Mamma che dolore

Elle giugno 2010 L'analgesia epidurale, per legge, sarebbe un diritto: libera e consapevole partecipazione al parto, senza sofferenza. Nella pratica, solo alcuni ospedali, per lo più al Nord, offrono questa possibilità. Questione di costi? O di pregiudizi?

di Mariateresa Truncellito

Tu uomo lavorerai col sudore della fronte, e tu donna partorirai con dolore: se oggi la prima parte della maledizione biblica è quasi superata – stress a parte – altrettanto non vale per seconda. Almeno in Italia: solo il 16 per cento degli ospedali offre alle donne la possibilità di dare alla luce i loro figli senza sofferenza. Con l’analgesia epidurale.

Certo, i bambini nascono comunque, come succede dai tempi di Adamo ed Eva, appunto. Ma nel 2010, almeno in occidente, il dolore è combattuto con una tenacia sconosciuta in altre epoche: analgesici e antidolorifici si consumano in grande quantità, spesso abusandone, senza sensi di colpa. E anche il dolore dell'anima è rimosso come un inconfessabile tabù. Sempre, tutti i giorni.

Tranne che nei due momenti più significativi dell'esistenza: la nascita e la morte, quando la sofferenza diventa un “valore”.

«L’epidurale è la logica conseguenza della progressiva medicalizzazione della nascita, che oggi può essere effettivamente molto traumatica», nota Verena Schimd, l'ostetrica fiorentina che alla fine degli anni Settanta è stata una pioniera in Italia del ritorno al parto in casa. «Però il dolore è un ingrediente sgradito ma fondamentale del travaglio fisiologico, un elemento che attiva la donna e la rende più forte, la predispone al legame con il bambino, è fondamentale nella promozione della salute. La sua soppressione crea una serie notevole di complicanze nel processo del parto, ma soprattutto inibisce la reattività della donna e quindi la rende più debole, inoltre così perde una grande occasione di fare un’esperienza importante su di sé. Ci sono modi naturali per alleviarlo: un’ostetrica per ogni partoriente, un ambiente intimo e tranquillo, con i propri tempi e ritmi, il travaglio in acqua».

Il diritto di non soffrire

In effetti, c'è chi ritiene che la scarsa diffusione dell'epidurale in Italia dipenda dalle donne stesse, che, una volta tranquillizzate sulla loro capacità di affrontare con le proprie forze un parto naturale, non la vogliono, per vivere in modo totale l'esperienza. «Anche tra gli addetti ai lavori non mancano le discussioni sul fatto che il dolore possa rendere “più mamme” le donne», risponde Giorgio Capogna, presidente del Comitato scientifico per l'anestesia ostetrica, Società europea di Anestesiologia, e primario di Anestesiologia e rianimazione del Gruppo Garofalo di Roma. «Benché la scienza concordi che il dolore non sia necessario per partorire “bene”. Le resistenze culturali, comunque, contano relativamente. Infatti, negli ospedali italiani dove l'epidurale è offerta 24 ore su 24, ed è solo un aspetto di un progetto ben più ampio sul parto “umano”, considerato un evento unico nella vita di una coppia, e rispettoso delle sue esigenze di accoglienza e di privacy, la percentuale di donne che la chiedono supera il 60-80 per cento, con punte del 97 per cento».

Banalmente, si potrebbe pensare che la discussione “su epidurale sì o no” sia una difesa di interessi corporativistici: da una parte gli anestesisti, dall'altra le ostetriche. «Io non sostengo il parto indolore a ogni costo, né tanto meno imposto», puntualizza Capogna. «Ma il diritto della donna che vuole l'epidurale ad averla, con la migliore tecnica disponibile».

Un boom di cesarei

In teoria, è un diritto riconosciuto anche dal legislatore: dopo il parere favorevole del Comitato nazionale di bioetica, che ha definito l’epidurale il “mezzo che la medicina offre per compiere una libera scelta e per realizzare un maggior grado di consapevolezza e di partecipazione all’evento parto”, nel 2008 un decreto del Consiglio dei ministri l'ha inserita nei Livelli essenziali di assistenza (Lea, le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a garantire, gratuitamente o col ticket). Per Guido Fanelli, coordinatore della Commissione ministeriale sulla terapia del dolore e cure palliative, «La norma cerca di avvicinare l’Italia agli altri paesi europei nella gestione del dolore delle donne partorienti, e di tornare a un corretto ricorso al parto con taglio cesareo, da noi molto sopra la media».

Nella pratica, però, non tutte le regioni hanno stanziato fondi sufficienti. Accanto a ospedali di eccellenza, dove l’analgesia epidurale si può richiedere sempre, nella maggioranza degli ospedali è offerta in modo incostante. In Lombardia, dove 5 milioni di euro all’anno sono distribuiti a tutti i punti nascita, dal 2005 le donne che hanno avuto l'analgesia in travaglio sono passate dall'8 al 16 per cento in un paio d’anni. Nel 2009 anche il Veneto ha stanziato 1 milione di euro, mentre l'Emilia Romagna ha elaborato linee guida per avere un punto nascita che offra l'analgesia epidurale in ogni provincia.

Commenta Giorgio Capogna: «Tutto è lasciato alla buona volontà delle singole strutture, alla passione dei medici, alla sensibilità degli amministratori e a bilanci che non abbiano deficit profondi come voragini. La donna partorisce comunque: e allora perché spendere denaro “solo” per rendere più sereno l'evento?». Avere un anestesista dedicato all'epidurale, sempre presente, festivi compresi, è una voce di spesa gravosa per un ospedale. Però, spesso è più facile ammantare una ragione squisitamente economica con motivazioni ideologiche o pseudo-scientifiche.

Solo dalle 8 alle 20, dal lunedì al venerdì

Paola Banovaz, art director e mamma di Iliàs, 17 mesi, è la presidente di Aipa, Associazione italiana parto in analgesia, fondata con un gruppo di amiche per difendere il diritto di ogni donna di essere informata e scegliere liberamente un parto senza sofferenza. «Io ho partorito all'Ospedale civile di Venezia, dove l'epidurale è garantita solo dalle 8 alle 20 e dal lunedì al venerdì», racconta. «Ma il ginecologo mi aveva suggerito di chiederla comunque, perché non ci sarebbero stati problemi. Erano le 3 del mattino quando ho detto all'ostetrica che volevo l'epidurale. Lei mi ha risposto: “Ma va là, ce la fai benissimo da sola” e non ha fatto nemmeno la mossa di cercare l'anestesista. Il mio parto è stato veloce, sereno ed è andato tutto bene. Ma ho continuato a riflettere sulla mia esperienza e su quella di altre donne, meno fortunate di me – alcune in cura per sindromi post-traumatiche dovute a parti gestiti male, con violenza e senza rispetto per la loro sofferenza, anzi minimizzandola - che avevo conosciuto attraverso forum su Internet». Perciò Paola ha deciso di aprire un blog (http://epidurale.blogspot.com), e ha scritto un libro che attende solo un editore per essere pubblicato. «L'epidurale, da sola, non è la risposta a esperienze di parti terribili. Ma renderla possibile per tutte le donne aiuterebbe molti “addetti ai lavori” ad accettare il fatto banalissimo che soffrire durante il parto non è un obbligo o un destino ineluttabile».

L’Associazione sta raccogliendo firme per sostenere una petizione al Ministero della salute per far sì che tutti gli enti ospedalieri siano indotti ad accogliere la richiesta delle donne dell’anestesia epidurale per partorire (www.firmiamo.it/analgesiaepiduralegratuitaegarantita).

La dose in borsetta

C'è pure un paradosso. Se l'Italia non è all'avanguardia per quantità, cioè per numero di parti in epidurale, lo è per qualità. Con l’epidurale tradizionale, via via che si esaurisce l’effetto dell’analgesia, tocca al medico rifornire il cateterino nella zona lombare, e se non è presente, l’attesa può essere pesante per la partoriente. Problema superato dalle nuove tecniche: «Siamo il primo paese europeo, dopo gli Stati Uniti, a utilizzarne due di ultima generazione associate, già disponibili in molti centri maternità», spiega Giorgio Capogna. «La Pieb, cioè la somministrazione a intervalli regolari di piccole dosi di analgesico, che ha azione continua, prevenendo il dolore. E la Pcea, che permette alla donna di “autosomministrarsi” l’analgesico secondo le sue esigenze, premendo un pulsante in una borsetta a tracolla. La donna può partorire senza dolore, senza interferenze sul travaglio, continuando a percepire le sensazioni, contrazioni comprese. Può camminare e scegliere la posizione che preferisce. La tecnica può essere eseguita in qualsiasi momento e ha bassissimi rischi di complicanze. Consente l'allattamento precoce e la donazione delle cellule staminali».

A chi ritiene che tutto ciò si traduca in una eccessiva medicalizzazione della nascita, Capogna risponde: «Il parto non è un evento così “naturale”: la femmina umana, a causa della posizione eretta e di un conseguente bacino molto stretto, è l'unica che non ce la fa a partorire da sola, ha bisogno di aiuto. Nessuno vuole riempire di monitor, cateteri, farmaci una donna nel momento più importante della sua vita. Ma la medicina ostetrica moderna può garantire la sicurezza e il benessere e la salute di mamma e bebè cercando di restare dietro le quinte, così da permettere un evento personale, intimo, che sia il più possibile solo della coppia. Dobbiamo lavorare perché questo avvenga in tutti gli ospedali. E perché a nessuna donna sia negata la possibilità di partorire nel modo migliore possibile, come desidera lei e non come desiderano i medici».

In questa direzione va il progetto Ospedale Donna promosso dall'Osservatorio nazionale sulla salute della donna (O.N.Da). Spiega la presidente Francesca Merzagora. «O.N.Da assegna uno, due o tre bollini rosa ai centri di cura che mostrino una particolare attenzione alla salute femminile. Un requisito fondamentale per ottenere il massimo dei voti è il parto in analgesia epidurale come possibilità offerta gratuitamente». L’elenco degli ospedali si può trovare al sito www.ondaosservatorio.it .

Non lo dimentico

Potrei fare causa all'ospedale - un centro di una città del nord-est - ma ci vorrebbero un sacco di soldi. E io li sto spendendo per la psicoterapia.

È successo due anni fa: avevo 32 anni, primipara. Sono entrata in sala parto dopo 48 ore di contrazioni, dilatata 3 centimetri. «Ci siamo quasi», dice il ginecologo. Ma l'ostetrica lo contraddice: «No, ci vorranno ancora molte ore». Una tirocinante mi chiede: «È seguita in privato da qualcuno del nostro staff?». Ho risposto di no. Il ginecologo e l'ostetrica, di colpo meno affabili, si sono ritrovati d'accordo: «Il bambino è appoggiato sulla vescica, si metta qui sul letto a pecora, così scenderà prima». E se ne sono andati.

Inizia una contrazione. Lunghissima e dolorosa da morire. Mio marito si agita: sa che ho una soglia del dolore molto alta. Capisce che qualcosa non va. Passa mezz'ora. Ogni tanto entra una ragazza che mi mette il sensore sulla pancia, e se ne va. A un certo punto sento un dolore atroce, una contrazione unica che mi attanaglia come una morsa. Comincio a lamentarmi ad alta voce. L'ostetrica finalmente arriva: «Non posso dirti quanto durerà, potrebbe andare avanti così anche tutta la notte».

Spaventata, le chiedo l'epidurale. Cambia espressione, diventa quasi cattiva: «Ma lo sai cosa ti può fare? Potresti rimanere paralizzata e creare seri danni a tuo figlio! E se chiamiamo l'anestesista adesso, ci mette un'ora per arrivare. Stai buona qui e aspetta, ok?». E se ne va.

Ma il dolore è sopra le mie possibilità, sento che non ce la faccio, mi mancano le forze. Inizio a gridare. Torna l'ostetrica. Mi fa spogliare, mi spinge quasi a forza sotto il getto di acqua calda della doccia. Poi si rivolge a mio marito: «Vedi come soffre? È il dolore più forte che proverà nella sua vita. Senti come urla!» ...come se io non ci fossi! Parlava di me in terza persona, quasi prendendomi in giro. Mi sono sentita come un cane.

Mi si rompono le acque. Corro nuda al mio lettino, mi aggrappo al cuscino e urlo, urlo. L'ostetrica mi dice di mettermi sulla cavalchina. Due praticanti mi saltano sulla pancia, mentre l'ostetrica mi ordina di smettere di gridare. Dietro le spalle di mio marito, vedo altre cinque persone che mi guardano. Mi vergogno, mi sento aggredita. Stuprata. Il ginecologo interviene con la ventosa, sento uno strappo doloroso, non basta. C'è una grande agitazione, intorno a me. Il medico torna con le forbici e mi pratica l'episiotomia, mentre io continuo a urlare, terrorizzata. Mi mette di nuovo la ventosa, mi spingono di nuovo sulla pancia, urlano di spingere e finalmente mio figlio esce.

Lo intravedo per un secondo: un bambolotto fermo, esanime, con le braccia che ciondolano. Me lo portano subito via, per mettergli la maschera a ossigeno e massaggiarlo.

Mentre una tirocinante mi ricuce – a lungo e male, tanto che ancora oggi la mia vita sessuale ne è compromessa - un'infermiera mi fa sapere che con le mie urla ho svegliato tutto l'ospedale fino al quarto piano.

Entra mio marito, con gli occhi arrossati, il fagottino urlante avvolto in una coperta: «Puoi tenerlo due minuti, poi lo devono portare subito in terapia intensiva... Ha un bozzo sulla testa, e un taglio. Ma non preoccuparti, hanno detto che probabilmente non ha danni...». Quando il ginecologo porta fuori dalla stanza mio marito, gli dice: «Eh, sa, son cose che succedono, una donna su tre partorisce così!».

Per fortuna ho avuto un maschio. Non dovrà mai subire tutto questo.

Una scelta in più

Sono anestesista rianimatrice e ho due bambini di sei e tre anni. Già alla prima gravidanza avrei voluto l'epidurale, e avevo fatto tutti gli esami nell'ospedale dove lavoro. Ma Giovanni alla 32° settimana ha rotto il sacco amniotico: ho dovuto optare per un ospedale attrezzato per l'assistenza ai prematuri. Dove però l'epidurale è un'eccezione. Per non mettere in difficoltà i miei colleghi, ho fatto senza. Ho avuto un travaglio e un parto “dolorosamente normali”: ero in ansia per il bambino, temevo avesse problemi – infatti è rimasto in terapia intensiva per un mese – e questo ha messo in secondo piano le mie esigenze. È andata bene, ma io sapevo che sarebbe potuta andare meglio.

Appena ho scoperto di essere di nuovo incinta, sapendo cosa aspettarmi in sala parto, ho deciso che non avrei rinunciato per la seconda volta all'epidurale, e Ludovico ho immaginato un parto molto più sereno.

Per la seconda volta ho dovuto ricredermi: ho avuto una preclampsia, una seria complicanza della gestosi che può mettere a rischio la vita di mamma e bambino. L’ho scoperta alla 34 settimana, grazie agli esami di preparazione per l'epidurale, perché gli esami di routine, due settimane prima, erano perfetti. Ludovico è nato tre settimane dopo, con un parto indotto. Ma la scoperta tempestiva mi ha evitato un cesareo, che sarebbe stato molto peggio, nelle mie condizioni.

Anche stavolta ero in una condizione psicologica pesantissima: già mi vedevo in rianimazione, io e il mio piccolo. Essere un medico ha peggiorato le cose. Il travaglio è stato violentissimo, con contrazioni ogni minuto e mezzo fin dall'inizio e 30 secondi di pausa, un incubo. Eppure, la dilatazione non avanzava: l’ansia bloccava il mio corpo. Dopo sei ore, l'anestesista ha deciso di mettermi il catetere e di somministrarmi una minima dose di farmaco. E’ bastato per tranquillizzarmi

Mi sono sbloccata, piano piano ho cominciato a rilassarmi e a sentirmi meglio. In dieci minuti, sono passata da 2 soli centimetri di dilatazione al parto. Senza dolore. Carponi. “Sentendo” Ludovico che scendeva e che, mentre usciva da me, aveva una manina appoggiata su un orecchio.

So che con il mio lavoro la mia esperienza può sembrare “di parte”. In realtà penso che l’epidurale debba essere una scelta consapevole, una possibilità: chi non la desidera merita rispetto. Ma anche le donne che la vogliono lo meritano. Anche nel mio ospedale a Monfalcone, all’inizio, le ostetriche erano contrarie all’epidurale. Però mi hanno dato fiducia: ho seguito i primi parti in analgesia rendendomi disponibile anche di notte, e alla domenica. I colleghi hanno visto che non è vero che blocca il travaglio, che impedisce di scegliere la posizione preferita per partorire e tanti luoghi comuni sono crollati. Le nostre ostetriche hanno scoperto che l’epidurale non è un campo di battaglia: solo una risorsa in più per le donne. E oggi sono proprio loro che, se il travaglio è molto lungo, la propongono alla partoriente.

da «Elle» (ed. Hachette Rusconi), giugno 2010