Tumore al seno: le nuove armi per combatterlo

Elle Italia Novembre 2010Gli esami più precisi, gli ultimi studi, i farmaci meno tossici. E le soluzioni per mettere in salvo non solo la femminilità ma anche la fertilità

di Mariateresa Truncellito

Una volta le donne dicevano «Ho un brutto male». Un'espressione eloquente, che racchiudeva il terrore che impediva persino di nominarlo. Ma anche un giudizio estetico: il tumore al seno non era definito un male «cattivo», «crudele» o «ingiusto». Ma «brutto». Perché non si accontentava di rubare la vita, ma lo faceva devastando il corpo della donna nel simbolo della sua femminilità.

Oggi tutto questo è passato. Il tumore al seno ha smesso di essere un tabù. Le donne lo chiamano con il suo nome. Perché sanno che è una malattia come le altre, da cui si può guarire. E le cure, che forse spaventavano persino di più, oggi salvano la vita e la femminilità. Bellezza compresa.

«Un tempo la diagnosi di carcinoma alla mammella comportava effettivamente un percorso terapeutico pesantissimo», ammette Paolo Veronesi, direttore dell'unità di Senologia integrata dell'Istituto europeo di oncologia di Milano e presidente della Fondazione Veronesi impegnata sul fronte della ricerca sul cancro. «La mastectomia, e quindi l'asportazione totale della mammella e dei linfonodi ascellari, i trattamenti chemioterapici e la radioterapia con effetti collaterali molto evidenti. Oggi, a fronte della stessa diagnosi, possiamo intervenire in maniera molto più conservativa e rispettosa della femminilità. E le donne ne sono consapevoli: tanto che, già al primo colloquio, non solo manifestano il desiderio di non essere menomate, ma spesso colgono l'occasione per chiedere anche un miglioramento estetico».

Tutto ciò per il medico non è frivolezza ma un passo importante verso la guarigione. «I chirurghi oncologi specializzati in senologia sono sempre più numerosi, e dalla parte delle donne, anche in difesa della loro bellezza», sottolinea Francesco Schittulli, senologo e presidente della Lega italiana per la lotta contro i tumori. E, se la paziente non osa, è il medico stesso a sottolineare l'importanza di un intervento estetico il più possibile vicino all'operazione che serve per debellare la malattia.

«Il tumore resta una patologia grave», puntualizza Veronesi. «Ma spostare l'attenzione sulla femminilità ci consente di allentare la preoccupazione sul “dopo”, gli effetti collaterali delle terapie, le recidive. E il rischio di non farcela: a volte donne perfettamente guarite nel fisico non riescono a guarire nella mente perché hanno questa paura che impedisce loro di ricominciare un vita normale e serena».

Non c'è da stupirsi: fino a una trentina di anni fa, la mortalità era ancora molto alta. «Il cancro alla mammella veniva nascosto, la donna si isolava e viveva da sola il tuo terrore», conferma Schittulli. «Perché la malattia colpisce non solo un organo, ma la sua funzione materna, quella estetica e quella sessuale: tre dimensioni emotive, oltre che fisiche».

Per fortuna, oggi la voglia di curare la malattia supera l'angoscia: anche grazie alle molte campagne informative sui progressi di diagnosi e terapie che spesso hanno come sponsor proprio le aziende più attente alla bellezza, come le grandi case cosmetiche o della moda. E per testimonial donne famose, come attrici, ballerine, showgirl, sportive - per le quali il corpo è anche strumento di lavoro - che senza più vergognarsi, negli anni hanno fatto coming-out: da Sandra Mondaini a Kylie Minogue, da Anastasja a Rosanna Banfi.

La cattiva notizia è che non bisogna assolutamente abbassare la guardia: «Anche se nell'ultimo decennio c'è stata una diminuzione continua e progressiva della mortalità, ogni anno aumenta purtroppo la quota di donne colpite», spiega Schittulli.

Le cause? «Innanzitutto l'allungamento della durata media della vita, visto che la possibilità di ammalarsi è direttamente proporzionale al crescere dell'età. E poi l'aumento dei fattori di rischio: il menarca arriva in età molto più precoce rispetto a 30 anni fa mentre la menopausa è più tardiva, quindi la donna è fertile per un periodo più lungo che in passato e ciò sembra predisporre alla malattia. Il non avere figli viene considerato un fattore di rischio, mentre per le mamme sembra incidere il numero di figli e l’età in cui hanno partorito: il cancro al seno è meno frequente nelle donne che hanno avuto il primo bambino prima dei 21 anni, mentre si considera fattore di rischio partorire per la prima volta dopo i 30. L'allattamento è un fattore protettivo, ma le donne a volte scelgono di non farlo, di farlo solo per un breve periodo e, comunque, solo per una o due volte nella vita».

La diagnosi: sempre prima, sempre più benigna

Le donne hanno anche molta più confidenza col proprio corpo. Ma per la prevenzione della malattia, questo non basta: «Sono più attente e hanno imparato a controllarsi con l'autopalpazione del seno», spiega Paolo Veronesi. «A differenza delle loro mamme o nonne che arrivavano dallo specialista con patologie avanzate cui non avevano dato nessun peso, per scarsa informazione e per la tendenza a sottovalutare il problema. Oggi però sappiamo che se la diagnosi avviene in fase preclinica, cioè prima che il nodulo sia percepibile alla palpazione anche del medico, la prognosi è migliore. La mammografia dai 40 anni in poi, con cadenza annuale, integrata dall'ecografia con sonde ad alta frequenza già dai 35 anni, individuano tumori di minuscole dimensioni».

Aggiunge Francesco Schittulli: «Le ecografie di ultima generazione, le elastosonografie, ci consentono addirittura di capire se il nodulo ha contenuto solido o liquido, prima ancora di praticare un ago aspirato. La chirurgia può essere così limitata ai casi davvero necessari. Tra le ansie maggiori delle donne, c'è la gestione della famiglia, i figli piccoli, i genitori anziani o il doversi allontanare per troppo tempo dagli impegni professionali. Ma oggi anche questo aspetto della vita “in rosa” può essere affrontato con serenità: l'individuazione precocissima dei tumori ha ridotto i ricoveri a una media di 48 ore, ma nei centri più avanzati si punta ad arrivare a effettuare quasi tutti gli interventi in regime di day-hospital».

Va in questa direzione lo studio “Mortalità zero” dell'Ieo: 10 mila donne sane, dai 35 anni in su, per un decennio saranno sottoposte ogni anno a due ecografie, una mammografia e, le più a rischio (per esempio, per familiarità) a una risonanza magnetica. «Il sistema sanitario nazionale offre una mammografia con cadenza biennale solo alle donne dai 50 ai 65 anni», spiega Veronesi. «Ma oggi un numero sempre maggiore di tumori vengono identificati in donne più giovani, per le quali attualmente non è previsto nessun programma di screening». Inoltre, è stato calcolato che a ogni millimetro in meno di diametro del tumore corrisponde un aumento della possibilità di guarigione dell'1 per cento: l'obiettivo dello studio è dimostrare che la diagnosi precocissima salverà la vita alla totalità delle donne.

La chirurgia: minima invasività, massimo risultato

I progressi per salvare la femminilità in sala operatoria sono stati notevolissimi soprattutto in Italia. Racconta Paolo Veronesi: «Nel 1970 a Milano, grazie alle intuizioni di mio padre Umberto, è partita la chirurgia conservativa, con l'asportazione parziale della mammella completata da radioterapia e seguita da contemporanea ricostruzione estetica: nei tumori in fase iniziale garantisce le stesse possibilità di guarigione della mastectomia, e spesso è difficile riuscire a riconoscere il seno operato dall'altro».

Non solo: all'Ieo dagli anni 90 è stata messa a punto la tecnica del “linfonodo sentinella”, che permette di evitare al 70 per cento delle donne l'asportazione radicale dei linfonodi ascellari, intervento che allungava il ricovero, e, soprattutto, comprometteva la funzionalità del braccio. Oggi si identifica il linfonodo più vicino al tumore, lo si analizza per accertare se contiene cellule maligne e si interviene chirurgicamente solo se è davvero necessario. Dopo cinque anni dall’operazione, le pazienti trattate con questa tecnica presentano una percentuale di guarigione del 98 per cento, analoga o addirittura migliore rispetto a quella delle donne sottoposte a rimozione dei linfonodi dell’ascella.

Ma la scienza medica è andata ancora oltre, sempre al fine di far tornare le donne alla loro vita “di prima” più in fretta possibile e senza conseguenze: «Per risparmiare alle pazienti le 5-6 settimane di radioterapia post-operatoria, e quindi gli effetti collaterali, ogni volta che è possibile la facciamo durante l'intervento stesso, dopo aver asportato il tessuto malato. Ciò spesso è sufficiente o comunque permette di ridurre molto i tempi di eventuali terapie successive».

Ci sono notizie confortanti anche per chi arriva dall'oncologo quando purtroppo la malattia è già avanzata o si è manifesta anche in altre parti del corpo: «Anche è necessaria la mastectomia, si salva il rivestimento cutaneo, la zona areola-capezzolo e si ricostruisce immediatamente la mammella con una protesi di silicone, ritoccando anche l'altra per ridonare simmetria», spiega Paolo Veronesi. «Così la donna entra in sala operatoria una sola volta e ne esce con la femminilità intatta, anche sul piano psicologico. La mutilazione non deve più esistere, nemmeno nella mente».

I centri specializzati nel trattamento del carcinoma della mammella non sono molti, ma diffusi su tutto il territorio italiano. Avverte Veronesi: «A costo di allontanarsi qualche chilometro da casa, a prescindere dalla bravura di un singolo specialista, è importante affidarsi a un equipe pluridisciplinare - chirurgo oncologo, chirurgo plastico, oncologo medico, radioterapista, patologo, psicologo - per garantirsi il risultato migliore».

La chemioterapia “dolce”

«Ho avuto un tumore al seno, ho fatto la chemioterapia con un nuovo farmaco e posso dire con orgoglio che questi sono i miei capelli», ha raccontato Elena Daverio, moglie del critico d'arte Philippe, scuotendo i lunghi capelli rossi all'incontro “Ieo per le donne”, lo scorso giugno a Milano. Lei è una delle donne che hanno partecipato a uno studio clinico avviato dall'Istituto con il farmaco Caelix. Già utilizzato nelle fasi avanzate del tumore dell'ovaio e del seno, non causa la perdita dei capelli e ha una minima tossicità per il cuore, è stato quindi sperimentato nella fase pre-operatoria, per ridurre la massa tumorale prima dell'intervento. Ora i medici hanno intenzione di proporlo anche dopo l'operazione per prevenire le recidive.

Oggi gli effetti collaterali più sgradevoli della chemioterapia vengono anche controllati con terapie di supporto sempre più efficaci. Ma, secondo Paolo Veronesi, «Viene ancora prescritta con eccessiva larghezza, mentre si dovrebbe riservarla ai casi in cui non ci sia un'alternativa. La ricerca fa progressi quotidiani nella messa a punto di farmaci mirati, con effetti collaterali minimi ma efficacia sempre maggiore sul tumore: per esempio, i farmaci biologici come trastuzumab, un anticorpo monoclonale in grado di colpire e distruggere le cellule tumorali senza arrecare danni a quelle sane efficace contro il tumore al seno Her2 positivo, dal nome della proteina prodotta da un gene specifico, che ogni anno colpisce 8-10mila donne».

Non solo: la maggior parte dei tumori sono ormono-dipendenti, si sviluppano “approfittando” dell'attività ormonale: «E allora si può intervenire con farmaci ad attività anti-ormonale», sottolinea Veronesi. «Iniezioni di analoghi dell'LhRh che, ogni 28 giorni, bloccano le mestruazioni, e tamoxifene, un farmaco per bocca che impedisce al tumore di “utilizzare” gli estrogeni. La donna ha una menopausa farmacologica da 2 a 5 anni, reversibile e con eventuali effetti collaterali soggettivi – vampate, insonnia, secchezza vaginale - controllabili con l'aiuto del ginecologo. Al termine della terapia la donna torna fertile ed è perfettamente in grado di avere una gravidanza. Per le donne in post-menopausa, oltre al tamoxifene ci sono i nuovi inibitori dell'aromatasi che bloccano direttamente ogni produzione residua di estrogeni e quindi la eventuale proliferazione di cellule tumorali».

Mettere al sicuro la fertilità

Per una donna che non ha ancora avuto figli, difendere la fertilità dal “big killer” è un aspetto delicato e importante. Nel nostro Paese 1.500 donne sotto i 40 anni vengono colpite ogni anno da un cancro alla mammella, e il 33 per cento di loro non ha avuto figli. «Il problema è per i casi in cui la chemioterapia è necessaria», sottolinea Veronesi. «Tra gli effetti collaterali, ci può essere una riduzione del numero di follicoli o l'atrofia delle ovaie. La soluzione è prelevare in laparoscopia e congelare gli ovuli prima dell'inizio della terapia. Trascorsi da 3 a 5 anni dall'intervento, la donna può anche affrontare una gravidanza con la fecondazione assistita». La mammella sottoposta a radioterapia perde ogni attività biologica, ma se l'altro seno è sano, la donna potrà anche allattare il suo bambino.

C'è anche una speranza in più: uno studio coordinato dall'Istituto dei tumori di Genova su 280 pazienti fra i 18 e i 45 anni curate in 16 centri italiani, in fase avanzata di sperimentazione, ha dimostrato che è possibile ridurre la menopausa precoce dal 50 al 30 per cento grazie a un farmaco, la triptorelina, che mette a riposo le ovaie prima di iniziare la chemioterapia e impedisce che ne subiscano gli effetti tossici (maggiori nei tessuti che si rinnovano rapidamente, come i capelli). Nuovi studi su un numero più ampio di casi potranno fornire maggiori informazioni sulla capacità di questo farmaco di preservare la fertilità nelle donne. Ma è l'ennesima dimostrazione che le donne non devono più avere paura, perché la medicina è sempre più rosa.

I numeri

  • Nel mondo occidentale, il tumore al seno è il primo tumore femminile per numero di casi e la sua incidenza è in costante aumento. In Italia si calcola che nel 2010 i nuovi casi di tumore alla mammella saliranno a circa 42mila, e una donna su 8-10 corre il rischio di ammalarsi nel corso della vita. Il rischio è direttamente proporzionale all'età: a 60 anni è maggiore che a 40, e paradossalmente, se una donna vivesse 120 anni avrebbe quasi la certezza di ammalarsi.
  • La prevenzione: è raccomandata un'ecografia all'anno dai 35 anni in poi, cui aggiungere una mammografia dai 40 anni. Ma se il seno è molto denso e ghiandolare, la mammografia si può fare con minore frequenza, mentre più spesso l'ecografia; viceversa se la mammella è di tipo adiposo, e quindi molto trasparente ai raggi X, basta la mammografia. L'ideale per tutte le donne sarebbe sottoporsi a 35 anni a un'ecografia e una mammografia che “fotografino” la situazione di base e quindi concordare con uno specialista il programma di prevenzione su misura, in base alla salute generale e alla familiarità.
  • Se il tumore al seno viene scoperto nelle fasi iniziali della malattia, la guarigione arriva oltre l'80 per cento dei casi. Trenta anni fa, si salvava solo il 40 per cento delle donne.

La Fondazione Veronesi

Il carcinoma del seno colpisce le donne senza fare preferenze: la diagnosi precoce è l'arma di difesa più efficace per tutte, ma l’ulteriore miglioramento della prognosi si basa su progetti volti ad adottare terapie personalizzate. Tra le quali, lo studio della genetica dei tumori per conoscerne in anticipo la sensibilità ai farmaci in modo da scegliere l’approccio corretto per ogni paziente. I tumori, infatti, sono diversi per caratteristiche biologiche (che dipendono dal loro Dna), e la scelta terapeutica non può essere basata su protocolli standardizzati ed eccessivamente generali: è necessario che ogni malattia sia considerata a se stante, così come ogni donna è unica. La Fondazione Veronesi, www.fondazioneveronesi.it è impegnata in questi ambiti su molti fronti: oltre all'informazione, raccoglie fondi per sostenere la ricerca, eroga borse di studio per giovani scienziati e premia, col Veronesi Award, un ricercatore che porti un contributo significativo nel trattamento e la cura del tumore al seno, oltre a condurre campagne di diagnosi precoce a favore di donne di paesi disagiati (Egitto, Israele, Palestina). Al sito è possibile scaricare gratuitamente il quaderno “Tumore al seno. Il presente e il futuro”, con le risposte scientifiche alle domande più frequenti delle donne. Inoltre, per sapere dove effettuare le visite, è possibile collegarsi allo Sportello Cancro: qui è disponibile l’elenco di tutti gli ospedali italiani che si occupano dei tumori della categoria prescelta, ordinati in base alla loro "esperienza" (numero dei ricoveri e degli interventi eseguiti in un anno) e all'Indice Medicare: un parametro - messo a punto negli Stati Uniti - che consente di valutare la "complessità" globale del lavoro di un ospedale.

Con un nastro rosa

È Francesca Senette la testimonial della campagna Nastro Rosa 2010 che vede la Lilt ed Estée Lauder Companies in prima linea nella battaglia contro il tumore al seno. Ideata nel 1989 negli Stati Uniti da Evelyn Lauder (fondatrice anche della Breast Cancer Research Foundation, un’istituzione senza fini di lucro che raccoglie fondi per per sostenere la ricerca) e promossa in tutto il mondo, la campagna mira a sensibilizzare le donne sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce dei tumori della mammella. Per tutto il mese do ottobre, negli oltre 390 punti prevenzione Lilt (la maggior parte è nelle 106 sezioni provinciali, ma ci sono anche unità mobili in alcune piazze) ci si può sottoporre a visite senologiche e controlli clinici. Per conoscere giorni e orari di apertura dell’ambulatorio Lilt più vicino, basta chiamare il numero verde SOS LILT 800-998877 o consultare i siti www.nastrorosa.it o www.lilt.it, dove ci sono anche gli eventi organizzati in varie città italiane. Come i monumenti illuminati per una o più notte di rosa, il colore simbolo della campagna: in occasione dell'accensione di Palazzo Reale a Milano, Estée Lauder Companies premia con un contributo in denaro una ricercatrice oncologica. Moltissime le iniziative presso le profumerie, con opuscoli informativi e il nastrino rosa simbolo della campagna e la possibilità di sostenere la Lilt, anche acquistando vari prodotti di bellezza. Iscrivendosi al sito www.nastrorosa.it si potrà scaricare un voucher per una seduta di make up gratuita o analisi della pelle, scelta del fondotinta perfetto, percorso profumato presso un corner Estée Lauder La Rinascente e Coin di molte città.

Il rosa entra anche in casa

La Susan G. Komen Italia è un'organizzazione di volontariato che dal Duemila è attiva nella lotta contro il tumore al seno: la sua iniziativa più celebre è la Race for the Cure una marcia che si volge a Roma da 11 anni, per sensibilizzare sull'importanza della prevenzione, raccogliere fondi e far capire alle donne che si confrontano con la malattia che non sono sole. Vileda, azienda leader di prodotti per la pulizia della casa, devolverà all'associazione una percentuale per ogni confezione della “linea rosa - Supermocio Fiocco Rosa, scopa, guanti, panno pavimenti - oltre a finanziare le attività di Susan G. Komen Italia nell'ambito della prevenzione e ricerca. Ed è rosa anche il il Robot da cucina Artisan di KitchenAid che, già dal dal 2006 in Italia e sulla scia di un'iniziativa partita negli Stati Uniti sostiene l’iniziativa Cook for the Cure: per ogni robot, 99 euro del prezzo di vendita sono devoluti alla Susan G. Komen Italia. Info: www.komen.it

La forza e il sorriso

Non è una terapia, ma è una vera cura: in diversi ospedali italiani ci sono laboratori di trucco dove un team di professioniste della bellezza incontra le donne operate al seno per aiutarle a riconquistare femminilità e autostima. Si chiama “La forza e il sorriso” ed è un programma che, dal 2006, ha permesso a oltre un migliaio di donne di partecipare a più di 250 laboratori di make-up: si impara a proteggere la pelle, a scegliere il trucco giusto per valorizzare il proprio aspetto e fronteggiare le conseguenze di chemioterapia e radioterapia, con effetti straordinari sul benessere. Il laboratorio è gratuito e a ogni partecipante viene regalato un kit di bellezza per mettere in pratica i consigli dei consulenti di bellezza durante l’incontro e a casa. L'iniziativa, sotto il patrocinio di Unipro, Associazione italiana delle imprese cosmetiche e supportato da 12 aziende prestigiose, si ispira al progetto “Look Good… Feel Better” nato in America nel 1989. Lo scopo: affiancare il percorso di guarigione clinico a quello legato alla sfera psicologica ed emotiva, perché le donne possano ritrovare, insieme alla salute, anche il sorriso. Davanti allo specchio e dentro di sé. Oggi sono 17 gli ospedali italiani che ospitano i laboratori, ma si prevedono nuove aperture: l'elenco (e le date dei laboratori) si trova al sito www.laforzaeilsorriso.it. Info tel. 02.28177380, info@laforzaeilsorriso.it

da «Elle» (ed. Hachette Rusconi), novembre 2010