastrano da trincea. Oddio, pastrano: il trench è semmai il principe dell’autunno e della primavera, quando tutto è troppo o troppo poco. Tranne il trench, appunto, che riesce pure a essere sportivo o elegante a seconda della situazione. Una magia alla portata solo dei grandi classici.
La declinazione “storica” prevede tessuto morbido e resistente, fodera staccabile, dieci bottoni, doppiopetto, colori ocra, kaki, beige o nero, lunghezza al ginocchio, lacci per fissarlo alle gambe, maniche raglan con cinghie ai polsi e spalline per applicare le mostrine e trattenere fucile.
Chi lo ha creato? Tre nomi si contendono il primato. Charles Rennie Mackintosh è il chimico scozzese che ideò l’impermeabilizzazione con la gomma nel 1823. Invenzione perfezionata nel 1851 da John Emary che col marchio Aquascutum fu il primo a realizzare capi idrorepellenti per l’esercito britannico, durante la guerra di Crimea. Per la collezione autunno-inverno 2007 lo stilista Graeme Fidler ha ripescato dall’archivio i disegni dell’Ottocento per creare una serie di trench contemporanei che includono il pea-coat in feltro di lana grigio, il trench doppiopetto «Bladon» con fodera imbottita staccabile, l’impermeabile corto monopetto «Tomkin».
Terzo nome illustre, il londinese Thomas Burberry. Nel 1879 aveva brevettato il processo gabardine di tessitura del cotone, rendendolo impermeabile e antivento. Già durante le guerre boere gli ufficiali inglesi indossarono soprabiti confezionati con questo tessuto. Nel 1914 l’esercito lo adottò ufficialmente per il British Royal Flying Corps: Burberry aggiunse le spalline e anelli metallici a forma di «D» (per agganciarvi l’equipaggiamento militare) e ne produsse 500 mila esemplari. La vocazione da «divisa» è preistoria: quest’autunno Burberry lancia «The art of the Trench», gli impermeabili su misura, con monogramma: il cliente può scegliere tessuto, colore, fodera. Il capo è pronto in circa 6 settimane e il prezzo va da 695 a 1350 sterline.
Un altro marchio storico dell’abbigliamento da pioggia è Grenfell: nome preso da sir Wilfred Grenfell, medico in Labrador che nel 1892 chiese alla ditta Haythornthwaite e Sons di Burnley un capo capace di proteggerlo dal clima estremo. Fornitore della Corona, Grenfell dagli anni Trenta è lo standard dell’abbigliamento inglese da caccia, esplorazione e vita all’aria aperta.
E in Italia? Sealup dal 1935 è «L’impermeabile del lupo di mare» e sinonimo dello stile Made in Italy. Oggi propone capi dal taglio moderno, rivisitazione dei classici raccolti negli storici archivi dell’azienda milanese. Tra le «icone» dell’autunno/inverno 2007-2008, il Motorcycle Trench Coat, totalmente antipioggia, il Vintage Trench Coat, dalla silhouette avvitata, il Riding Coat o impermeabile da cavallo, con i cinturini da legare alle gambe, il Travel Car Coat, dotato di tasche portagiornale, portatelefonino e porta-documenti, cappellino a cloche e ombrellino.
Per finire, Larusmiani: era il 1922 quando il giovane sarto Guglielmo Miani muoveva i primi passi a Milano. In qualche decennio diventa sinonimo di prestigio nei tessuti e nella confezione maschile. Una reputazione che si guadagna proprio per la cura con cui realizza gli impermeabili e per il gusto d’ispirazione inglese. Ancora oggi la lavorazione è in gran parte realizzata a mano, da maestri artigiani italiani, e la moda non è mai disgiunta dalla tradizione sartoriale. Fiore all’occhiello dell’azienda è il «reversibile», tanto fortunato che dai trench ha contagiato lupetti, giacconi e cinture.
da «Verve» (ed. Verve International), ottobre 2007