A letto con uno sconosciuto

Elle Italia marzo 2010Aumentano i casi di ragazze sieropositive. Che si accorgono, a volte solo per caso, di aver contratto il virus. Perché il loro uomo è spesso “a rischio”. Ma loro non lo sanno


di Mariateresa Truncellito

«Ho 21 anni e vivo a Milano, studio all’università Bocconi, sono una ragazza solare e appaio come una ragazza “normale”. Eppure c’è un però, sono sieropositiva, e l’ho scoperto qualche mese dopo aver compiuto i miei 18 anni. Sono in cura al Sacco da circa 3 anni, è un’ottima struttura con personale competente, i miei genitori non sono a conoscenza della mia situazione...».

Comincia così la lettera arrivata al «Corriere della Sera» all'inizio dell'anno: il grido di dolore di una studentessa – di buona famiglia e di buon profitto, visto che frequenta uno degli atenei più prestigiosi d'Europa – che si trova a dover fronteggiare, da sola, una malattia che a lungo è stata definita la peste dei tempi moderni. Ma che oggi sembra non fare più paura.

Un grido di dolore, ma anche di denuncia: «Si dovrebbe parlare molto più spesso di questa malattia, forse non tanto agli studenti, che sono informati per le sessioni di educazione sessuale a scuola, bensì ai genitori, agli adulti, agli over 30», continua la lettera. «Due milanesi al giorno si infettano, e non sono ragazzini di 16 anni, ma padri di famiglia... Se ci fosse stata una maggiore informazione, io probabilmente non avrei fatto sesso non protetto con il mio ragazzo con il quale stavo da 4 anni, se gli uomini smettessero di tradire, io ora non sarei malata di Hiv... L’Aids non è poi tanto lontano da ognuno di noi... Io non sono una drogata, una dai facili costumi, o una persona sessualmente ambigua, sono una ragazza normale che è stata per 4 anni con lo stesso ragazzo, che non lo ha mai tradito, al suo contrario... il prossimo caso di Hiv potrebbe essere vostro figlio, vostro marito o anche vostra moglie...».

Nessuno pensa che un giovane bello, sano, piacente, possa nascondere un'insidia

Per gli addetti ai lavori, fa sorridere amaramente il fatto che per parlare di Aids ci sia voluta una lettera a un giornale. «Descrive esattamente ciò che sta accadendo in Italia e nel mondo occidentale», commenta Mauro Moroni, docente di Malattie infettive all'Università di Milano, «L’infezione è uscita dalle cosiddette categorie a rischio per diventare la più temibile fra le infezioni a trasmissioni sessuale». Il virus dell'Aids non è tra i più efficienti, ma siccome tutti fanno l'amore, il concetto di “popolazione a rischio” è molto, molto allargato. «In pratica, tutte le persone che hanno rapporti sessuali non protetti con partner di cui non conoscono lo stato di sieropositività vanno considerate a rischio», sottolinea Moroni. «Ma questo concetto non è affatto chiaro: nessuno pensa che un giovane bello, sano, piacente possa nascondere un'insidia. Chi ha rapporti occasionali ha perso la percezione del rischio, e chi decide di avviare una relazione stabile non ci pensa neppure per un istante a far precedere il “fidanzamento” da un test reciproco di sieropositività». Ma il virus non chiede la carta d'identità, né la data di nascita o il titolo di studio o la professione. E nemmeno l'entità del conto in banca.

Virus compagno di vita

Di Aids non si muore più, e questa è una buona notizia. Continua Moroni: «Non ci sono più i morti eccellenti – attori, ballerini, stelle del rock – e anche questo è molto bello. Ma ciò ha spento i riflettori sull'Hiv: le grandi campagne di informazione risalgono a parecchi anni fa, quando i giovani adulti che oggi hanno un’attività sessuale erano bambini. Oggi esiste solo ciò che si vede, meglio se in tv: l'Aids ha smesso di richiamare attenzione, quindi si ha l'impressione che non ci sia più».

La scienza ha messo a punto farmaci in grado di controllare la malattia. Ma ancora oggi l'infezione è un'ipoteca pesantissima sulla propria esistenza: «Chi contrae il virus se lo porta addosso per tutta la vita: non si guarisce», spiega Mauro Moroni. «Quindi si entra in un percorso senza fine: con l’aggancio a una struttura sanitaria dove fare periodici esami per tenere sotto controllo l’infezione; un periodo anche relativamente lungo di benessere, e poi il progressivo inizio di terapie di cui va monitorata l'efficacia e gli effetti collaterali, in alcuni casi rilevanti. E poi c'è il senso ineluttabile di precarietà: il virus espone al rischio di infezioni e rende l'organismo più facilmente attaccabile da altri virus e batteri di facile cura in condizioni normali che possono invece diventare anche letali».

L'ipoteca riguarda anche la qualità della vita affettiva: «Chi ha preso il virus ha il dovere etico di non “regalarlo” agli altri», sottolinea Moroni. «A volte ciò si traduce in abbandoni da parte di partner che non se la sentono di condividere la propria esistenza con una persona sieropositiva. Ma anche in una coppia si possono creare tensioni legate alla limitazione della libertà nell'attività sessuale. E se si decide di avere un figlio, si deve affrontare un complesso percorso clinico di esami e cure».

Molti hanno rapporti sessuali non protetti, inconsapevoli di essere già contagiati

Purtroppo essere sieropositivi spesso significa ancora subire discriminazioni sul lavoro e persino nei luoghi di cura. Così, per esempio, ai centralini della Lila, la Lega italiana per la lotta contro l'Aids, arrivano molte chiamate da persone che denunciano la rigidità di alcune strutture ospedaliere che non forniscono la quantità di farmaci necessaria per tre mesi ma obbligano i pazienti a tornare in ospedale ogni mese, con la necessità di assentarsi di frequente dall'ufficio o dalla fabbrica e quindi la richiesta di spiegazioni da parte del datore di lavoro o dei colleghi.

Io non ti conosco

Ma ciò, evidentemente, non basta. Perché l'Aids non fa più notizia. Indubbiamente, con il tempo la pandemia è cambiata, perdendo la connotazione di emergenza. E sono mutate anche le caratteristiche delle persone colpite. Secondo i dati più recenti del Centro nazionale Aids dell’Istituto superiore di sanità (Iss), l'età media è più elevata che in passato, sia perché le terapie aiutano a mantenersi in vita più a lungo sia perché ci si infetta più tardi: la diagnosi di infezione che nel 1988 arrivava a 29 anni per i maschi e 27 per le femmine, nel 2008 rispettivamente a 43 e 40 anni. Cambiano anche i fattori di rischio: i casi attribuibili alla tossicodipendenza sono passati dal 66 per cento prima del 1997 al 25 per cento di oggi, mentre i contatti eterosessuali sono saliti dal l’15 al 45 per cento. Nel tempo, sono diventate più numerose le donne sieropositive: il rapporto maschi/femmine, che era di 3,5 nel 1985, è diventato di 2,5 nel 2007. E, a proposito del fatto che non esistono più categorie a rischio, ma solo comportamenti a rischio, sono sempre di più gli ultrasessantenni, anche grazie ai farmaci che hanno allungato la durata della sessualità attiva.

C'è anche un aumento del numero dei casi di Aids: la sorveglianza delle nuove diagnosi di infezione - tra l'altro attiva solo in 11 regioni italiane - dice che sono 4 mila all'anno, cifra che mette l'Italia fra i Paesi dell'Europa occidentale con un'incidenza medio-alta. L’allungamento della sopravvivenza ha aumentato anche il numero dei sieropositivi, stimati in almeno 140.000. «Parte di loro probabilmente continua ad avere rapporti sessuali non protetti, magari perché inconsapevole del proprio stato di contagiosità», commenta l’epidemiologo Gianni Rezza dell’Iss. «Ciò può contribuire alla diffusione dell’infezione, e spiegare l’elevato numero di casi nuovi».

In effetti, uno dei dati più preoccupanti che riguardano l'Italia è il ritardo nella diagnosi di sieropositività: sono cioè sempre più numerose le persone che si accorgono di aver contratto il virus solo quando esplodono i sintomi della malattia: «La percentuale degli inconsapevoli è salita dal 21 per cento nel 1996 al 60 per cento nel 2008», sottolinea Rezza. «Molte persone infette, soprattutto fra coloro che hanno acquisito l’infezione per via sessuale, ignorano per anni la propria sieropositività: ciò impedisce loro di curarsi precocemente e di adottare le necessarie precauzioni con il partner. La scarsa attenzione degli italiani verso l’Aids rende necessari come mai in passato adeguati interventi di prevenzione».

E invece accade esattamente il contrario. Secondo il primo rapporto Euro HIV Index 2009 che analizza l’impegno dei 27 paesi membri dell’Unione Europea più Svizzera e Norvegia nella lotta alla malattia, l'Italia è al 27° posto in classifica (hanno fatto peggio solo Grecia e Romania, mentre ai primi posti ci sono Lussemburgo e Malta). L’Italia è ultima nel campo delle “conseguenze” (morti, rischio di trasmissione in carcere, e così via) e terz'ultima nella “prevenzione”, mentre va un po' meglio per riguarda l’“accesso” (per esempio, alle cure per italiani e immigrati) e l’ “impegno e i diritti” (con voci come discriminazione, rifiuto di cure in ospedale eccetera). Per la direttrice di Euro HIV Index, Beatriz Cebolla, «Uno dei problemi più gravi dell'Italia è la mancanza di dati nazionali. Per la prevenzione, il paese potrebbe cominciare col rendere obbligatoria l'educazione sessuale a scuola, mentre una maggiore educazione della popolazione in generale potrebbe ridurre le discriminazioni che i pazienti subiscono, specialmente da parte di medici non specializzati in Hiv».

Basta il test?

Con tutto ciò, non stupisce che l'ignoranza regni sovrana. Tra i giovanissimi (vedi box), ma non solo. Secondo l'ultimo report annuale della Help Line della Lila, la Lega italiana per la lotta contro l'Aids (www.lila.it) la maggioranza delle persone telefona ai centralini presenti in varie città italiane spinta da timori immotivati, dovuti a una scarsa conoscenza: per esempio, il 10 per cento delle donne hanno chiamato perché non convinte che il profilattico fosse sufficiente a proteggerle dai rischi di contrarre l'Aids; il 14,6 delle donne e il 5,4 per cento degli uomini pensa ancora che i baci possano essere una fonte di contagio, come pure la masturbazione reciproca (lo crede il 15 per cento degli uomini e il 22 delle donne).

Viceversa, è diffusa la convinzione che sottoporsi periodicamente al test possa essere di per sé uno strumento di prevenzione, e aver avuto un esito negativo fa immaginare che i comportamenti avuti in precedenza possano essere considerati non a rischio. «Tutto ciò significa da un lato percepire come rischioso un comportamento che non lo è, ma anche che un rischio reale può non essere percepito come tale», commenta Alessandra Cerioli, presidente della Lila. «La prevenzione passa attraverso messaggi comprensibili, scientifici e non moralisti. Purtroppo in Italia la comunicazione istituzionale è stata il più delle volte inefficace, e ha spesso utilizzato l'epidemia da Hiv come spauracchio per proporre stili di vita e ricette morali che nulla hanno a che fare con la prevenzione. Il profilattico non è ancora accettato, anzi spesso è ancora un vero e proprio tabù, e siamo agli ultimi posti in Europa per l’utilizzo» .

Per prevenire, si dovrebbe rendere obbligatoria l'educazione sessuale a scuola

Da sempre la giovinezza è vissuta come un passaporto per l'immortalità. «Sentirsi onnipotente fa parte del mestiere di adolescente», avverte Giovanni Del Bene, psicologo e responsabile del Progetto scuola di Anlaids, l'Associazione nazionale per la lotta contro l'Aids (www.anlaids.org), rivolto a ragazzi, genitori e insegnanti. «Semmai, quelli che hanno smesso di fare il proprio mestiere sono gli adulti. I ragazzi dibattono sul forum, ma nella vita reale sono soli. Tanto che la ragazza milanese ha dovuto affidare la sua richiesta d'aiuto a un giornale». Perché i suoi genitori non ne sanno niente? Perché non se la sente di parlarne in famiglia ma con tutta Italia sì? «Perché genitori, al di là del loro amore, pongono veti e dei blocchi alla comunicazione», spiega Del Bene. «Mentre dicono “ti voglio bene”, sottintendono “ma mi aspetto che nella vita tu faccia esattamente tutto ciò che io ritengo etico e morale”. La ragazza è cresciuta sapendo di non potersi permettere errori. Ecco perché non ce la fa a considerare la sua famiglia uno scoglio al quale aggrapparsi, dove piangere e trovare consiglio, ma è intimorita perché sa che sarebbe mal giudicata».

Secondo Irene Cetin, primario dell'unità operativa di Ostetricia e ginecologia del Sacco, l'ospedale dove è in cura la ragazza della lettera, «Non è infrequente che la famiglia non sia al corrente: di recente abbiamo avuto un paziente che sta tenendo all'oscuro della sua sieropositività addirittura il partner. Credo che non sia sempre per una mancanza di fiducia: è possibile che la ragazza abbia paura di deludere i suoi genitori, di farli soffrire dando loro un grandissimo dolore. E perciò preferisce portarne il peso da sola». Anche perché, nonostante tutto, l'Aids nell'immaginario continua a non essere una malattia qualsiasi: «È ancora stigmatizzata da un punto di vista morale», conferma Cetin. «Forse perché all'inizio era identificata come patologia che riguardava solo omosessuali e tossicodipendenti, viene ancora associata a comportamenti “disordinati”. Anche il papilloma virus si contrae attraverso i rapporti sessuali, e ciò accade al 30-50 per cento delle donne, anche se solo in pochi casi non guarisce e può degenerare nel tumore del collo dell'utero. Ma nessuna se ne vergogna». E poi permane la paura: «Non c'è da stupirsi se qualcuno crede ancora che sia meglio non cenare con un sieropositivo», spiega la ginecologa, «visto che molti ospedali non accettano partorienti sieropositive».

Inseguendo l'amore

Promiscui, molto disinvolti sessualmente, sempre più precoci: l'età della prima volta si abbassa, mentre cresce la diffusione delle malattie sessualmente trasmesse, perché non c'è solo l'Aids, ma anche il papilloma virus, la clamidia, l'herpes genitale, la sifilide. Ma i giovanissimi sono anche soli, sprovveduti, poco informati: questo è il ritratto che esce da molte ricerche, come quelle della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo). «I ragazzi pensano di sapere tutto, hanno molte più opportunità di informarsi rispetto alle generazioni precedenti, ma non hanno sempre le idee chiare», conferma Irene Cetin. «A volte le ragazze mi fanno domande molto ingenue: non conoscono il loro corpo, non sanno esattamente come si fa a restare incinta e qualcuna ha ancora il dubbio che possa avvenire anche con i rapporti orali».

Per Giovanni Del Bene, i teenager sono soprattutto fragili. «Sono incompetenti nella gestione delle emozioni: non reggono le delusioni. Ma la responsabilità è degli adulti: non abbiamo addestrato i nostri figli a subire dei no, perché abbiamo smesso di usare questa parola. Li abbiamo invece abituati al fatto che tutto è possibile, che basta chiedere per avere, che volere è potere. Mentre sanno benissimo che li aspetta un futuro di incertezze. Appena cresciuti, li lasciamo soli ad affrontare il mondo: la famiglia è in crisi come centro di aggregazione e di protezione. Una volta proponeva valori che - giusti o sbagliati - erano comunque fortemente perseguiti. Oggi, banalmente, è difficile perfino incontrarsi a tavola, perché ognuno ha i propri orari e si arrangia. Ma i ragazzi spesso sono più all'antica di noi: potrà sorprendere, ma sono molto più bacchettoni e romantici di quanto immaginiamo». Se non fosse così, non si spiegherebbe il successo di film come Tre metri sopra il cielo o di libri come la saga di Twilight, dove il rapporto tra la protagonista e il fidanzato vampiro non va al di là di qualche bacio. «Di contro, l'aggregazione giovanile, il gruppo, è molto forte», continua Del Bene. «E anche negli affetti, i giovani sono sempre alla ricerca affannosa di conferme e spesso – soprattutto le ragazze - vanno incontro a grosse delusioni. Noi lo chiamiamo sesso, ma loro fanno l'amore, sempre. E purtroppo, invece che sentimento, qualche volta trovano l'Aids».


Adolescenti a rischio: disinibiti e ignoranti

Secondo un'indagine della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo), solo lo 0,3 per cento delle ragazze sotto i 19 anni ha una buona educazione sessuale, il 26,5 per cento sufficiente e il 72,9 per cento insufficiente. «I giovani italiani sono ignoranti in materia di sesso e lo sanno», commenta Emilio Arisi, ginecologo e direttore scientifico del progetto «Scegli Tu» per l'educazione sessuale dei più giovani (www.sceglitu.it) promosso dalla Sigo. «Il 64 per cento chiede più informazioni a scuola e il 44 per cento a casa. Che serva, non c'è dubbio; uno su 4 dichiara di non usare metodi contraccettivi perché il partner preferisce non farlo e 6 ragazze su dieci non li usano perché “non li hanno a portata di mano”. Mentre il 21 per cento si documenta tramite siti o riviste pornografici e il 10 per cento davanti alla tv».

Il primo progetto di legge per l'inserimento dell'educazione sessuale nelle scuole italiane risale al 1910, ma ancora oggi non esiste nulla di strutturato, solo interventi sporadici di ginecologi quando lo richiede il singolo istituto. Risultato? Fra le under 25, oltre il 27 per cento non è mai andata dal ginecologo, mentre il 76 per cento chiede consigli sulla contraccezione, di nuovo, alle amiche. Ma poi, una su tre affronta la prima volta (età media, 17 anni) senza nessuna precauzione. Il 35 per cento delle ragazze dai 15 ai 21 anni dichiara di non usare mai né pillola né profilattico, sfidando la sorre o facendo affidamento sul coito interrotto (20 per cento). D'altra parte, fa lo stesso la maggioranza delle loro madri: secondo una recente ricerca di Gfk Eurisko, il 46 per cento delle italiane fra i 18 e i 45 anni non usa contraccettivi e nella maggior parte dei casi alla domanda “perché?” risponde di non averne bisogno. A dispetto delle campagne informative, la vendita dei profilattici è stabile da almeno un decennio (circa 100 milioni di pezzi all'anno), mentre sono in forte crescita le malattie sessualmente trasmissibili (la clamydia, per esempio, è aumentata negli ultimi 10 anni da 6 a 10 volte a seconda delle regioni). E se il ricorso all'aborto è costantemente in calo di anno in anno, ciò non vale tra le minorenni; mentre metà delle 400 mila pillole del giorno dopo vendute in Italia sono acquistate da ragazze tra i 14 e i 20 anni.

da «Elle» (ed. Hachette Rusconi), marzo 2010