A me gli occhi, please

Lui non è l'uomo giusto ma non riuscite a lasciarlo? Provate l'ipnosi: niente pendolini né trance, solo un "incontro con se stessi". Come racconta una donna che ha risolto il suo problema senza che qualcuno le abbia rubato l'anima

di Mariateresa Truncellito

Il testo che segue è il risultato di una conversazione con la protagonista. È scritto in prima persona per conservare l'immediatezza del racconto, ma le esperienze vissute sono di Gavina, non mie

Se la parola ipnosi vi fa venire in mente pendolini esoterici, maghi da «a me gli occhi» e trance con perdita di controllo siete fuori strada. Parlo per esperienza: l'ipnosi dinamica mi ha permesso di risolvere un problema personale che comprometteva la mia vita e di affrontare la quotidianità con nuova grinta. Ma nessuno mi ha rubato l'anima, neppure per un secondo.

Mi chiamo Gavina, ho 50 anni, abito a Roma. Sono un medico omeopata e madre separata di due figli adulti. La mia è una vita piena e trafelata, divisa tra i pazienti e i viaggi in giro per il mondo, per congressi e aggiornamenti: anche adesso sono in partenza per Tokyo.

Per professione, ma soprattutto per carattere, sono una persona molto razionale e concreta. Da donna di scienza, pur aperta alle terapie complementari, mi sono avvicinata all'ipnosi con un misto di curiosità, scetticismo e sfida. Su di me ha funzionato. E da allora la consiglio anche ai miei pazienti.

Prima di approdare all'omeopatia, nel mio curriculum ci sono molti anni di medicina tradizionale, in ambiti segnati dalla sofferenza. Ho cominciato a lavorare in ospedale a Trieste, subito dopo la laurea, al pronto soccorso e nel reparto di pneumologia, dove mi occupavo di malati attaccati al polmone d'acciaio. Poi sono passata in oncologia e alle patologie infettive, sempre respiratorie. Nonostante la durezza delle esperienze che dovevo fronteggiare e i turni massacranti, ho retto bene. Anche grazie alla psicanalisi: ho percorso un lungo cammino di conoscenza personale, con molte sedute individuali e di gruppo che mi sono state di grande aiuto non solo per la mia evoluzione, ma anche nel rapporto con i pazienti.

A 33 anni, però, il mio equilibrio ha vacillato: una mattina fu ricoverato d’urgenza un ragazzo di vent'anni per una tubercolosi. Rimase in reparto per 8 mesi, curato con terapie intensive. È guarito completamente dalla Tbc, ma è uscito dall'ospedale con una grave insufficienza epatica e renale. Nel giro di un paio d'anni avrebbe avuto bisogno della dialisi. Per me è stato un evento sconvolgente. Sono andata in crisi.

È stato allora che mi sono avvicinata all'omeopatia. Per molto tempo, nonostante l'azzardo di gettare via la carriera che mi ero costruita fino a quel momento, ho smesso di lavorare per frequentare l'unica scuola di omeopatia che esisteva allora a Roma, per 5 anni, e poi ho continuato con vari master internazionali in Grecia. Non me ne sono mai pentita, perché nella mia vita ho sempre avuto le idee chiare su cosa fosse giusto per me.

L'ipnosi aveva smosso un disagio che ristagnava nel mio inconscio da tantissimo tempo. Forse dal giorno della mia nascita

Fino a due anni fa. Avevo una relazione con un avvocato. Un uomo delizioso, pieno di affetto e premure, oltre che un professionista serio e una persona molto per bene. Ma non ero innamorata abbastanza per sentirmi bene nella nostra storia. Non riuscivo a lasciarlo, anche se era la cosa giusta da fare. Non sapevo come dirglielo, perché non c'era niente che non andasse, non potevo rimproverargli nulla. Forse avevo anche paura di affrontare la solitudine. Può sembrare banale e, razionalmente, lo era: avevo avuto altre storie, e quando si era trattato di dire basta non avevo avuto nessuna difficoltà a chiudere. Ma stavolta sì.

La cosa che mi faceva più male era il non riconoscermi. Avvertire una sensazione di impotenza, vedermi incapace di prendere una decisione con la consapevolezza che fosse quella migliore. Mi sono confidata con un'amica e collega. Ed è stata lei a suggerirmi l'ipnosi dinamica. Mi sono documentata: ho comprato qualche libro sull'argomento, ho fatto qualche ricerca in Internet. Dopo un paio di settimane, ho preso appuntamento con lo specialista.

Gli ho esposto il problema, la mia incapacità di prendere una decisione così importante per la mia vita, presente e futura: faccio bene a lasciare il mio compagno? O la difficoltà che provo è il segno che potrei pentirmene? Lui, con grande sicurezza, mi ha detto: «Dottoressa, il suo blocco emotivo si può risolvere con tre sedute». Confesso che, lì per lì, mi sono sentita perplessa: ma come, io ci sto rimuginando da mesi, anni di psicanalisi sembrano non essere stati sufficienti, e questo, senza nemmeno conoscermi, pensa di liquidarmi in fretta e furia? Forse non riesce a comprendere la gravità del mio problema. Nonostante ciò, ho deciso di provarci lo stesso. Più per sfida che per convinzione.

A tu per tu con l'inconscio

Nel primo incontro lo psicologo mi ha spiegato che col suo metodo di ipnosi dinamica avrebbe dato la parola al mio corpo. Quella che lui definiva comunicazione «analogica», cioè emotiva e non razionale, gli avrebbe permesso di entrare in contatto con il mio inconscio. Mi ha quindi chiesto di restare in piedi, con gli occhi chiusi, e ha cominciato a farmi domande, la cui risposta poteva essere solo un sì o un no. La prima è stata: «Ti chiami Gavina?». E la seconda: «Ti chiami Francesca?». Il mio corpo ha risposto sì la prima volta, con un'oscillazione in avanti, e no, la seconda, con una oscillazione all'indietro. Poi ha chiesto: «Il blocco emozionale è venuto prima dei 30 anni? Tra i 30 e i 40 anni? Dopo i 45 anni?» e così via, finché ha circoscritto un arco temporale di cinque anni della mia vita. Quindi ha fatto ulteriori domande, ristrette a questo periodo. Ho capito dopo che l'ipnosi avrebbe rivelato che il mio «vero» problema era cominciato molto prima dell'inizio della mia relazione con il mio uomo. Il mio blocco emotivo era del tutto indipendente dalla situazione presente che non riuscivo a risolvere.

Una volta stabilito che l'evento negativo era avvenuto quando avevo 40 anni, ho potuto finalmente sedermi, ma la comunicazione analogica è continuata, finché è emerso un episodio che avevo del tutto rimosso, e che mi aveva causato un forte senso di umiliazione. Era successo durante un congresso medico, di fronte ad almeno 400 persone, dove partecipavo come relatore. Avevo appena finito di raccontare un caso clinico e la terapia che avevo prescritto al paziente, spiegando che avevo stabilito dosaggi inferiori a quelli usati di solito perché la persona si trovava in una condizione emotiva molto delicata e non volevo turbarla ulteriormente. Il moderatore, togliendomi la parola, è intervenuto con quella che voleva essere una battuta: «Ecco, queste sono le terapie delle colleghe femmine». Tutti gli uomini presenti in platea in effetti hanno riso, ma la frase era di cattivo gusto, irrispettosa nei miei confronti e verso la mia professionalità. Nonostante la sgradevolezza, ho replicato prontamente: «E questa è una battuta che avrebbe potuto fare solo un collega uomo». Sono stata all'altezza della situazione e ho risposto per le rime. Ma emotivamente la cosa non era andata via così liscia.

L'episodio, in sé, non aveva nessuna importanza, tanto che lo avevo immediatamente dimenticato. Ma con l'ipnosi dinamica ho scoperto che, per qualche ragione, era stato capace di smuovere un disagio che ristagnava nel mio inconscio da tantissimo tempo. Forse addirittura dal giorno della mia nascita.

La prima della classe

Io ho un fratello gemello, col quale ho da sempre un buon rapporto. Non ci somigliamo molto, nemmeno nel carattere. E anche negli studi ho sempre avuto risultati migliori dei suoi: io sono sempre stata tra i primi della classe, mio fratello andava bene ma senza eccellere. Nonostante ciò, tra noi non c'è mai stata nessuna rivalità né competizione. Quello che non era contento della situazione era nostro padre, che non ha mai mandato giù il fatto che io, femmina, fossi più brava del suo figlio maschio prediletto. Di questa «debolezza» di mio padre sono sempre stata consapevole. Ma, almeno razionalmente, non ci ho mai sofferto granché. Il mio inconscio invece sì. Tantissimo.

L'umiliazione «sessista» che avevo provato al congresso aveva fatto riemergere questa sofferenza che nemmeno sapevo di avere. Ciò mi ha causato il blocco emotivo che mi impediva di affrontare la fine della mia relazione con il mio compagno, mi toglieva il coraggio di dirgli che non lo amavo più.

Insieme al ricordo di avvenimenti e situazioni che avevo rimosso, è uscita fuori l'emotività e il senso di umiliazione e di inferiorità. Improvvisamente ho provato una sensazione fisica di benessere e leggerezza. Il terapeuta, però, mi ha ordinato di nuovo di alzarmi, e mi ha chiesto: «Il problema che ha Gavina è superato al 20 per cento? al 30 per cento?» e il mio corpo ha risposto sì fino al 50 per cento.

Mentre avveniva tutto ciò, io ero sempre consapevole. Anche se l'ipnologo aveva aggirato le barriere della mia razionalità - altrimenti ricordi, esperienze e sensazioni lontanissime nel tempo non sarebbero emersi - ho continuato a percepire l'ambiente esterno, rimanendo vigile. Tutto sommato, è un'esperienza che si può paragonare a quella che viviamo quando andiamo al cinema: la visione di un film ci «ipnotizza», perché ci immedesimiamo nei protagonisti e nella storia, e per un paio d'ore non esiste altro. Ma sappiamo bene di essere dentro a un cinema, anche se la nostra attenzione è concentrata su quanto accade sullo schermo.

Per sbloccarmi completamente c'è voluto anche il secondo incontro, nel quale l'ipnologo ha fatto parlare il mio corpo di una serie di episodi che riguardavano il rapporto con mio padre, molto lontani nel tempo e privi di sensazioni dolorose. Alla fine, alla domanda «Il problema di Gavina è risolto totalmente?», il mio corpo si è tanto piegato che ho dovuto fare un passo avanti per non cadere. E l'ipnologo ha concluso che era tutto a posto. Sono uscita dallo studio un po' delusa, perché mi ero sentita meno coinvolta della prima volta e pensando che, di nuovo, l'ipnologo fosse un po' spaccone.

Ma la sera stessa, davanti a un cocktail, sono riuscita a dire al mio uomo che non desideravo più stare con lui. Con grande serenità, e trovando anche le parole giuste, quelle che fino a quel momento mi erano mancate. Lui mi ha chiesto «Perché?» e io sono riuscita anche a spiegargli che non mi sentivo abbastanza coinvolta. Mi ha risposto solo che se avessi cambiato idea, lui mi avrebbe aspettato.

Ho deciso che se l'ipnosi aveva funzionato così bene per me in un problema che mi sembrava insuperabile avrebbe potuto aiutarmi a migliorare me stessa in altre situazioni di disagio che interferivano con la mia qualità di vita. In particolare, volevo diventare più grintosa e assertiva nella mia professione, soprattutto quando sono obbligata a confrontarmi con colleghi aggressivi. Perciò ho fatto altre sedute, per altri sei mesi, per imparare ad «alzare la voce» a mia volta.

Da allora ho suggerito l'ipnosi dinamica anche ad alcuni miei pazienti per i quali l'omeopatia non basta: chi vorrebbe smettere di fumare e non ci riesce, chi soffre di disturbi alimentari, dalla bulimia alla nausea, giovani con comportamenti compulsivi, come la cleptomania, o attacchi di panico o di ansia. Io ho provato che non c'è da avere paura: l'ipnosi non mi ha fatto perdere il controllo. Anzi, il contrario: mi ha permesso di ritornare padrona delle mie emozioni quando non ero più capace di gestirle.

VeloceMente

La cantante pop inglese Lily Allen con l’ipnosi è riuscita a dimagrire. Courtney Love tornata in forma senza troppa fatica, mentre Eva Mendes ha superato l'aracnofobia, il terrore dei ragni, e Maurizio Costanzo ha smesso di fumare. «In realtà è anche sbagliato parlare di “cura”», puntualizza Stefano Benemeglio, psicologo e fondatore dell'Istituto di psicologia analogica e di ipnosi dinamica di Milano. «L’ipnosi, in particolare l’ipnosi dinamica, non è una terapia ma un metodo che, a differenza di altri, consente alle persone non di interpretare ma di “parlare” con l’inconscio utilizzando tecniche di comunicazione non verbale come il segno, il gesto e il comportamento». Secondo Benemeglio, l’ipnosi dinamica non mira ad attaccare il sintomo, ma a combatterne direttamente le cause interpretando atti comunicativi non verbali privi di significato razionale, ma che esprimono le emozioni più profonde dell'individuo. «Il soggetto regredisce nel passato per trovare la causa del suo malessere psicologico. È lui stesso a indicare l'evento traumatico che provoca la sofferenza, e persino il momento in cui è accaduto», spiega. «Durante l'ipnosi si registrano gesti, suoni, variazioni della postura: messaggi del codice analogico, gli stessi principi che Freud identificò nella produzione dei sogni, atti mancati e lapsus. Agendo sull'inconscio, l'ipnosi permette il recupero dell'equilibrio grazie all'intervento di quella parte più nascosta di noi che la razionalità censura». In Occidente l’ipnosi è di moda, anche grazie al grande numero di star internazionali che la scelgono per risolvere i loro problemi. «Ma è anche la rapidità di azione, perché pochi incontri sono sufficienti per comunicare con il proprio inconscio», continua Stefano Benemeglio. Secondo il Cenispes, il Centro italiano di studi politici, economici e sociali, ben 8 milioni di italiani hanno provato l'ipnosi. A ricorrervi sono soprattutto i quarantenni: il 58 per cento dei pazienti infatti ha tra i 40 e i 49 anni, e metà sono donne.

Per ulteriori informazioni, Associazione internazionale delle discipline analogiche (www.accademianalogica.com).

da «Elle» (ed. Hachette Rusconi), gennaio 2010