E la pillola va giù

Elle febbraio 2010Si comincia così, in un modo un po' banale. Dopo una notte insonne, un dolore che non si riesce a superare, un amore finito. Quella pastiglia per dormire (una, due, tre?) è la tua piccola, segreta abitudine. Che può diventare una dipendenza

di Mariateresa Truncellito

Un critico un po' cattivello ha detto che metà degli italiani sono stati drogati dalla tivù e l'altra metà dagli psicofarmaci. Io faccio parte dell'altra metà. O meglio: ne facevo parte fino a pochissimo tempo fa. Oggi spero di aver ripreso il controllo di me stessa, e della mia vita. Mi chiamo Anna Lucia, ho qualche anno sopra i 50, e vivo in una città emiliana. Sono un'insegnante in pensione, felicemente separata da pochi mesi e senza figli.

Ma le mie giornate sono piuttosto piene: faccio molto volontariato al 118 - il numero telefonico delle emergenze sanitarie - ho tante amiche, faccio sport e mi piace viaggiare. Del resto, dopo la laurea in Agronomia, ho sempre lavorato intensamente: per un certo periodo, al mattino facevo la professoressa di agraria in una scuola superiore, al pomeriggio collaboravo con l'università - ho anche pubblicato qualche ricerca - e poi correvo in palestra, due ore tutti i giorni, pesi, corpo libero, danza e nuoto e ogni nuova proposta. Sono sempre stata un vulcano, fin da ragazzina. A un certo punto, però, mi sono spenta.

Una vita normalissima

Tutto è cominciato in modo banale, come capita a molte persone. Avevo trent'anni, e ho perso contemporaneamente due uomini che amavo moltissimo: mio padre, che morì, e il mio fidanzato, che mi lasciò per un'altra. Due lutti che non sono stata capace né di reggere, né di elaborare. Passavo la notte a piangere, senza riuscire a chiudere occhio. E le giornate erano pesantissime.

Oggi la diagnosi sarebbe facile: depressione. Allora no, era solo un male oscuro, nel senso di non compreso. Non c'era la diagnosi e nemmeno la cura appropriata. Io venivo definita «ansiosa», «preoccupata», «provata dal lutto».

Odiavo la sofferenza. E chiesi aiuto a un amico, più giovane di me, che stava facendo la specializzazione in psichiatria. Anche se la sua esperienza in materia era molto scarsa, me lo diede: «Prima di andare a letto, prendi una di queste pastigline». Disse proprio così: pastigline, vezzeggiandole come caramelle. E io cominciai a ingoiarle con la stessa leggerezza.

Funzionavano, eccome. La dose era minima, un milligrammo, e bastava per superare la notte. Al mattino, ristorata dal sonno, stavo bene. Col passare delle ore l'angoscia tornava, ma tiravo avanti discretamente. Riuscivo ad andare a lavorare, ad affrontare i ragazzi e credo di essere stata anche una brava insegnante. Non facevo nemmeno troppe assenze: solo quando mi capitava di non trattenere il pianto mentre ero in classe, mi prendevo qualche giorno di riposo. Ma tutto sommato avevo una vita normale, almeno in apparenza. Ogni volta che ero a corto di pastigline, c'era l'amico psichiatra e le sue confezioni ospedaliere. Per un po' di anni non ho avuto nemmeno bisogno di andare in farmacia a comprarmele.

Dormivo, lavoravo con grande senso del dovere, mi confrontavo con i colleghi, uscivo con le amiche. Ogni mattina mi alzavo con una speranza, l'attesa di una novità, di un cambiamento. E invece no, giornate tutte uguali, tutte storte o, peggio, il giorno dopo più storto che quello prima. Anche se riuscivo a vivere, anche se avevo la forza di alzarmi dal letto, prendermi cura di me e gestire la quotidianità, la depressione era sempre la mia ombra. Così le pastiglie sono diventate due, un'altra verso le 18, «l'ora che volge al desìo». E qualche volta tre. È automatico: basta che una notte non riesci a dormire nonostante il farmaco per allungare la mano verso il blister sul comodino. La sera dopo, per essere sicura di addormentarti, ne prendi direttamente due insieme. Per essere sicura di essere libera dall'angoscia della solitudine almeno per qualche ora.

Finite le lezioni, l'università, la palestra, tornavo in una casa vuota, dove non c'era nessuno ad aspettarmi. Non mi mancavano le storie d'amore, anzi. Ne ho perso il conto: ma finivano sempre male. Gli uomini, regolarmente, mi lasciavano. Chissà: forse era la mia malattia non diagnosticata a spaventarli. Di certo, io ogni volta aggiungevo un pezzo di sofferenza alla mia sofferenza. E una mezza pasticca per sentirmi meno distrutta.

Oggi so che questo è un sintomo dell'astinenza: l'abuso di benzodiazepine rende il farmaco sempre meno efficace, e questo fa venire voglia di prenderlo un po' prima del solito, ogni giorno sempre di più. Quando l'intervallo aumenta, chi ne è dipendente finisce inevitabilmente per raddoppiare la dose. Non sono in grado di dire quante pasticche erano richiamate dalla loro perdita di efficacia e quante dall'aumento del mio dolore. Di sicuro, c'era che il tempo passava e io ero sempre zitella e sola, zitella e sola, e a ogni compleanno sempre più sola e sempre più zitella.

Ero arrivata a quattro pastiglie da un milligrammo l'una quando l'amico psichiatra, che nel frattempo aveva accumulato esperienze, mi ha consigliato di provare a smettere, mandandomi da un collega. Il medico mi ha proposto di sostituire le pastiglie con un farmaco in gocce. Era un placebo, acqua fresca. Me ne accorsi subito. E dopo una notte di insonnia, di angoscia e di rabbia - perché mi sentivo presa in giro come una sciocca - decisi che il tentativo sarebbe finito così. Le mie amiche, quando mi vedevano armeggiare con le mie pillole, mi davano affettuosamente della «drogata». Ma io ho sempre fatto spallucce: figuriamoci, sto benissimo, non è un farmaco tossico, non ho problemi di memoria né deficit di attenzione, non sono insonnolita, chi me la fa fare di rinunciare?

Ho avuto anche una seconda occasione per liberarmi dalla mia schiavitù: quando finalmente, grazie ai farmaci di ultima generazione, sono riuscita a guarire dalla depressione. A quel punto, però, la mia dipendenza dalle benzodiazepine era conclamata: e ho continuato a prenderle, al tramonto e prima di dormire.

«Avevo i miei “pusher” di fiducia; medici amici per ricette senza problemi, farmacisti tolleranti per qualche confezione in più»

Il matrimonio non ha funzionato

Per risparmiare, perché nel frattempo avevo dovuto cominciare a comprarmele, ho chiesto al medico di prescrivermi il dosaggio superiore, le pasticche da 2,5 milligrammi. Come tutti i «tossici» avevo i miei «pusher» di fiducia: medici amici che mi facevano le ricette senza troppi problemi, titolari di farmacie che mi conoscevano da una vita e mi davano le pastiglie anche senza ricetta o con la ricetta scaduta, o, ancora, senza timbrarla ogni volta, così da permettermi di prendere qualche confezione in più... Inoltre, io cercavo di rivolgermi a specialisti diversi e di non andare sempre nello stesso negozio, in modo da confondere le idee e non destare troppi sospetti sull'entità reale dei miei consumi.

Nonostante ciò, tutto sommato non ero una grossa consumatrice. La situazione è precipitata in anni recenti quando, insieme con l'età, è cresciuta la mia fragilità. Esasperata dalla solitudine, ho fatto una pazzia senile. Nel 2004 ho deciso di sposarmi con un uomo che il caso aveva portato nella mia vita, conosciuto solo qualche mese prima a casa di amici. Un gran bel ragazzo, di 16 anni più giovane di me. Del Senegal. Non un grande amore, per carità: ma mi piaceva molto fisicamente e per la sua personalità. E questo mi bastava. Le mie amiche hanno cercato di mettermi in guardia, ma io non ne ho voluto sapere.

È stato un errore. Il matrimonio non ha funzionato da subito. Anche se non era di religione islamica e aveva una discreta cultura, c'erano comunque troppe differenze nel modo di pensare perché la nostra coppia potesse reggere. Ho cercato di inserirlo nella mia famiglia e nel mio ambiente, ma è stato impossibile, perché lui vedeva nemici ovunque: «Tua cognata mi guarda come se fossi strano, tuo fratello non mi vuole». Non si sentiva accettato e in parte aveva ragione. Ma, soprattutto, beveva troppo. Non che non me ne fossi accorta. Ma, come spesso succede a noi donne - tanto più con un uomo più giovane e straniero - pensavo che sarei stata in grado di aiutarlo, e che avrebbe smesso. Ovviamente non è andata così, anzi. E ciò ha peggiorato la mia ansia: lui usciva e io sapevo che andava ad ubriacarsi ma non sapevo se e quando sarebbe tornato. Stava fuori tutta la notte e io lo aspettavo con gli occhi sbarrati: tornerà, non tornerà, avrà l'ennesimo incidente (ha distrutto tre automobili durante i cinque anni del nostro matrimonio), farà del male a qualcuno... È così che nel 2008 da due pasticche da 2,5 milligrammi al giorno sono passata di colpo a tre, una al tramonto, due prima di andare a letto. E all'inizio di quest'anno, per dormire più profondamente, ho aggiunto altre benzodiazepine. In gocce, però, per avere maggiore arbitrio, maggiore «generosità» quando ne sentivo il bisogno...

«Le mie amiche mi davano della drogata... A me?! Non era un farmaco tossico, non avevo problemi di memoria né ero insonnolita»

In crisi d'astinenza

Non so quante volte ho sentito dalle mie amiche «Noi te l'avevamo detto». Ma la voglia di uscire dal tunnel è stata più forte della frustrazione del fallimento. Ho detto a mio marito che ne avevo abbastanza di lui, e a giugno ci siamo separati. Dopo aver passato la vita a compiangere la mia solitudine, l'essermi resa conto che stare per conto mio era infinitamente meglio che essere male accompagnata mi ha dato coraggio. Ad agosto ho deciso che mi sarei liberata anche dalla schiavitù dei farmaci, perché non ne avevo più bisogno.

È stato sempre il solito amico psichiatra a indirizzarmi al centro di Verona specializzato nella cura delle dipendenze. I medici hanno verificato la mia idoneità al trattamento: ero seria, e molto motivata, perciò hanno deciso di ricoverarmi immediatamente, il 4 novembre.

Non è stata una passeggiata. Per dieci notti e dieci giorni ho vissuto da reclusa con una flebo nel braccio e una conseguente mobilità ridotta, in un piccolo reparto ospedaliero con le reti antisuicidio alle finestre. La seconda notte non ho dormito, e l'ho trascorsa leggendo. La terza, facendo parole crociate. La quarta, inaspettata da me (e forse anche dai medici, visto che non me ne avevano prospettato il rischio) è arrivata la crisi di astinenza: scariche di adrenalina, insonnia, nausea, crampi allo stomaco, tremori, caldo e freddo. È stata durissima, ma nemmeno per un minuto ho pensato che non ce l'avrei fatta. Al mattino ho chiamato un infermiere, che mi ha somministrato poche gocce di ansiolitico, per alleviare i disturbi. Nei giorni seguenti la fase acuta dell'astinenza è passata, e ho cominciato a stare bene. Ora devo solo assumere per un mese un quarto di pastiglia di un antidepressivo, finché il corpo non avrà ripreso il ritmo veglia-sonno naturali e non avrò più bisogno di nulla. Non vedo l'ora che arrivi quel momento. Ma non ho fretta: presto farò un viaggio in Marocco, e vorrei portare con me un ansiolitico, anche se leggero, in piccole dosi. Potrebbe farmi comodo quando dovrò dormire nel deserto, sotto le tende sorvegliate dai beduini....

Nome in codice: Bdz

Tranquillanti, ansiolitici e sonniferi: le benzodiazepine (Bdz, come Tavor, Valium, Minias...) sono gli psicofarmaci più prescritti al mondo, e la seconda classe di farmaci più prescritti dai medici italiani dopo i Fans (gli antinfiammatori non steroidei). «Il loro impiego è indicato in pazienti con disturbi ansiosi e problemi di insonnia, ma solo per brevi periodi: una-due settimane per l’insonnia e fino a quattro settimane per pazienti con ansia», spiega Paolo Mezzelani, psichiatra e fondatore del Servizio di medicina delle dipendenze del Policlinico universitario G.B. Rossi di Verona, unico centro specializzato in Italia nel trattamento di dipendenze da farmaci, ma anche da oppiodi, fumo, stimolanti (cocaina, ecstasy, anfetamine...), steroidi anabolizzanti, alcol. La maggior parte delle persone che usa i tranquillanti è seguita dai medici di medicina generale e solo una minima parte viene inviata allo psichiatra. Le Bdz sono incluse nella fascia C, il loro costo è a totale carico del paziente: secondo i dati disponibili, circa il 10 per cento degli italiani assume tranquillanti e la metà di questi in modo cronico, cioè tutti i giorni per più di sei mesi. Maggiore è la durata del trattamento, maggiore è il rischio di sviluppare dipendenza. «Alcuni arrivano a dosaggi spaventosi», racconta Mezzelani. «Abbiamo avuto in cura pazienti che assumevano oltre 200 compresse al giorno o otto boccette di farmaci in gocce». L’uso di tranquillanti aumenta con l’età, in particolare tra le donne: si calcola che una donna su quattro dopo i 65 anni di età usi tranquillanti (9 per cento tra gli uomini). Oltre all’età e al sesso femminile, altri fattori di rischio sono essere disoccupati e andare in pensione. In Italia l’uso di Bdz è aumentato del 53 per cento tra la metà degli anni Ottanta e il 2000 ed è in continuo aumento. Alterazione della memoria, minore capacità di concentrazione, riduzione della capacità psicomotorie e dipendenza sono i possibili effetti collaterali.

Come disintossicarsi

«La dipendenza viene in genere trattata con un lento scalaggio del farmaco», spiega Mezzelani. «La disintossicazione si può realizzare con la stessa Bdz che il paziente usa, diminuendone le dosi progressivamente, oppure sostituendola con dosi identiche di un'altra Bdz con effetti più lunghi, effettuando poi la progressiva riduzione». Il limite di questa terapia, che può durare anche mesi, è che molti pazienti che non ce la fanno a continuare la riduzione progressiva, con rischio di ricadute. In questo caso, però, c'è una terza, più innovativa possibilità, come nel caso di Anna Lucia: «Si sospende bruscamente la Bdz assunta dal paziente e contemporaneamente si somministra per via endovenosa un altro farmaco, il Flumazenil. L’assunzione cronica di alte dosi di tranquillanti modifica nel cervello il recettore per le Bdz; il Flumazenil provoca una specie di “reset” dei recettori che ritornano sensibili alle dosi terapeutiche normali di Bdz».

Non tutti i pazienti vanno incontro a una crisi di astinenza, come quella provata da Anna Lucia. Sottolinea Mezzelani: «La probabilità dipende da molti fattori, per esempio dalla dose di Bdz assunta, da quanto tempo dura l'abuso, dalla personalità del paziente, dal suo livello d'ansia e dalla eventuale predisposizione ad attacchi di panico». La dipendenza da tranquillanti, come qualsiasi altra forma di dipendenza, è una malattia cronica che può avere recidive, perciò dopo la disintossicazione i pazienti continuano a essere seguiti in ambulatorio e hanno anche un supporto farmacologico.

Conclude Mezzelani: «Questa innovativa terapia non deve far dimenticare che è necessario uno sforzo per la prevenzione che, in paesi come Gran Bretagna, Norvegia e Svezia ha portato a una netta diminuzione nell’abuso di tranquillanti. Bisogna ricordare ai medici che l’uso prolungato di Bdz può indurre gravi forme di dipendenza; informare i pazienti sui rischi che corrono, spiegare loro che questi psicofarmaci vanno usati solo per brevi periodi e che altre forme di trattamento, come la psicoterapia, sono altrettanto efficaci. Infine i farmacisti possono avere una grande responsabilità, smettendo, come accade non raramente, di fornire il farmaco a pazienti senza ricetta».

Per informazioni: Servizio di medicina delle dipendenze, Policlinico G.B: Rossi, Verona, tel. 045.8128291-2-5; e-mail medicina.dipendenze@azosp.vr.it

da «Elle» (Hachette Rusconi), febbraio 2010