di Mariateresa Truncellito
È nato prima il fazzoletto o il foulard? E poi: è un’accessorio dove prevale l’aspetto pratico o quello frivolo? Il valore d’uso o l’allure preziosa? Nella storia di questo tutt’altro che insignificante quadrato di stoffa i due quesiti si rincorrono e si intrecciano continuamente. E dare una risposta definitiva è tutt’altro che semplice. Ci proviamo.
Quando ci si trova all’aria aperta, proteggere il capo, dal sole o dal vento, con un pezzo di stoffa sembra uno dei gesti più istintivi del mondo. E sicuramente l’uomo non dovette pensarci molto per compierlo, non appena ne sentì la necessità. D’altra parte, il fazzoletto, riconoscibile solo da qualche centimetro di tessuto in meno, è pure un accessorio antichissimo, visto che appare già in sculture cinesi della dinastia Chou, mille anni prima di Cristo. I romani, che la sapevano lunga, per togliersi dall’impaccio li portavano entrambi: il sudarium, infilato alla cintura, per detergersi il viso e il collo, e l’orarium, legato al polso sinistro, da sventolare al circo Massimo per applaudire i campioni o nel foro, per sottolineare i passaggi migliori nell’arte oratoria. I più belli, oggi diremmo di lusso, venivano importati dalla Spagna, secondo quanto dice Catullo.
Nel Rinascimento, i fazzoletti sono molto in voga: e se Otello non ne avesse regalato uno ricamato di fragole a Desdemona, Shakespeare non avrebbe potuto scrivere uno dei suoi capolavori... Un secolo dopo, un accorato annuncio per lo smarrimento di un fazzoletto con iniziali di seta rossa sulla London Gazzette, lascia pensare che si trattasse ancora di un oggetto raro e costoso. Alle metà dell’Ottocento, in Italia si sfoggiano i fazzoletti tricolore, una vera bandiera ideologica. E torna d’attualità l’uso romano, visto che gli uomini cominciano a tenere un fazzoletto in tasca e l’altro nel taschino del cappotto, poi della giacca. Ma solo per eleganza, che altro!
E i fazzoletti da testa? Piacciono moltissimo alle donne: alle popolane dell’Europa meridionale (foulard viene non a caso dal provenzale foulat), della Russia, della Cina e dell’India. Li sfoggiano nei campi, per raccogliere la capigliatura, per vezzo (il foulard trionfa nei costumi tradizionali) e, certo, per ripararsi. Anche dagli sguardi: infatti, mentre gli uomini in chiesa levano il cappello, le donne, di qualsiasi estrazione sociale si coprono, perché il velo (imposto dalla Chiesa verso la fine del Ducento) è segno di castità e di rispetto. Anche se ben presto se ne producono di così raffinati, decorati da fili d’oro, che la bellezza delle donne che li indossano ne viene esaltata, anziché occultata. E per la preziosità di certi pizzi (come le mantiglie sfoggiate dalle cattolicissime nobildonne spagnole) il sostantivo modestia appare del tutto fuori luogo. Eppure, con lo stesso scopo, il fazzoletto da testa si mette anche al collo: si chiama fisciù, e serve alle signore per velare una scollatura troppo sfacciata (non per niente nell’Ottocento veniva detto “modestina”). Pure il fazzoletto da collo al maschile ha un uso pratico, per assorbire il sudore (basti pensare ai i cow-boys e ai gauchos della pampa). Però, a sua volta, evolve verso l’eleganza: molti lo considerano infatti l’antenato della cravatta. Ma questa è un’altra storia.
Fino a un certo punto, però. Perché il foulard per eccellenza, il carré di Hermès, secondo alcuni studiosi del costume trae diretta ispirazione dal foulard indossato dai soldati di Napoleone. Un accessorio maschile, dunque, che però fa impazzire le suffraggette dei primi decenni del secolo. Anche perché, fermamente annodato sotto il collo, risponde assai meglio del volatile cappello alle esigenze della vita all’aria aperta, dello sport e del mito futurista della velocità, automobile compresa.
È allora che, con Hermès, il foulard comprende finalmente la sua vera vocazione. E diventa, una volta per tutte, sinonimo di lusso. Perché il carré della maison di rue Faubourg Saint Honoré è molto più di un quadrato di seta piegato a triangolo: è un’icona, un gioiello che si tramanda di madre in figlia. Perché non passa mai di moda: anzi, come succede solo alle cose davvero preziose, diventa più bello quando lo scorrere del tempo gli regala una patina che lo rende unico, inimitabile. In pochi avrebbero scommesso che un sellaio tedesco sarebbe diventato il simbolo di una certa idea di Francia: Thierry Hermès si stabilisce a Parigi nel 1837. Trent’anni dopo, l’eccellenza del suo lavoro gli fa vincere una medaglia durante l’esposizione universale e lo Zar Nicola II gli commissiona una ingente quantità di selle e di bardature per i suoi cavalli. È il primo di una schiera di re e di capi di Stato di tutto il mondo diventati suoi clienti affezionati. Charles Emile succede a suo padre, poi tocca al nipote Adolphe e al fratello Emile Maurice.
All’inizio del ventesimo secolo il cavallo cede il passo all’automobile. E il marchio Hermès si posiziona nel settore della pelletteria: borse, cinture e guanti, poi accessori sportivi e da viaggio. I fratelli amano l’innovazione, sono curiosi di tutto e sono i primi a introdurre la cerniera lampo in Francia. È da questo stesso impulso creativo che nasce il carré. Annodato al collo per incorniciare il viso o usato come copricapo, posato sulle spalle, indossato come un top, avvolto alla vita come una fusciacca, legato alla borsa il carrè comunica un’eleganza senza tempo, una personalità spiccata. E per questo piace alle dive, che ne fanno una loro “divisa”: Jacky Kennedy, Audrey Hepburn, Catherine Deneuve e Grace Kelly sono le testimonial più illustri (e illustrate) di un’eleganza che travalica i confini del tempo.
Il tempo: nel 2007 il carré festeggia i suoi 70 anni. Il primo “90x90”, prodotto a Lione (centro d’eccellenza nella lavorazione della seta fin dal XVI secolo per volontà del re Francesco I) nel 1937, era stato battezzato «Jeu des Omnibus et Dames Blanches» e celebrava i cento anni della maison. In realtà, c’era già stato un precedente: nel 1928, Hermès aveva commissionato un foulard a uno dei suoi fornitori, sul tema dell'automobilismo. Sfortunatamente, all'oggetto era stato dato l’infelice nome di tapecul, che nel gergo velico indica la mezzanella, ma colloquialmente è anche sinonimo di “carretta”...
Ma l’appuntamento col mito era solo rimandato. Chiusa la parentesi della guerra, dal 1948 il foulard Hermès diventa uno dei must dello stile. Grazie all’incontro tra la sensibilità artistica di Emile Hermès e lo spirito innovativo di Marcel Gandit, abile tessitore lionese che inventa il quadro a stampa, il metodo che permette di creare composizioni cromatiche molto complesse ed elaborate, arricchite da preziosi effetti di contrasto e sfumatura. Hermès gli chiede di realizzare un foulard con un disegno di ispirazione normanna, molto impegnativo. Gandit si rivolge a due colleghi esperti del colore e della stampa su seta, Auguste Arnaud e Aimé Savy, che traducono il motivo del foulard con estrema fedeltà. Il successo è tale che il metodo di lavorazione si è conservato immutato fino a oggi.
A partire dal briefing ricevuto, il disegnatore elabora vari schizzi per giungere al bozzetto. In genere, solo per questa fase occorrono da sei mesi a un anno. Il disegno viene poi trasmesso all’incisore (la società Gaudit), che procede alla sua scomposizione in quadri di colore e l’esito finale della composizione si ottiene mediante la loro perfetta sovrapposizione. In taluni casi, la realizzazione del disegno richiede fino a quaranta elementi. Dal laboratorio d’incisione si passa dunque alla stampa e alla colorazione, eseguiti dagli Ateliers AS: vengono effettuate in media 50 prove di colore, direttamente sul carré di seta. Fra tutte le composizioni proposte, un apposito comitato seleziona le 10-15 combinazioni da mandare in stampa. La stampa viene poi eseguita su un rotolo di seta, fissato a un tavolo lungo 100 metri, pari ad altrettanti carré. Qui, un artigiano-stampatore posa in successione i vari quadri che consentono di applicare i colori prescelti. Ogni singolo colore viene poi raschiato e lasciato filtrare attraverso il quadro in acciaio fino a depositarsi sulla fibra di seta. Per finire, i rotoli di tessuto stampato vengono fatti asciugare, fissati in autoclave e apprettati, così da conferire loro la proverbiale luminosità e l’inconfondibile delicatezza al tatto. C’è quindi l’orlatura a mano, secondo la tecnica esclusiva del roulottage che designa un orlo arrotolato e cucito per l’intero perimetro del carré, e permette di distinguere l’originale dalle imitazioni. Il carré Hermès è pronto per essere imballato nella caratteristica scatola color arancione, e spedito in tutto il mondo. Ore totali di lavoro: 1200.
Dunque, dal progetto di un carré al prodotto finito possono trascorrere anche tre anni. Un’eternità, se pensiamo ai ritmi imposti dalla moderne dinamiche dei consumi e delle mode. Eppure, dal debutto, Hermès ha firmato circa 950 disegni di carré. Ogni anno escono 15 nuovi disegni e ogni carré – che pesa 65 grammi e richiede 4 chilometri di filo di seta - è proposto in almeno una dozzina di combinazioni di colore. Più che un accessorio, si tratta di un medium artistico, un veicolo espressivo sul quale posare fantasie, immagini, emozioni forme e figure capaci di evocare simboli, miti, personaggi, usi e culture, nuovi e antichi.
Tra gli innumerevoli soggetti, le meraviglie del mondo, i riti stagionali, le rarità botaniche e ornitologiche, lo spettacolo del cielo stellato, il cosmo, l’immenistà del mare. E, naturalmente, l’arte e le evoluzioni equestri, da dove l’epopea di Hermès ha preso le mosse. Tra gli highlights, «Les blés», «Les clés», «Les sangles», «Carpe Diem», «Perspectives», «Ex-libris», «Cosmos». E, non per caso «Brides de Gala», un carrè creato negli anni Cinquanta che è stato venduto oltre 70 mila volte...
Un’autorevole esperta in fatto di moda e di costume, l’americana Diana Vreeland, riteneva che il foulard avesse una prerogativa unica: quella di conferire un’eleganza istantanea. Perciò consigliava alle donne di annodarlo semplicemente attorno al collo, al mattino prima di uscire di casa, senza neppure guardarsi allo specchio, e di indossarlo così per tutta la giornata. Ma il vero lusso del carré, forse, è quello colto dalle ragazze di oggi: che non esitano a sfoggiare un mito su un paio di jeans sfilacciati.
Da «Verve» (ed. Verve International), novembre 2007