La banca delle uova

Elle luglio 2012Congelare gli ovociti. Chiudere i propri gameti in cassaforte. Per poter fare figli "dopo", quando arriverà il momento (o l'uomo) giusto. Una scelta sempre più diffusa che in America è stata ribattezzata "social freezing". Ma è davvero una possibilità in più?

 

di Mariateresa Truncellito

Si scrive social freezing, si legge (con troppo ottimismo) divento mamma quando voglio. Congelo i miei ovociti a 20 anni, giovani, freschi, al top delle potenzialità, e me ne infischio del tic-tac dell'orologio biologico. Al momento giusto, quando sarò realizzata nel lavoro, economicamente tranquilla e con l'uomo perfetto per fare da papà ai miei figli, mi basterà rivolgermi a un centro per la fecondazione assistita e il gioco è fatto. Le americane sono andate in visibilio per questa nuova frontiera della maternità, presentata trionfalmente da Diane Sawyer, anchorwoman della Abc che l'ha raccomandata alle colleghe in carriera, e proposta da decine di centri che stanno sorgendo come funghi in tutti gli Stati Uniti. Chiudere in “banca” i propri gameti oltreoceano costa 15 mila dollari (che scendono a 7 mila in Canada e a 4 mila euro nel Regno Unito): ma volete mettere la tranquillità di un'assicurazione sulla fertilità?

In Italia siamo ai primi sussurri sull'argomento. Ma l'interesse potrebbe crescere rapidamente: a fronte di un crollo della natalità, l'età media della prima gravidanza è 31,2 anni, 1 bambino su 5 nasce da una ultraquarantenne e sul fronte della fecondazione assistita deteniamo un record, oltre 36 anni di media, con una punta di quasi il 30 per cento di donne over 40.

Non solo: nel congelamento degli ovociti siamo i più bravi del mondo, tanto che la prima bambina italiana nata da una cellula uovo crioconservata ha già 15 anni. Grazie a (o per colpa di, a seconda dei punti di vista) la Legge 40 sulla fecondazione assistita che dal 2004 vieta le manipolazioni degli embrioni, congelamento compreso. I nostri specialisti, in prima fila Eleonora Porcu e la sua equipe all'Ospedale Sant'Orsola di Bologna, hanno lavorato per anni su una tecnica che permettesse di utilizzare al meglio il prezioso frutto di un trattamento di stimolazione ormonale sulla donna, per poi procedere alla fecondazione in vitro.

«Gli americani hanno imparato da noi», ci conferma proprio la dottoressa Porcu. «Ma hanno colto al balzo la possibilità di un nuovo business, pubblicizzandolo in modo privo di scrupoli, con promesse irrealizzabili». Per altro, qualche italiana interessata al social freezing si è già fatta avanti, ma senza averne colto esattamente il significato: «Proprio oggi mi è arrivata un'email da una donna di 46 anni. Troppo tardi: ammesso di trovare ancora degli ovociti, la probabilità che diano una gravidanza è molto scarsa. E poi, a quale fine? Per diventare madre a 55 o a 60 anni?». Conferma Rossella Nappi, ginecologa ed endocrinologa del centro per la Procreazione Medicalmente Assistita dell'ospedale San Matteo di Pavia: «Ancora non mi è capitata una venticinque-trentenne che voglia metter via i suoi ovociti. Ma, viceversa, moltissime donne che si decidono a diventare madri all'alba dei 40 anni e si informano sull'ovodonazione o, qualche volta, sulle loro chance di social freezing».

La verità è che i gameti femminili vanno messi via prima possibile perché sono molto fragili, e il passare del tempo li danneggia. Il resto del corpo può cavarsela meglio, e non solo esteticamente: «È così: la qualità degli ovociti è il fattore chiave per riuscire a restare incinta, per questo vanno crioconservati entro i 35 anni», sottolinea Eleonora Porcu. «Invece, un utero di 40 anni è ancora in grado di far bene il suo lavoro, salvo particolari patologie, come fibromi o endometriosi. Certo: la gravidanza è un po' più faticosa, possono cominciare i primi problemi di ipertensione, è maggiore il rischio di gestosi, diabete o altre complicanze». E, naturalmente, non bisogna fare i conti senza l'oste, cioè l'uomo che hai per le mani, e i suoi spermatozoi: nei tre milioni di coppie sterili italiane, in circa il 34,5 per cento dei casi è lui ad avere un problema.

Insomma, non è il caso di credere all'equazione “ovociti teen ager, bambino garantito”: «Già con la fecondazione in vitro in generale le possibilità di concepimento non sono infinite, si calcola 1 possibilità su 6 di diventare genitore», continua la ginecologa. E la situazione peggiora con l'età, con percentuali di probabilità che variano dal 15 per cento a 40 anni a meno dell'1 per cento a 45. «Con gli ovociti crioconservati si riducono ulteriormente, perché non tutti sopravvivono allo scongelamento: nel nostro centro abbiamo raggiunto una media dell'80 per cento, che però varia a seconda della paziente. Sbandierare, come sta succedendo negli Stati Uniti, percentuali trionfalistiche di successo è pericoloso: c'è il rischio di condizionare gli stili di vita delle donne illudendole di poter rinviare la maternità all’infinito. Non è così».

Nonostante ciò, Eleonora Porcu da pioniera del settore è fermamente convinta che il congelamento degli ovociti sia un grande progresso nella salvaguardia della fertilità femminile: «Che di per sé è molto più vulnerabile di quanto si immagini. Io e il mio gruppo ci crediamo da almeno 15 anni, i risultati sono via via migliorati, e molti paesi – dove è ancora più diffuso il congelamento degli embrioni - ci hanno seguiti. Ma la vera “missione” di questa tecnica è consentire la maternità alle donne che devono affrontare un cancro, l'endometriosi, una predisposizione genetica, l'asportazione chirurgica di cisti ovariche o un'altra sfortunata eventualità che le esponga a rischio di menopausa precoce. Sappiamo ormai che se conservati in modo adeguato, al di là di imprevisti (come il caso successo di recente al San Filippo Neri di Roma dove per un guasto sono andati perduti 94 embrioni, 130 ovociti e 5 campioni di liquido seminale, ndr) i gameti possono sopravvivere almeno per due decenni, e sono già nati dei bambini: i dati sono molto confortanti».

«In realtà, a parte le chiacchiere, i numeri del social freezing sono ancora bassi», commenta Andrea Borini, presidente della Società italiana di preservazione della fertilità. «Trovo però che non sia giusto liquidare le donne che la considerano un'opportunità come egoiste o carrieriste. Molte non hanno un partner, altre hanno un uomo che non si sente pronto a diventare padre: ma i maschi non hanno il problema dell'orologio biologico e nemmeno un numero “finito” di gameti». Per altro, secondo Borini non è nemmeno giustificato il timore che il social freezing possa portare a un'esplosione della richiesta di fecondazioni assistite: «La maggioranza delle donne cercherà comunque una gravidanza per vie naturali e solo quel 20-30 per cento che non ce l'avrà fatta, per i motivi più vari, verso i 40 anni si rivolgerà alla fecondazione in vitro usando i propri gameti messi da parte in gioventù. Senza più bisogno di andare all'estero per un'ovodonazione come succede oggi».

Il social freezing domande & risposte

Come si esaurisce, col tempo, la riserva di ovociti femminile?
Alla nascita, le ovaie contengono circa 1-2 milioni di ovociti, ma al menarca, la prima mestruazione, sono già 3-400mila. Per tutta la vita fertile, la perdita continua al ritmo di circa mille follicoli al mese fino ai 37 anni, per poi accelerare fino alla menopausa, quando il numero dei follicoli residui è inferiore a mille. Così, a 23 anni ogni ovulazione si trasforma in una gravidanza nel 28 per cento dei casi, a 39 nel 14 per cento e a 43 solo nell'8 per cento dei casi. Gli ovociti, oltre a perdere la capacità fecondativa, hanno un rischio maggiore di anomalie cromosomiche che possono causare il termine delle gravidanza: infatti, prima dei 40 anni il tasso di aborto spontaneo è del 15-20 per cento dopo i 43 raddoppia.

Come funziona il prelievo?
La donna deve sottoporsi per una settimana a un trattamento ormonale (iniezioni di un farmaco a base di gonadotropine) che serve a far crescere i follicoli. Nella settimana seguente, si monitora la situazione con un'ecografia e un prelievo di sangue a giorni alterni. Si procede al prelievo se la stimolazione produce da un minimo di 7-8 a 20 follicoli, attraverso un agoaspirazione per via vaginale, con una sonda ecografica, e anestesia senza intubazione. L’intervento dura 15 minuti, dopo un paio d’ore si torna a casa.

Quali sono le tecniche di crioconservazione?
Il congelamento lento, una procedura usata da molti anni, con la quale la cellula raggiunge gradualmente la temperatura di -150° C per poi essere immessa in un crioconservatore ad azoto liquido, e la più recente “vitrificazione”: la cellula uovo privata dell'acqua viene portata rapidamente a -196° C e assume un aspetto vitreo e privo dei cristalli di ghiaccio che possono danneggiarla. La percentuale di sopravvivenza delle cellule dopo lo scongelamento è del 70-75 per cento col metodo tradizionale, dell'80-85 con la vitrificazione. Tra i superstiti, il medico decide quanti fecondarne e quanti embrioni ottenere.

Tutti i centri privati di PMA sono attrezzati per l'intervento e la conservazione degli ovociti?
In teoria sì. Nel 2009, i centri che hanno crioconservato gli ovociti con congelamento lento o vitrificazione sono stati 121 (quelli autorizzati, cioè iscritti nel registro nazionale della PMA sono 201). I risultati, però, non sono identici: la paziente dovrebbe chiedere da quanto tempo la tecnica viene applicata, le percentuali di successo, quante le donne trattate e così via. La Società di preservazione della fertilità sta conducendo un'indagine e al più presto i risultati saranno pubblicati sul suo sito (http://profert.org/), così che le donne possano scegliere informate.

Quali sono le probabilità di avere una gravidanza con ovociti crioconservati?
Tra i 35 e i 40 anni, le possibilità di successo di una fecondazione in vitro in generale sono del 30% per ogni ciclo, con gli ovociti congelati si scende al 25 per cento. Una donna di 40 anni, con i propri ovociti ha il 15% di probabilità di gravidanza; se gli ovociti (suoi o di una donatrice) hanno 20-25 anni la probabilità sale al 50%. A oggi, nel mondo sono nati circa 3-4 mila bimbi da ovociti congelati.

Quanto costa?
Oltre a prevedere circa 800-100 euro per i farmaci della stimolazione ormonale, dipende dal centro: per esempio, nel Bioscience Institute di San Marino (www.bioinst.com) che offre, alle donne che non abbiano superato i 40 anni, la conservazione degli ovociti (ma anche di cellule staminali del cordone ombelicale, fibroblasti...), il costo è di 3 mila euro, e include il prelievo, il congelamento e il primo anno di conservazione; dal secondo in poi, il canone annuale di mantenimento è di 450 euro. Nei centri di procreazione medicalmente assistita Tecnobios (www.tecnobiosprocreazione.it) per stimolazione, sala operatoria, prelievo, congelamento e conservazione per i primi due anni si spendono 2900 euro, più di 50 euro al mese negli anni successivi di mantenimento.

Cosa succede se si decide di non averne più bisogno?
Gli ovociti possono essere donati alla ricerca scientifica o essere distrutti.

È una vera conquista?

NO
«Come addetta ai lavori, ma soprattutto come donna e madre di una ragazzina che, un giorno, potrebbe pensare al social freezing non credo assolutamente che sia una conquista», risponde Eleonora Porcu. «Semmai, l'ennesimo rischio per noi di diventare oggetto di speculazione e di business. Noi donne dobbiamo combattere per conquistare la possibilità di avere una gravidanza quando la vogliamo, nel pieno della nostra vita fertile e senza dover sacrificare il nostro profilo biologico al fatto che non ci danno lavoro, che non ci permettono di fare carriera o di mantenere una famiglia. Dobbiamo convincere la nostra società che la maternità è il punto centrale attorno al quale si costruisce il resto dell'organizzazione sociale. Altrimenti, finiamo per medicalizzare l'evento femminile naturale per eccellenza con un intervento chirurgico che può avere, anche se raramente, delle complicanze, perché ci stanno convincendo che sia la cosa migliore per noi. Io invece trovo tutto ciò un’inaccettabile violenza».


«È chiaro che il fine del social freezing non è invitare tutte le donne a rinviare la maternità in nome della realizzazione professionale o personale e spingerle ad avere i figli a 40 anni», sostiene Andrea Borini. «Però occorre guardare in faccia la realtà: oggi l'età media delle italiane che si rivolgono alla PMA è quasi 38 anni. La loro probabilità di restare incinta con un trattamento di stimolazione ovarica e fecondazione assistita è del 15%. Molte fanno più trattamenti, con tutti i potenziali rischi che comportano. E, se dopo anni di tentativi non ottengono risultati, spesso finiscono per rivolgersi all'estero dove la fecondazione eterologa è permessa dalla legge, ovviamente con una spesa più elevata, perdendo giornate di lavoro e con costi psicologici non quantificabili. Se avessero congelato i loro ovociti 10 anni prima, avrebbero invece il 40-50% di possibilità di avere un concepimento: è evidente che così si ridurrebbe il numero dei tentativi a vuoto, con un indubbio risparmio. Di denaro, ma soprattutto di frustrazione e sofferenza. Credo che la donna dovrebbe essere informata sulle reali possibilità di questa tecnica, conoscere rischi e benefici, e quindi poter liberamente decidere se vale la pena o no».


«Non c'è dubbio che gli stili di vita stanno cambiando sempre più velocemente, mentre la fertilità continua a essere a termine», commenta Rossella Nappi. «Nonostante i progressi della scienza, le donne non hanno ancora chiaro il fatto che la capacità riproduttiva si riduce enormemente molto prima della scomparsa delle mestruazioni, un periodo che io definisco “fertipausa”. Non per nulla il ricorso all'ovodonazione è in crescita, perché la richiesta di fecondazione assistita arriva spesso quando non c'è possibilità di tentare altre strade. Quindi, in base a questo trend, l'idea di “mettere gli ovociti giovani in cassaforte” può avere un senso e aumentare le chance. Ma poi c'è anche il corpo, oltre ai gameti: i bambini bisogna farli quando è il momento più logico e più naturale, cioè quando la nostra fertilità è al top, intorno ai 25-30 anni. La nostra salute ed età biologica sono molto migliorate rispetto all'età anagrafica, ma ci sono processi interni al corpo della donna che fanno sì che dopo i 40, per esempio, non sia più in grado di mettere da parte calcio e quindi massa ossea, una scorta indispensabile per “costruire” lo scheletro del neonato. Le gravidanze tardive richiedono più cautele, perché mettono a rischio il bambino, che può nascere pretermine, sottopeso e con vari problemi per la salute. E, oltre a essere a maggior rischio di aborto, mettono sotto scacco anche la salute futura della donna perché col tempo e cambiamenti ormonali si riducono i meccanismi che le permettono di recuperare al meglio lo “stress” fisico e psichico della gravidanza».

da «Elle» (ed. Hearst Italia), luglio 2012