Ma che musica, Maestro?

Il giovane direttore Alberto Veronesi racconta il prestigioso progetto con Deutsche Grammophon per valorizzare autori italiani e conposizioni ancora da scoprire. E il sogno di contagiare il pubblico con la sua passione per le sette note

di Mariateresa Truncellito

Il fascino del direttore d’orchestra è come quello della divisa: è innegabile che ci sia, ed è ozioso chiedersi il perché. Alberto Veronesi non fa eccezione. Tuttavia il suo charme elegante e misurato, ma a sorpresa condito da uno humour mediterraneo, ha una semplice spiegazione: la passione. La gioia vitale, profonda, di fare musica. E la generosità, tutt’altro che scontata, nel volerla condividere. Con tutti: con chi già la ama e la “capisce”, e con chi potrebbe amarla se solo avesse la possibilità di conoscerla. Lui stesso, del resto, è un accanito e instancabile ricercatore di partiture inedite o di autori non valorizzati come meriterebbero. Una propensione, forse, ereditata dal papà Umberto, uno degli oncologi più famosi del mondo.

Grazie a queste credenziali, passione e ricerca, e a uno sfavillante curriculum (dopo aver fondato l’Orchestra Cantelli, dal 2001 è direttore artistico e musicale dell’Orchestra Sinfonica Siciliana e dal 1999 della Fondazione Festival Pucciniano di Torre del Lago), Alberto Veronesi ha firmato nel 2006 con Deutsche Grammophon un contratto discografico fino al 2012 per l’incisione di 6 opere più due raccolte d’arie. «Mi è stato fatto un grande onore», commenta il maestro milanese. In effetti si tratta di un accordo singolare, per consistenza e durata, nella storia dei rapporti tra la prestigiosa casa discografica e i “giovani direttori”: tra l’altro, il quarantenne Veronesi è l’unico italiano della sua generazione. E gli è stato riconosciuto campo libero nella scelta di qualsiasi titolo di opera italiana, anche contemporanea. Al progetto hanno già aderito cantanti del calibro di Placido Domingo, Roberto Alagna, Rolando Villazòn, Anna Netrebko, Angela Gheorghiu, Daniela Dessì, Violetta Urmana, Carlos Alvarez, e il pianista cinese Lang Lang. Tra le orchestre coinvolte, quelle del Teatro de La Monnaie di Bruxelles, del Maggio Musicale Fiorentino, del Teatro Comunale di Bologna, la Deutsche Oper di Berlino, la Bastille di Parigi, la Bayerische e, in trattativa, i Wiener Philarmoniker.

Ma se i nomi sono noti e altisonanti, la scommessa di Veronesi (e della Deutsche Grammophon) sta nel repertorio. «L’idea è far conoscere agli italiani e al mondo meraviglie ignote, come I Medici di Leoncavallo, a mio parere più emozionante dei Pagliacci (l’opera debuttò in modo trionfale al Teatro dal Verme di Milano nel 1893 e da allora è ineseguita, ndr). E riscoprire la musica che è stata incisa nel passato, ma con mezzi deficitari e risultati non all’altezza delle interpretazioni. Per esempio, Resurrezione di Franco Alfano, della quale esiste solo una versione live molto povera, che non permette di apprezzarla». Scelte indiscutibilmente molto raffinate. Ma non per snobberia: per amore.

Le foto di questo servizio sono state realizzate al Teatro Comunale di Bologna, durante la registrazione del poema sinfonico La nuit de Mai di Ruggero Leoncavallo, che, con altre arie per pianoforte e voce e l’Intermezzo dei Pagliacci, entrerà nel cd in uscita alla fine del 2007, promosso da un galà con un concerto di Placido Domingo e Lang Lang. Continua Veronesi: «Nella primavera 2008 toccherà alle Arie pucciniane, incise al teatro Da La Monnaie di Bruxelles. Ci saranno molte sorprese: abbiamo infatti scelto la prima versione delle partiture, l’idea originaria di Puccini, poi ripetutamente modificata da revisioni e ritocchi, anche molto decisi, nel testo e nella strumentazione. Per esempio, la celebre “Sola, perduta e abbandonata” da Manon Lescaut è molto diversa, nello sviluppo armonico e tematico, rispetto a quella che si ascolta di solito. Il disco conterrà anche due prime esecuzioni mondiali assolute, il “Brindisi” di Tigrana e il “Duetto d’amore” dell’atto quarto di Edgar di Puccini”. Vere chicche: l’opera (già di per sé tra le meno note del compositore di Lucca), fu ridotta dal suo autore in tre atti. In questa versione è stata incisa nel 2006, sempre per Deutsche Grammophon, da Alberto Veronesi, con Domingo nella parte del giovane conteso tra due donne. E ha scalato le classifiche di vendita, operazione che di solito riesce ai cantanti rock.

Tra i sogni di Veronesi, c’è anche quello di far conoscere le opere di autori italiani contemporanei: «Perdura un pregiudizio: che la musica contemporanea sia ostica e non attiri. Invece, quando adeguatamente stimolato, il pubblico è incuriosito ed è finita l’epoca degli scandali» . In effetti, i dieci minuti di applausi tributati ad Antigone, l’opera di Ivan Fedele che ha inaugurato il Maggio Musicale Fiorentino, sembrano dargli ragione.

D’altra parte, il mondo della musica classica manda segnali contraddittori: da un lato, c’è una folta schiera di appassionati e non è facile procurarsi i biglietti per concerti e serate. Dall’altro, nella patria del bel canto la musica è la cenerentola delle materie scolastiche e Milano, la città della Scala, in 15 anni ha perso l’Orchestra dell’Angelicum e quella della Rai, e la Verdi è sull’orlo del fallimento. Nonostante ciò, Veronesi è ottimista: «Ci sono incoraggianti segni di ripresa. Alcune etichette di musica classica hanno volumi di vendita veramente incredibili: Deutsche Grammophon ha chiuso il 2006 col miglior bilancio di tutta la sua storia, superando addirittura i tempi di Von Karajan». Il merito? «In gran parte proprio delle case discografiche», risponde il Maestro. «Che hanno saputo creare nuovi miti, gli eredi di Pavarotti, Domingo, Carreras: come Roberto Alagna, che nell’ultimo anno ha venduto qualcosa come un milione di dischi. O il soprano russo Anna Netrebko, che “Time” ha inserito tra le 100 persone più influenti del mondo. O, ancora, il pianista Maurizio Pollini, che solo in Italia ha venduto 50 mila copie dei Notturni di Chopin, che non sono certo una novità».

Di fronte a fenomeni come Andrea Bocelli, esploso grazie al Festival di San Remo, o ai vari Pavarotti & Friends, i puristi storcono il naso. Non Alberto Veronesi: «Penso che la commistione di generi abbia giovato: la musica classica ha bisogno di mediatori. È come una bellissima pianta esotica chiusa in una serra: bisogna portarla fuori, perché la gente possa scoprire quanto è meravigliosa. Sarebbe bello, per esempio, che il pubblico potesse accedere alle prove e avesse più occasioni di incontro con i musicisti, come accade nei paesi anglosassoni. Comunque, credo che noi addetti ai lavori abbiamo imparato la lezione: è necessario usare linguaggi comprensibili». Ai giovani, innanzitutto, che scaricano la musica da Internet: «Ho letto con divertimento i commenti entusiasti dei navigatori a un mio disco di arie d’opera», racconta Veronesi. «Mentre milioni di persone in tutto il mondo hanno scaricato le nove sinfonie di Beethoven: sono fenomeni che fanno ben sperare». A proposito di commistioni, il 21 giugno 2007, a Palermo, il Maestro farà un concerto con Ron: «Presenteremo un suo brano rock trascritto per orchestra sinfonica e la mia composizione classica, dedicata ai 25 anni dall’omicidio di Pio La Torre sarà eseguita in versione rock». Nei pensieri di Veronesi ci sono anche i giovanissimi, i possibili melomani di domani: il 13 novembre, al Palasport di Palermo dirigerà un concerto ispirato al film Fantasia di Walt Disney di fronte a un pubblico di 20 mila bambini.

Osare, per riscoprire il passato e, nello stesso tempo, guardare al futuro. Con un pizzico di azzardo. «La carriera musicale è spinta dalla passione: più c’è fuoco dentro, meglio è. È uno dei pochi ambiti dove c’è bisogno anche di una certa dose di follia. Altrimenti, non ha senso nemmeno provarci», conferma il maestro, che fin da piccolo passava ore ad ascoltare musica classica e a cercare di riprodurre le note con una chitarra, il suo primo strumento.

Poi il conservatorio, il pianoforte, gli studi di composizione e direzione. Il suo primo podio, alle superiori: «Con i compagni del Conservatorio, alcuni di grande talento, e qualche insegnante avevamo creato un ensemble molto serio, si chiamava Nuove Sincronie. Provavamo in uno scantinato e facevamo concerti nel circuito della gioventù musicale milanese. Uno straordinario laboratorio, dove ho imparato l’atteggiamento giusto che l’interprete deve avere verso il compositore: mi fanno ridere i puristi all’eccesso, i musicisti che pretendono di attenersi alla lettera della partitura. Il compositore dà indicazioni, spesso senza esserne pienamente convinto, e ha bisogno del confronto con l’interprete. Se non è possibile, perché appartiene a un altro secolo, è lecito che l’interprete cerchi da solo delle soluzioni, pur sforzandosi di immaginare di interloquire con l’autore della musica».

Tra gli interlocutori preferiti da Veronesi, Giacomo Puccini, «Uno fra i compositori che, con un certo snobismo, il mondo musicale italiano relega fra i meno importanti». Per lui, invece, è quasi una specializzazione, visto che nel suo repertorio ha tutte le sue opere, oltre alla direzione del festival di Torre del Lago: quest’anno Veronesi sarà sul podio con La rondine, il 10 e il 16 agosto. Di nuovo, un’opera “rara”, relegata a torto fra quelle minori e perciò poco messa in scena (sul palco del Gran Teatro di Torre del Lago l’ultima volta fu ben 19 anni fa).

La particolare passione di Veronesi per Puccini ha contribuito a rilanciare la manifestazione nel novero dei maggiori festival lirici nazionali. Ma è possibile affrontare un autore o una musica che non si ama? «No», risponde categorico. «Nel momento in cui dirigi, ti deve piacere per forza. Bisogna essere assolutamente convinti del valore dell’opera: è l’unico modo per ottenere un risultato davvero coinvolgente, per chi suona e per chi ascolta. È molto difficile far concentrare un’orchestra di cento elementi, ancora di più su una musica scadente. I musicisti danno il massimo solo se il direttore è capace di motivarli. Non importa che abbia carisma o no, che parli il dialetto o otto lingue, che abbia una gestualità elegante o sia legnoso e impacciato: ciò che conta è che sia profondamente coinvolto dalla musica che sta dirigendo». Tra il direttore e l’orchestra si svolge un dialogo silenzioso, fatto di gesti, di sguardi, di segni, di mimica del volto. Di emozioni. E di grande rispetto: «Quando il direttore è sul podio e i musicisti ai leggii, non esistono più le personalità. Esiste solo la musica», spiega Veronesi. «Ci sono orchestrali che si odiano, che nella vita non si rivolgono la parola. Ma che sul palco duettano in modo straordinario con gli strumenti. Ci sono orchestre che detestano il loro direttore: ma lo assecondano in ogni più piccolo desiderio. Così è stato per Von Karajan, per esempio, odiato dai Viener Philarmoniker perché troppo autocratico. Ma ciò non ha impedito loro di fare insieme musica meravigliosa, fino all’ultimo».

Qual è il momento più difficile per un direttore? L’attacco, un passaggio complesso o il finale, quando dopo pochi secondi parte l’applauso? Veronesi sorride: «L’emozione inizia molti mesi prima del concerto: quando comincio a studiare a memoria tutte le parti di tutti gli strumenti, nota per nota, e ho paura di non saperle, di non essere mai abbastanza preparato. Sul podio, ho già scaricato tutta la tensione possibile». Nonostante ciò, e nonostante le spalle al pubblico, un direttore percepisce esattamente la partecipazione, o la noia, in sala. «La musica ha un effetto emotivo così potente che anche chi ascolta un concerto per la prima volta si rende conto se sul palco sta succedendo qualcosa di veramente importante o niente di speciale. In questo caso, magari darà la colpa a se stesso, pensando di non essere abbastanza preparato per capire. Ma la passione, la dedizione, la ricerca della perfezione assoluta, di una particolare sonorità o sfumatura della frase sono capaci di raggiungere qualsiasi orecchio, anche il meno allenato». O, forse, diciamo noi, qualsiasi cuore.

da «Verve» (ed. Verve International), giugno 2007

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