Di madre in figlia

di Mariateresa Truncellito

Madri affettuose, tenere, orgogliose. Ma anche ansiose, protettive. Figlie ambiziose, riconoscenti, mature. Severe, competitive. Amiche, complici, talvolta rivali: il legame tra madre e figlia è particolare, unico. Per ogni bambina, la mamma è il primo amore. Il papà viene dopo. “Il corpo a corpo con lei”, scrive Anna Salvo, nel libro Madri e figlie (Mondadori), “rimane un punto fondante e fondamentale dell’assetto affettivo di ciascuna di noi. Tutte le figlie ritornano alla figura materna, pietra di paragone e di inciampo, come a uno specchio nel quale rintracciare qualcosa di sé, qualcosa di segreto o non del tutto conosciuto”. La madre può essere un esempio da ammirare e da imitare. O un modello da rifiutare. E viceversa: la figlia può essere il compimento delle aspirazioni personali, il riconoscimento e la conferma di sé. O un’amara disillusione. Essere madri è impegnativo. Ma lo è anche essere figlie: c’e chi ha aspettative e chi teme di deluderle. Chi ce la mette tutta per avere buoni risultati e chi non si sente mai all’altezza. Il rapporto madre e figlia è spesso ambivalente, perché i ruoli di chi impara e di chi insegna, di chi teme per la fragilità dell’altra, si invertono e si scambiano con lo scorrere della vita.

Un rapporto forte, incancellabile, che può declinarsi in tanti modi diversi eppure uguali: perché ogni donna è stata figlia prima di essere madre. E ogni figlia, se ancora non lo è, potrebbe diventare madre. O almeno lo ha immaginato, per gioco o sul serio. Una doppia identità che accomuna tutte le donne, in ogni epoca e ovunque nel mondo.

A una figlia arrivano tutti i messaggi che una madre invia, espliciti o impliciti. Convinzioni, valori e percezioni si tramandano: spesso i messaggi più forti sono quelli taciti, trasmessi attraverso il comportamento, gli atteggiamenti e le emozioni. Il colloquio madre e figlia continua per tutta la vita: alla mamma si torna nei discorsi, nei ricordi, negli affetti, nel confronto. Lo sguardo può essere di rimprovero, di ammirazione, di indulgenza.

Si può amare un uomo per tutta la vita? La famiglia deve essere un obiettivo? O forse oggi, per sentirsi realizzate, è più importante l’indipendenza e la carriera? Sono domande che ogni donna si pone. Da una generazione all’altra, le risposte si trasmettono, cambiano o restano immutate nel tempo. Quali? Per cercare di capirlo, Elle ha ascoltato le parole di tante donne, madri e figlie allo specchio, in diversi paesi del mondo. Le domande erano le stesse, ma ogni coppia ha raccontato qualcosa di diverso. Una sfumatura, un tono, un’esperienza che rende unico il legame tra quella madre e quella figlia.

Le madri sono per lo più di mezza età, nessuna arriva a 60 anni. I rapporti sono buoni, addirittura idilliaci. Forse dipende dal fatto che le figlie sono giovani donne che si sono lasciate alle spalle l’adolescenza, la sfida più difficile per una madre. A parte qualche eccezione: ma anche in quel caso, si tratta di ragazzine già proiettate nel mondo del lavoro e perciò più mature delle coetanee.

Le donne del Duemila, madri o figlie che siano, in tutto il mondo parlano della necessità di bilanciare la carriera, i figli e il tempo per se stesse. Quasi nessuna è disposta a scegliere. Al massimo accettano di variare le priorità: cosi le figlie spesso rinviano il sogno di maternità a quando avranno ottenuto ciò che vogliono per la loro carriera. E le madri, che a dispetto della teoria talvolta di aver sacrificato tutto per la famiglia, sono caparbiamente rientrate nel mondo del lavoro dopo i 40 anni, quando i bambini hanno smesso di essere tali. Tutte sottolineano l’importanza di una professione creativa, che faccia sentire felici e realizzate. Lo stipendio non è una ragione sufficiente per trascurare gli affetti.

A qualsiasi età e a tutte le latitudini l’amore è considerato un elemento essenziale per essere felici. Lo stesso non può dirsi per il matrimonio: se le ragazze sognano l’abito bianco e un uomo per tutta la vita, le madri sono più disincantate, credono nell’eternità dell’amore, ma non necessariamente con lo stesso partner. La realtà pare dare loro ragione, visto che sono quasi tutte divorziate, single o alle seconde nozze. Curiosamente, però, le donne più adulte affermano la validità del contratto matrimoniale, soprattutto se le cose vanno male. Tra le figlie c’è qualche esempio di convivenza, ma il matrimonio viene considerato non più rinviabile alla nascita di un figlio.

Anche se spesso le ragazze hanno seguito le madri nella carriera, nella moda, nella musica, nella tv, nell’arte, nel management, nel giornalismo, e talvolta nelle passioni, come l’ecologia o la politica, nessuna genitrice ammette di aver proiettato sulla figlia le proprie ambizioni. E neanche di avere grandi aspettative. Eppure le ragazze, implicitamente o apertamente, riconoscono di essere almeno in parte il risultato dell’opera delle madri. Qualunque esso sia, come vuole un luogo comune, in tutto il mondo le madri vanno fiere delle loro figlie: l’aspirazione massima è stata crescerle bene e trasmettere valori positivi.

Dalle risposte traspaiono i segni del tempo. Le madri, ragazze degli anni Sessanta e Settanta, erano più indipendenti all’età delle loro figlie: alcune erano addirittura già madri, con la responsabilità di una famiglia. Se nessuna rinnega il passato, molte però si dichiarano felici del fatto che le loro figlie non le abbiano imitate, in nome della spensieratezza. Nonostante ciò, le donne di mezza età sembrano invidiare un po’ la sicurezza delle ragazze di oggi, la possibilità di viaggiare da sole, la chiarezza nei progetti e negli obiettivi. Una frase ricorrente, nelle risposte delle madri è “Io a vent’anni non avevo la più pallida idea di quello che sarebbe stato il mio futuro”. Anche in tema di sesso, le paure sono cambiate: se le madri citano il timore di essere scoperte dai genitori, la mancanza di informazione e di dialogo sull’argomento, e, naturalmente, la paura di una gravidanza indesiderata, le ragazze non mancano di parlare della necessità di prendere precauzioni contro l’Aids.

Alcune domande hanno messo faccia a faccia madri e figlie nella quotidianità. Tra le cose essenziali per vivere, non sorprende che le più giovani citino spesso il telefonino. Ma neanche che molte madri dicano che non rinuncerebbero mai all’automobile, che per loro ha significato indipendenza e libertà di movimento. La religione compare in una sola intervista: madre e figlia di Hong Kong mettono Dio tra i valori dell’esistenza. Più in generale, sono le donne orientali a elencare valori e affetti, l’amore, un matrimonio felice, la comprensione, più che beni materiali.

Un altro, sorprendente tratto comune è il ribaltamento dei luoghi comuni: non è vero che si nasce incendiari e si muore pompieri. Molte madri sono meno tradizionaliste delle loro figlie. Hanno più voglia di mettersi in gioco, di passioni travolgenti e romantiche, di prendere la vita di petto, godendo soprattutto del presente. Ma chissà: forse il merito è proprio delle loro figlie. “Il ruolo di genitore è abbastanza indipendente dal lavoro che si fa o dal denaro che si possiede”, sostiene Gustavo Pietropolli Charmet, docente di psicologia dinamica all’Università degli Studi di Milano. “Credo che la maternità sia un codice che si attiva nella relazione con il figlio. Attinge alle esperienze e al proprio carattere solo in parte. A farti diventare madre è tuo figlio o tua figlia. È la relazione con lui o con lei, non la loro nascita, a stabilire che tipo di genitore sarai”.


da «Elle» (Hachette Rusconi), marzo 2005

Introduzione a una serie di interviste “faccia a faccia” tra madri e figlie realizzate in tutto il mondo dalle edizioni locali di Elle. Mia anche la doppia intervista italiana ad Annamaria Bernardini de Pace e sua figlia Francesca Giordano.

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