di Mariateresa Truncellito
Chiunque abbia visto Il grande dittatore ha danzato con il mappamondo sulle note del preludio del Lohengrin di Wagner: impossibile non immedesimarsi per qualche istante nella sublime follia del fürer parodiato dal grande Charlie Chaplin. Da sempre l’uomo sogna di tenere il mondo nelle sue mani, di abbracciarne con lo sguardo la complessità e la bellezza, illudendosi di esserne davvero il signore e padrone. Un sogno che viene oggi celebrato in una mostra da non perdere al Museo Correr di Venezia: «Sfere della terra e del cielo, Globi terresti e celesti dal XVI al XX secolo». Un percorso espositivo che permette di ammirare da vicino 142 straordinari esemplari che ornavano le biblioteche di monasteri, studiosi, principi e sovrani.
Rappresentazioni della terra o del cielo, dipinte o stampate su una superficie sferica, i globi hanno una storia legata a quella dell’astronomia, dai calendari babilonesi alla cosmologia greca, da Tolomeo alle sfere armillari. Secondo il mito, fu il centauro Chirone a donare a Giasone la prima sfera celeste perché potesse guidare gli Argonauti in cerca del Vello d’oro.
I primi a rappresentare il cielo su sfere con linee e punti di riferimento furono Caldei e Egizi. A loro si sarebbero ispirati i Greci, che forse dal VI secolo a.C. con Talete e Anassimandro, e sicuramente nel IV secolo con Eudosso di Cnido, cominciarono a realizzare globi celesti. L’idea di tracciare su una sfera anche la terra e i mari è più tarda. Oltre che per la navigazione, i globi servivano come strumento didattico: il più antico esistente al mondo si ritiene che sia arabo, costruito da Ibrahim ‘Ibn Said as Sahlì nel 1085 a Valencia, mentre la più antica sfera terrestre europea fu realizzata da Martin Bahaim di Norimberga nel 1492, l’anno della scoperta dell’America.
Dopo il viaggio di Magellano nella prima metà del Cinquecento, l’enorme sviluppo in campo geografico rinnova la cartografia e la produzione di globi sempre più precisi e particolareggiati: nomi illustri nel settore sono quelli dell’olandese Janszoon Willem Blaeuw (1571-94), allievo di Ticho Brahe, e del frate veneziano Vincenzo Coronelli (1650-1718). Insigni pittori e incisori raffigurano le costellazioni sui globi celesti mentre cartigli colorati riempiono quelli terrestri. Elaborate sfere di metallo ornano le Wundernkammern e nel XIX secolo il globo è ancora un’opera d’arte.
Certo: oggi ci sono le foto satellitari, che consentono di vedere il pianeta Terra nei suoi anfratti più segreti stando comodamente seduti in poltrona. Ma ciò rende ancora più emozionante la mostra Globi terresti e celesti, la prima dedicata in Italia a questi preziosi oggetti, affascinanti sia dal punto di vista storico-artistico che dell’evoluzione scientifica. Gli esemplari provengono dal Museo Correr, dalla Biblioteca Nazionale Marciana e dalla collezione privata più importante del mondo, che appartiene a Rudolf Schmidt, membro della Società internazionale Coronelli per lo studio dei globi e curatore della mostra con Marica Milanesi.
«Solo una piccola parte della collezione Schmidt è normalmente visibile dal pubblico al Museo dei globi di Vienna», sottolinea Marica Milanesi, docente di storia e geografia delle esplorazioni all’Università di Pavia . Un’altra “chicca” è costituita dall’eccezionale scoperta, effettuata dalla professoressa Milanesi, dell’unico esemplare montato di un rarissimo globo cinquecentesco che si credeva perduto, del cartografo Livio Sanudo (1520-1576). «Se ne conosceva l’esistenza perché un collezionista americano possiede un esemplare dei fusi, gli “spicchi” della Terra su carta stampata, ottenuti da lastre di rame incise, che poi venivano incollati sul globo di cartapesta. Osservando una delle sfere del museo Correr che giaceva nell’archivio, di provenienza sconosciuta e malamente ridipinta probabilmente nell’Ottocento, ho notato una stampa antica che corrisponde perfettamente ai fusi di Sanudo».
La vera “star” della mostra è il frate Coronelli. Geografo, cartografo, biografo ed enciclopedista, nonché fondatore dell’Accademia degli Argonauti (la più antica società geografica del mondo), cosmografo della Repubblica veneta, autore di un centinaio di libri e di carte geografiche. E di centinaia di globi, strumenti scientifici favolosi, in genere in coppia (celeste e terrestre). A soli 16 anni Coronelli scrisse Il calendario perpetuo sacro-profano, mentre i primi globi, dedicati al duca di Parma Ranuccio Farnese risalgono al 1680. La sua fama arrivò fino a Parigi, dove venne chiamato da Luigi XIV per realizzare due enormi globi celebrativi di quasi 4 metri di diametro, per la modica cifra di 100 mila franchi. Esposti a Versailles, capaci di ospitare al loro interno fino a trenta persone, lanciarono la moda delle sfere presso le corti di tutta Europa. «I prezzi di Coronelli erano davvero ragionevoli e, anche grazie al favore che godeva presso il Papa, vendette i suoi globi a molte biblioteche conventuali, oltre che a istituzioni scientifiche pubbliche e private», spiega Marica Milanesi. «Ma non solo: si era diffusa all’epoca la “cultura della curiosità”, l’interesse per i fenomeni naturali svincolato da un approccio erudito o didattico. I globi erano aggiornati alle conoscenze del tempo, con illustrazioni molto belle: in corrispondenza di paesi e continenti spesso sono visibili animali, popolazioni o attività umane, imbarcazioni, modi di caccia e pesca”. I visitatori della mostra potranno divertirsi a cercare queste “figurine”. Continua Milanesi: “Un dettaglio buffo: il cane che raffigura la costellazione del Canis Minor nei globi di Coronelli è il ritratto del cucciolo di una delle figlie di Luigi XIV, mentre il Canis Major è un molosso da caccia dello stesso Re Sole».
Tornato a Venezia, Coronelli pubblicò, fra le altre cose, l’Atlante veneto in 13 tomi, considerato il primo atlante italiano: in mostra si potrà ammirare un rarissimo esemplare del volume dedicato appunto ai globi, con i fusi utilizzati dallo stesso autore per i suoi capolavori. «Oltre alle opere a stampa, appartenenti alla Biblioteca Marciana e a quella del Correr, raccomando ai visitatori di soffermare l’attenzione sui piedistalli dei globi», consiglia Milanesi. «Non sono solo sostegni, ma nascondono calendari, bussole, graduazioni. Altrettanto curiosi sono i piccoli globi da tasca di fine Seicento-inizio Settecento, quando era “trendy” portare con sé questi gadget antelitteram. Non sappiamo a cosa servissero esattamente, ma dovevano essere parecchio diffusi visto se ne trovano molti sui cataloghi dei venditori dell’epoca».
Come ogni moda, anche quella dei globi è passata: «Tra Sette e Ottocento la funzione didattica diventa predominante», conclude Milanesi. «Dalla seconda metà del Novecento il mappamondo, spesso luminoso, viene regalato insieme all’atlante ai bambini delle elementari che si accostano alla geografia. Ora c’è un certo revival dei globi decorativi e del collezionismo». In questo senso, la loro funzione celebrativa - e di nuovo ricordiamo il Grande Dittatore che prende a calci il mondo - in fondo non è mai venuta meno.
Sfere della terra e del cielo
Globi terrestri e celesti dal XVI al XX secolo
Fino al 29 febbraio 2008
Venezia, Museo Correr, piazza San Marco
Orari e prezzi: 9-19, 13 euro con I musei di piazza San Marco più un Museo civico a scelta fino al 31/10; dall’1 novembre 12 euro, 9-17; chiuso il 25/12 e 1/1/2008
Info e prenotazioni: www.museiciviciveneziani.it; Tel. 0415209070
da «Verve», (ed. Verve International), ottobre 2007
