di Mariateresa Truncellito
Il Maggio Musicale Fiorentino è il più antico e prestigioso festival europeo, insieme a Bayreuth e Salisburgo. Sul palcoscenico del Teatro Comunale sono saliti i nomi più prestigiosi della musica di questo secolo: un elenco assai sommario comprende direttori, interpeti musicali e cantanti come Vittorio Gui, Bruno Walter, Furtwangler, De Sabata, Mitropoulos, Zubin Mehta, Karajan, Maria Callas, Pietro Mascagni, Bela Bartòk, Luigi Nono, Benedetti Michelangeli, Riccardo Muti (direttore dal 1969 al 1981), Zubin Metha (direttore principale dall’85). Al loro fianco, registi d’eccezione, come Max Reinhardt, Luchino Visconti, Franco Zeffirelli, Luca Ronconi, Liliana Cavani, Bob Wilson. E una folta schiera di grandissimi pittori e scultori: Giorgio De Chirico, Oskar Kokoschka, Felice Casorati, Mino Maccari. Il Festival occupa i mesi di maggio e giugno, ma l’attività del Teatro si estende per tutto l’anno, con la Stagione di opere, concerti e balletti, e gli spettacoli estivi nella monumentale cornice del Giardino di Boboli.
Fondato nel 1933 da Vittorio Gui come manifestazione triennale e divenuto già nel 1937 appuntamento annuale, fin dalle origini il Maggio si è imposto all’attenzione mondiale per alcune originali scelte culturali di fondo. Come l’esplorazione del Novecento musicale, dalle avanguardie storiche alle esperienze più recenti: Stravinskij, Dallapiccola, Berio, Stockhausen e tanti altri hanno presentato al Maggio le loro composizioni in prima assoluta o italiana. In parallelo, particolare importanza ha avuto anche la riscoperta di opere e autori del passato: proprio il palcoscenico fiorentino ha dato il via a fenomeni come la Rossini-Ranaissance e la rivalutazione di Donizetti e del primo Verdi. Importanti anche le indagini su alcuni momenti della storia della musica, in edizioni tematiche del festival, come il Maggio rossiniano del 1952 e quelli del 1964 dedicato all’Espressionismo, del 1994 al Novecento storico e del 1995 al Romanticismo.
La fusione armonica di passato e presente si realizza anche nel 2007. Il 70° Maggio Fiorentino, dedicato al tema «Mito e contemporaneità», si è aperto con un’opera prima di Ivan Fedele, Antigone, su libretto di Giuliano Corti, scene e costumi di Sergio Tramonti e regia di Mario Martone, non a caso anche regista cinematografico.
La peculiarità primaria del Maggio, infatti, consiste nella comprensione, fin dalla prima edizione, che la musica si ascolta con le orecchie ma anche con gli occhi, e non solo quelli della mente: grande attenzione è sempre stata data ai problemi della “visualità” delle opere liriche, chiamando perciò a collaborare i maggiori registi teatrali e cinematografici, e una nutrita pattuglia di celebri scultori e pittori di fama in veste di scenografi e costumisti. Una scelta sviluppata a Firenze e poi seguita da molti teatri italiani e internazionali, decisiva per lo sviluppo della moderna drammaturgia operistica.
Un’idea della “portanza” di questa intuizione che ha precorso i tempi, la si può avere osservando i preziosi bozzetti di scenografie e costumi riprodotti sulla rivista. Tra le tante “storie” del Maggio Fiorentino che si potrebbero raccontare – di come ha improntato l’evoluzione del gusto e della cultura musicale, degli artisti che ha lanciato e fatto propri, delle coraggiose e innovative proposte di autori e soggetti sconosciuti, delle polemiche e dei travagli politici che hanno contraddistinto alcune edizioni – quella tracciata dall’arte figurativa nelle prime edizioni (“l’età dell’oro” del festival) è una delle più affascinanti. Le notizie sono tratte da uno storico libro, ricco di preziosi aneddoti e particolari interessanti per chi volesse approfondire, Storia del Maggio, scritto da Leonardo Pinzauti (442 pagine, Libreria Musicale Italiana ed.)
È interessante premettere, perché aiuta a comprendere quanto è stato rapido il cammino fatto dal Maggio, che nella Firenze del primo dopoguerra il clima culturale era tutt’altro che propenso alla musica. La musica, opera lirica compresa, era considerata un passatempo salottiero per famiglie borghesi, e l’attività concertistica era limitata alla ristretta cerchia della società degli Amici della Musica. Non a caso, la nascita della Stabile Orchestrale fiorentina, nel 1928, fu opera di un non toscano, il romano Vittorio Gui. E ancora mentre si tengono gli esami di ammissione per i musicisti, il giornale Il Brivido ironizza: «Finalmente saremo suonati anche noi».
A dispetto delle previsioni, i concerti hanno immediato successo. Trovano subito spazio alcuni nomi nuovi, come Victor De Sabata, Ravel, Rimskij-Korsakov, secondo il programma “educativo” di Gui di allargare il panorama musicale. Tutt’altro che facile: nel concerto del 25 gennaio 1931 il Bolero di Ravel provocava ancora vivaci proteste di gruppi di ascoltatori...
Il primo Maggio Fiorentino nacque senza soluzione di continuità con la stagione sinfonica 1932-33: la sera del 22 aprile fu inaugurato con Nabucco di Verdi, direttore Gui, regista (o meglio «direttore della messa in scena», come si diceva allora) Carl Ebert, bozzetti e figurini dell’architetto Pietro Aschieri. Era un’opera quasi uscita dalla circolazione: Gui punta già a quel recupero dell’Ottocento italiano che resterà uno dei punti fermi del Maggio. Quanto alla scenografia, una città che era stata culla dei piu grandi pittori e architetti del Rinascimento, con il festival si incaricò di riallacciare i legami fra la letteratura e la musica e fra la musica e le arti figurative. Comincia con la prima edizione l’abbinamento dell’opera lirica ai “pittori da cavalletto” e ai registi del teatro di prosa, e della musica con la poesia drammatica. Così Max Reinhardt allestisce il Sogno di mezza estate di Shakespeare sulle musiche di Mendelssohn, e ci sono le scene con i bellissimi bozzetti di Mario Sironi per la Lucrezia Borgia di Donizetti, quelle di Felice Casorati per La vestale di Spontini. E quelle, chiacchieratissime, di Giorgio De Chirico per I puritani di Bellini.
È significativo il fatto che in un festival musicale ciò che fa maggior rumore è l’aspetto figurativo: le cronache del primo Maggio, infatti, sono quasi tutte positive fino allo “scandalo” dei Puritani. Ci furono clamori violenti, e Aniceto Del Massa della Nazione definì i costumi disegnati da De Chirico «preoccupanti» e tutta la scenografia, «intonata a un fiabesco proprio del teatro dei burattini», poteva essere considerata soltanto un esperimento non riuscito. Il presidente dell’Ente, Delcroix, rispose con una lettera: «Si potrebbe parlare di esperimenti se ci fossimo affidati a dei dilettanti... quando un artista incontra l’ostilità del pubblico è un fatto doloroso, mentre ieri sera troppa gente mal nascondeva la propria soddisfazione, illudendosi di un ritorno a quel verismo usuale e banale che può mettere al riparo da ogni sorpresa, ma non farà mai fare un passo in avanti all’arte italiana». Le scene di De Chirico sono rimaste il simbolo clamoroso del “nuovo indirizzo” della scenografia: il maestro aveva intuito il nuovo rapporto fra musica e scenografia che, nel giro di pochi anni, sarebbe diventato una tradizione non solo fiorentina ma del teatro musicale di tutto il mondo.
La seconda edizione ha già una vasta risonanza nella stampa internazionale. Viene dato rilievo alla alla prima assoluta dell’Orseolo di Pizzetti. Non mancano, al solito, le critiche: il «Brivido» fa dell’umorismo sul «carattere austero» del festival: «Fra tante barbe», dice una vignetta dedicata al programma con l’Orseolo di Pizzetti, «ci sta bene anche un pizzettino». L’opera viene accolta con rispetto, anche se la scenografia di Felice Carena viene definita «ardita, ma di un arditismo alquanto benpensante e risparmiatore» e le scene «non abbastanza suggestive e realizzatrici». Nel caso del Ballo in maschera diretto da Serafin, invece, le scene di Primo Conti parvero «in zona di esperimenti e di tentativi», mentre erano fra le prime belle cose del pittore fiorentino nel campo della scenografia.
Luisa Miller di Verdi inaugura il Maggio del 1937: i cronisti contarono circa quaranta chiamate ai cantanti e a Gui. E piacquero molto le scene “da cavalletto” piacevoli ed eleganti di Gianni Vagnetti, un altro dei pittori che si aggiungeva alla già illustre schiera di artisti chiamati a prestare la loro opera. L’Incoronazione di Poppea di Monteverdi viene allestita in Boboli con eccezionale spiegamento di mezzi: direttore d’orchestra è Marinuzzi, i bozzetti degli architetti Michelucci e Chiari, i figurini squisito lavoro di Sensani. Quest’opera fu per quegli anni, prima che l’archeologia diventasse un fatto quasi consueto del teatro musicale, un avvenimento di strepitosa risonanza sulla stampa internazionale: c’era il gusto per tutto ciò che fosse “romano”, il richiamo mondano del giardino reale fiorentino, l’interesse per la trascrizione “moderna” e la curiosità di un allestimento scenico che, sfruttando la prospettiva della fontana sul terrazzo di Palazzo Pitti, metteva in risalto non la capacità di ambientazione di un semplice scenografo, ma il il senso estetico di un architetto “novecentista”, come Giovanni Michelucci. L’anno seguente, il successo in Boboli si ripete con una spettacolare Walkiria (siamo in pieno idillio politico italo-tedesco) diretta da Karl Elmendorff, con la regia di Oscar Walleck e bozzetti e figurini di Giovanni Colacicchi: l’impressione fu fortissima anche per il verismo delle cavalcate alle quali parteciparono, opportunamente acconciati in costumi femminili, reparti di carabinieri e di cavalleria.
Nonostante la guerra, Labroca prepara anche per il Maggio 1940 un programma interessante. Il festival si apre con la Semiramide di Rossini, e per l’occasione viene allestita nel Ridotto del Comunale una mostra delle scenografie del Bibbiena. Un altro spettacolo di particolare raffinatezza fu quello diretto da Gui il 14 maggio, quando vengono eseguite insieme l’opera Aci e Galatea di Handel e Didone ed Enea di Purcell. Come sottolinea Pinzauti, «Poche volte nella storia del Maggio le scene ebbero la bellezza e la personalità di quella sera del 1940: i bozzetti e i figurini per l’opera hendeliana erano di Gino Sensani e quelli per Didone ed Enea del pittore Felice Casorati, la regia era di Corrado Pavolini e Milloss trovò l’occasione propizia per alcune delle sue più fantasiose coreografie». Ci fu anche una Traviata diretta da Rossi, notevole specialmente per le scene su bozzetti di Gianni Vagnetti.
Nel festival del 1942 hanno particolare rilievo ha la Sonnanbula di Bellini con le scene di Enrico Prampolini e l’opera Il ritorno di Ulisse in patria di Monteverdi, trascritto da Dallapiccola e diretto da Mario Rossi. Sensani ha dipinto le scene e disegnato figurini definiti «bellissimi». I giornali ospitano articoli lunghissimi in proposito, come ai primi tempi del Maggio. Le discussioni si ripeterono anche dopo la prima del Dottor Faust di Busoni, per la quale Sironi dipinse alcune delle più belle scenografie del Novecento.
Quando arriveranno le bombe, Firenze perderà proprio il suo teatro: il 1 maggio 1943, qualche spezzone degli ordigni lanciati sui depositi delle ferrovie colpisce il tetto del palcoscenico del Comunale. La ricostruzione e la rinascita musicale assumono subito un valore simbolico, tanto che già il 24 settembre 1944 l’Orchestra del Maggio dà il primo concerto nel Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio. Il 17 marzo 1947 i giornali annunciano il primo Maggio del dopoguerra: sarà una “mostra” di quasi tutti i più celebri direttori d’orchestra del momento, salvo Toscanini.
Il clima culturale avrebbe avuto bisogno di molti anni per assestarsi e, scrive Pinzauti «il Maggio non avrebbe più suscitato i clamori di prima della guerra, sarebbe diventato più difficile dire qualcosa di originale (...). Le idee ci saranno, alternate a periodi di stanchezza o smarrimento. E la nuova vita teatrale e concertistica che si diffonde anche in altri teatri italiani e stranieri, dopo il 1948 dà un valore di “normalità” alle cose che prima della guerra erano state eccezionali. Dal ‘48 anche a Firenze le “eccezioni” saranno realmente più difficili».
E oggi? Il Maggio Musicale Fiorentino resta uno degli avvenimenti culturali più stimolanti del panorama musicale contemporaneo. Degno del suo grande passato ma capace di rinnovarsi e di incidere con scelte coraggiose anche nel presente: lo testimoniamo i numerosi riconoscimenti ottenuti in anni recenti, come il premio a Zubin Mehta e Bob Wilson nel ‘94, rispettivamente come miglior direttore dell’anno per Moses und Aron e miglior regista e scenografo per Hanjo/Hagoromo; a Fierrabras, miglior spettacolo del 1995 o al Tamerlano di Handel, miglior spettacolo del 2002. Da ricordare anche lo straordinario successo di critica e di pubblico ottenuto nel 60° Maggio da Turandot di Piccini diretta da Zubin Mehta e con il debutto alla regia lirica di Zhang Yimou, approdata in Cina nel 1998 con esito trionfale, o nel 68° Maggio 2005, Eimuntas Nekrosius che ha creato uno straordinario Boris Godunov, diretto da Semyon Bychkov, vincitore del Premio Abbiati della critica italiana come miglior spettacolo dell´anno.
La 70esima edizione torna alle origini rivoluzionarie, a cominciare dalla scelta coraggiosa dell'inaugurazione con l’opera di un compositore contemporaneo commissionata appositamente per il Maggio, come si faceva nel passato. E da un titolo, «Mito e contemporaneità», che che si ricollega alla grande tradizione dei Maggio tematici. Senza dimenticare lo stupore per gli occhi, quest’anno affidato alla dimensione totalmente innovativa di un allestimento acrobatico della Fura dels Baus per l’Oro del Reno e la Walkiria di Wagner.
da «Verve» (ed. Verve International), maggio 2007