Questione d'etichetta

Arte, vino e opera lirica: le passioni di Valentino Monticello si fondono felicemente nei suoi raffinati collage. Realizzati con una singolare materia prima


di Mariateresa Truncellito


Forbici, colla e fantasia. Gli ingredienti classici del collage ci sono tutti. Ciò che cambia, nei lavori di Valentino Monticello, è la carta. Aguzzando la vista, si nota che sfondi, cieli, edifici, prosceni sono realizzati con etichette: di vini, per l’esattezza. Ma sono fatti di etichette anche i tratti dei visi dei personaggi, i costumi, le calzature. Ogni più piccolo dettaglio: niente è dipinto o disegnato. Eppure i colori sono luminosi, ci sono la profondità ed effetti di prospettiva e di movimento.

Facile immaginare quanta passione occorra per realizzare queste opere grandi circa un metro quadrato ma precise come miniature. Valentino Monticello preferisce definirla «mania», forse ripensando ai tre mesi di lavoro e alle lunghe ricerche per trovare fino a 700 etichette «giuste» per quel collage. Comunque la si chiami, è una felice sintesi dei suoi grandi amori: il vino, la pittura e l’opera lirica, il soggetto favorito, anche se non il solo.

Per far conoscere l'opera di questo singolare creativo, la Biblioteca degli Uffizi di Firenze gli ha dedicato il 26 marzo 2009 una conferenza, «Il mondo di Valentino Monticello», nella quale, oltre all’artista, sono intervenuti la musicologa Milla De Santis, l’esperto di enologia Gelasio Gaetani d’Aragona Lovatelli e la storica dell’arte Maria Grazia Messina, con il coordinamento di Claudio Di Benedetto, direttore della Biblioteca.

La famiglia Monticello gestiva un albergo con ristorante a Piovene Rocchette, Vicenza, e l’osteria «Dalla Lucia» che vendeva i vini prodotti dal nonno, grande melomane. Con queste credenziali nel Dna, non c’è da stupirsi che anche Valentino sia diventato un esperto di vini. Nel 1959, venticinquenne, emigra a Londra e comincia a lavorare come sommelier al Twenty-one Club, fino a diventare, nel 1983, head sommelier dell’Harry’s Bar, uno dei più esclusivi club restaurant della capitale inglese.

Nel tempo libero, coltiva i suoi hobby: collezionare etichette di vini (anche rarità storiche), frequentare l’Opera House, dipingere e disegnare, sperimentando varie tecniche. Tra gli altri lavori, realizza anche la scenografia di due rappresentazioni teatrali. Un giorno gli viene l’idea di usare alcune etichette per decorare la parete di una casa di amici. Monticello decide di approfondire la tecnica, creando composizioni alla maniera dell’Arcimboldo. Comincia con vasi di fiori, poi prova con scene ispirate all’opera lirica.

Nel 1997 il propietario dell’Harry’s Bar, Mark Birley, gli chiede di realizzare una Christmas card per i clienti. Monticello replica la scena della vigilia di Natale della Bohème di Giacomo Puccini, con etichette di vini francesi: lo sfondo non è Parigi, ma South Audley Street di Londra, dove si trova il locale. Piace moltissimo. Il capo-sommelier ha trovato la sua strada artistica. I collage vengono esposti alla Royal Academy of Art, alla casa d’arte Christie's e in gallerie private: nel 1992, la Ergon Gallery vende le 40 opere in mostra nel giro di poche ore.

Negli anni a venire, oltre a cercare ispirazione nella sua impressionante collezione di dischi e cd, Valentino Monticello avrebbe letto i libretti di duemila opere liriche, famose e non, anche scovati nella biblioteca della Scala e del Covent Garden.

Una ricerca maniacale, perché non gli basta doversi procacciare e ordinare con cura centinaia di etichette, e nemmeno usare le forbici come un miniaturista. Vuole che la scena dell’opera abbia un riferimento, una citazione, un’allusione al vino. E che le etichette appartengano a vini prodotti nel paese dove la storia si svolge. Così per Sansone e Dalida di Saint-Saens Monticello ha usato etichette di vini israeliani, per Guglielmo Tell di Rossini svizzeri, per Attila di Verdi friulani, per L’amico Fritz di Mascagni alsaziani, per Porgy and Bess di George Gershwin quelle dei vini di Long Island, dove il dramma ebbe la prima, per l’opera giapponese Yuzuru etichette di vini del Sol Levante. E così via, in un giro del mondo eno-operistico senza fine, attraverso pellegrinaggi per tenute vitivinicole e la collaborazione di amici che gli portano dai viaggi etichette come souvenir. Deve deporre le armi solo di fronte alla Nuova Zelanda: tanti ottimi vini, ma nessuna opera lirica.

L’ispirazione, ogni tanto, divaga: Monticello realizza ritratti, interni (abitazioni, enoteche) e una serie di 16 collage dedicata al mito di Bacco. Il dio del vino è fatto con etichette di Chateau Pétrus, Giove con Chateu Latour e Arianna con Chevalier-Montrachet. La serie appartiene a un collezionista toscano, mentre altri lavori di Monticello hanno trovato spazio in case private di Londra, San Francisco, Los Angeles, Dallas, Kansas City e Tokyo. Ha invece tenuto per sé la serie delle opere liriche per farne un lussoso libro, che è stato presentato alla National Gallery nel 2002 insieme con una mostra dei collage originali: Opera & Wine – Wine in Opera, edito in Olanda dalla Cantor Holding, e dedicato alla moglie Silvana e ai figli Michele e Claudia. Altre, stavolta privatissime, passioni.

www.valentinomonticello.com

da «Verve» (ed. Verve International), marzo 2009