di Mariateresa Truncellito
Mi chiamo Elisabetta, ho 40 anni, una professione al top, un compagno, tanti amici e tanti interessi. Sono quel che si dice «una donna pienamente realizzata». O meglio: ho sempre creduto di esserlo. Perché solo quando mi è venuto il cancro ho capito l'importanza del flamenco.
Il flamenco era una vecchia passione, che da ragazza avevo coltivato per anni. Fino a quando aveva cominciato a sembrarmi poco seria per un ingegnere elettronico a capo di uno studio di programmazione informatica. Così, un po’ per volta, avevo cominciato a diradare le serate, e il ballo aveva finito per diventare poco più di una distrazione occasionale. Poi, un giorno, mentre mi facevo la doccia, sentii qualcosa di strano sotto le mie dita.
In quel mattino di dicembre cominciò l’incubo. Era il 2005. All’inizio sembrava che fossi stata troppo ansiosa. Come pensavano le amiche che ridevano di me perché mi tenevo sempre controllata con un’ecografia al seno ogni due anni: «Ma dai, sei così giovane!», mi dicevano. L’ultima volta era andato tutto bene come al solito, e quando tornai in ospedale il tecnico minimizzò. Nulla di preoccupante, diceva, due noduli benigni. Il mio medico confermò, sbrigativamente: «Se li tenga, senza patemi». Così mi misi tranquilla. Anche perché toccandoli sentivo dolore e il tumore, si sa, non fa male...
Mai fidarsi delle dicerie. Ma neanche gli esami clinici sono una scienza esatta. I noduli hanno cominciato a ingrossarsi. Ogni giorno un po’ di più. Dopo le vacanze, mi sono fatta visitare da una senologa. Il responso, forse perché donna, fu un po’ diverso: «Anche se sono cisti benigne, lei è giovane e carina: perché dovrebbe tenersi un bozzo che le deturpa il seno?».
Senza fretta, feci gli esami necessari. A ottobre, l’ago aspirato rivelò (finalmente?) la vera natura del mio problema “estetico”: un tumore enorme e aggressivo, 10 centimetri per 8. Che aveva già intaccato i linfonodi. Visto l’esito, la senologa, con la quale avrei avuto un altro appuntamento dopo un mese, mi ricevette subito e prescrisse il ricovero immediato: bisognava operare, perché non c’era altro tempo da perdere.
Già. Ma nel frattempo quella che si era persa era la mia fiducia. Tornai a casa, distrutta. E telefonai alla mia migliore amica, che mi suggerì di farmi vedere da qualche altro specialista. Fu il momento più brutto di tutta la malattia, una settimana di paura e di confusione, nella ricerca affannosa del posto giusto dove farmi curare: l’ospedale pubblico vicino a casa e al corrente di tutta la mia storia? Un centro più specializzato a Milano? Una clinica privata? Chiesi ad amici e conoscenti: «Ho un cancro, conosci qualcuno davvero bravo?». E cominciai una veloce serie di visite e di richieste di pareri, da un medico all’altro. Volevo una statistica: davvero non dovevo perdere tempo e farmi operare subito? Oppure?
L'importanza dei capelli
Oppure. Alla fine mi sono fermata all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano. Secondo l’esperto che mi prese in cura, il cancro era troppo grande per essere rimosso subito. L’intervento mi avrebbe devastato. In alternativa, mi ha prospettato una chemioterapia “vecchia maniera”, con farmaci molto tossici e annessi e connessi: perdita di capelli, nausea, chili in più.
Certo, salvarti la vita è l’obiettivo, tuo e del medico. Ma, a sorpresa, lo specialista mi ha parlato subito anche del fatto che quando sarei stata operata per rimuovere il tumore mi avrebbero contemporanemente ricostruito il seno. E che, se fosse stato necessario, sarebbero intervenuti anche sulla mammella sana, per armonizzarla esteticamente. Be’, mi sono detta, se si preoccupano della mia bellezza, vuol dire che non sono proprio senza speranza.
Il cancro mi ha fatto scoprire l’importanza dei capelli. Insensatamente, all’inizio avevo deciso di non dire nulla a Giovanni. Il mio fidanzato, col quale convivo da anni, è emotivo, si spaventa, si agita, sangue freddo zero. E temevo che non sarebbe stato di grande aiuto. Con un po’ di “ingegneristica” organizzazione, potevo nascondergli tutto. Ma poi mi sono detta: che penserà quando perderò i capelli? Così, per i capelli, mi decisi a raccontargli tutto. Lui, come previsto, ebbe un crollo. Ma, per fortuna, durò molto meno di quanto temessi. Giovanni ha capito che avevo bisogno di lui, e si è fatto forza, non privandomi mai del suo appoggio.
Sapete qual è stato il primo commento dell’infermiera, quando ho cominciato la terapia? «Che bei capelli! Che peccato». Erano lunghi fino a metà schiena, rossi, vistosi. E la seconda: «Li tagli subito, così quando cominceranno a cadere sarà meno impressionante». Mi opposi: a me faceva più senso l’idea di sedermi dal parrucchiere e chiedere un “taglio chemio”. Intendiamoci: non è che i capelli cadano di colpo, tutti in una volta, come per un suicidio di massa. Optai per una treccia. E solo quando la treccia era diventata troppo sottile per i miei gusti ricorsi alle forbici.
Cambi di scena
Superato il problema fidanzato, l’ho raccontato a tutti: volevo che la gente sapesse, che non si stupisse quando mi avrebbe visto meno pronta a uscire alla sera, meno efficiente sul lavoro. Ma, soprattutto, quando avrebbe visto il mio corpo cambiare.
Molte donne che ho conosciuto durante le cure mi hanno detto: «Ma perché proprio a me?». E perché, invece, proprio a un’altra? Il cancro, semplicemente, capita. Come molti fatti della vita. Capita a tanta gente ed è capitato anche a me. Lo si definisce pudicamente con un aggettivo estetico, un “brutto male”. Confermo: lo è. Brutto, bruttissimo. Ma il cancro è brutto, non io. Ripensandoci, nella storia della mia malattia anche se salvarmi la vita è stata ovviamente la cosa più importante, proprio l’aspetto, il “look” del mio corpo ha segnato tappe e influenzato molte decisioni che ho dovuto prendere. Tra le altre, quella di ricominciare a danzare con intensità.
Il cancro mi ha fatto scoprire che potevo essere bella anche senza capelli. Quando mi guardai nello specchio, con quella zazzeretta improvvisamente corta, pensai che potevo ricominciare ad andare in piscina, senza se e senza ma.
Per me fu un momento magico: perché io, da un pezzo, mi ero comprata tre bellissime parrucche – una bionda, una rossa e una con le meches - e non vedevo l’ora di usarle. A quel punto con la malattia avevo anche cominciato a giocare. Era un’occasione per cambiare look, per vedermi diversa. E ho cercato di approfittarne.
Naturalmente sono uscita spesso anche al naturale o con bandane, foulard, turbanti (sono diventata una vera esperta nel look esotico!), secondo l’umore del momento. L’unica persona imbarazzata dal mio aspetto è stata mia madre, che non voleva che io uscissi senza parrucca. Forse perché temeva di dover dare spiegazioni. Me ne sono infischiata. Anche perché il mio mezzo di trasporto è lo scooter, e sotto il casco la parrucca non è il massimo della comodità.
La parrucca non è il massimo nemmeno per ballare il flamenco. Mi avevano detto che il cancro avrebbe divorato anche le mie energie. Ma io sentivo che il mio corpo aveva una gran voglia di essere vivo, di muoversi, di esprimersi, di scaricare le emozioni: quando provavo a danzare, anche se non riuscivo a metterci tutta l’intensita’ che avevo prima, mi sentivo in uno stato di grazia.
Perciò ho accettato anche di partecipare agli spettacoli. Il primo lo feci proprio all’inizio della chemioterapia. La cosa più difficile? La parrucca, appunto: temevo che potesse decollare dalla mia testa e planare sul pubblico. Ho dovuto fare parecchi esperimenti con gli elastici che la tengono ferma, finche’ ho scoperto come tirarli al punto giusto e sono stata libera di scuotere testa – e chioma – nel modo più appropriato.
Altro problema: il port, una specie di “puntaspilli” in silicone con la pompetta che mi faceva la chemio a infusione continua, era fuori dalla scollatura dell’abito di scena. Ma l’ho coperto con uno scialle. Certo: mi stancavo molto, a causa del mio deficit di globuli rossi. Perciò ho modificato le coreografie, in modo da non dover muovere molto i piedi e soprattutto le mani, le braccia, il viso, lo sguardo. Ma non ho voluto rinunciare a fare quello che mi piaceva e mi faceva stare bene, nemmeno se mi costava più impegno del solito.
Intendiamoci: non sono state rose e fiori, anzi. Un momento terribile lo ebbi quando per iniettarmi la prima chemio mi misero una flebo, con un mandrino sottopelle: mi fece molta impressione, e piansi. Fu l’unica volta: non mi hanno mai più bucato il braccio, perché mi hanno installato il port. Con le nausee è andata benino: ho scoperto che mi faceva bene distrarmi, uscire per una breve passeggiata, anziché rimanere ripiegata sul mio stomaco.
Il medico mi aveva fatto mille raccomandazioni: sarà più esposta alle infezioni, non prenda freddo, non stia in luoghi affollati. Ma nessun raffreddore è paragonabile al senso di depressione e tristezza che provavo standomene chiusa in casa.
Balliamo?
Perciò, quando lo psicologo mi ha proposto di partecipare a un laboratorio di make-up riservato a donne in terapia oncologica (vedi box [0]), mi sono entusiasmata. A parte che amo molto truccarmi, speravo di conoscere persone che stavano provando ad affrontare il tumore con uno spirito positivo.
I miei incontri negli ambulatori erano sempre stati scanditi da conversazioni che cominciavano con «Come l’hai scoperto», e finivano con «Da chi sei in cura». Difficile chiedere o sentirsi chiedere: che lavoro fai? di segno sei? hai figli? come succede nella vita “normale”. Il soggetto non sei tu, ma la malattia.
Per non parlare dei ricoveri: in camera, capitavo sempre con donne molto infelici, agitate o che piangevano senza sosta, e una volta dovetti chiacchierare tutta la notte perché la mia vicina di letto si addormentasse. Il laboratorio di make-up è stata l’occasione per incontrare donne con cui condividere un’esperienza che finalmente non fosse quella della malattia. E per qualche ora la protagonista sono stata di nuovo io, e non il tumore.
Poi il cancro mi ha fatto scoprire che potevo essere bella anche con una taglia più abbondante. Non è che il cortisone gonfi, come si dice di solito: la realtà è che mi ha messo addosso una fame pazzesca, insaziabile. Da 55 chili sono arrivata a pesarne 70.
All’inizio ero preoccupata di perdere la mia immagine. E invece ho scoperto che essa dipende soprattutto da noi stessi: siamo tanto tenacemente affezionati a ciò che ci rimanda lo specchio da non riuscire nemmeno a immaginare che potremmo piacere – e piacerci – anche con un corpo e un viso diversi.
In tutta la mia vita, la mia pelle non era mai stata così bella, liscia, distesa e senza rughe. E quando le mie linee sottili sono diventate curve, improvvisamente gli uomini che incontravo camminando per strada hanno incominciato a fischiarmi dietro, a dirmi «Ma come sei bella». Non l’avrei mai sospettato: è come uscire sul palcoscenico indossando i panni di un nuovo personaggio, e ricevere comunque gli applausi.
L’intervento era un appuntamento che mi faceva molta paura, anche se ho sempre cercato di pensare in maniera positiva. Io ho un seno piccolino, non è mai stato un mio punto di forza nella seduzione. Visto che dovevano rimetterci le mani... be’, per consolarmi ho chiesto che almeno me lo rifacessero un po’ più grande...
Mi sono sforzata di scherzarci su. Ma fino al momento in cui non mi avessero operata, tante domande restavano senza risposta. E questo, a volte, mi causava angoscia. L’operazione, per di più, è stata rimandata a lungo. Ma mi hanno spiegato che l’approccio terapeutico e chirurgico oggi è all’insegna del «fare il minimo indispensabile per salvare la vita e mantenere la migliore qualità di vita». Anche estetica. La fiducia, stavolta, è stata premiata: alla fine del ciclo di chemio, quando entrai in sala operatoria, il tumore era diventato un grano di riso.
Terminata la terapia, sono dimagrita e ora peso 60 chili: ma il peso non è più un'ossessione. Il seno è rimasto quello di prima: niente accrescimento, ma va bene così, dato che me ne hanno tolto solo un spicchio con un intervento di quadrantectomia. Ho una cicatrice, ma davvero poco visibile.
Molto vistosi, invece, sono i miei turbanti, i foulard e le mie parrucche. Che continuo a usare: mi piacciono troppo per rinunciarci, anche se oggi i miei capelli sono ricresciuti, neri e ricci come non li ho mai avuti. Certo: chi mi vede ancora con la parrucca bionda probabilmente mi compatisce, pensa a quello che ho dovuto passare. Beh: ho deciso di approfittarne, per essere libera di continuare a giocare col mio look a dispetto della moda. E di tornare a scatenarmi tutte le sere nella mia passione: il flamenco. Lo danzo, lo studio e lo insegno, e non mi sembra più inappropriato per una seria professionista. Anzi.
www.laforzaeilsorriso.it [1]