Lo Zen e l'arte della spada
di Mariateresa Truncellito
Se qualcuno mi chiedesse dello spirito del Giappone
Risponderei che è nei fiori del ciliegio selvatico
In piena fioritura
Quando riflettono il sole del mattino
Questi versi del poeta giapponese Kamo Mabuchi (1697-1769) sono scritti su un kabuto, un elmo, che rappresenta un monaco buddista (cranio rasato, orecchie grandi, sopracciglia e fronte aggrottata): lo si ammira nella mostra Samurai, fino al 2 giugno 2009 a Palazzo Reale a Milano.
La scelta appare bizzarra: non sarebbero stati più adatti una testa di leone e un inno di guerra? In effetti, l’esposizione milanese - una spettacolare sequenza di armature e accessori di straordinaria fattura - cala il visitatore in una dimensione di valori completamente diversa rispetto a quella occidentale. E, per di più, sgretola anche gli stereotipi più triti sui guerrieri giapponesi.
È vero che anche i samurai vantavano la loro brava licenza di uccidere («kiritsuke gomen», ossia ammazzare e andarsene) e il privilegio di girare armati con due spade. Ma poi dovevano pure dedicarsi alle tecniche di meditazione del buddismo zen per acquisire maggiori poteri intuitivi e conoscitivi, cancellare paure ed esitazioni, raggiungere totale autocontrollo e accettare gli avvenimenti della vita. Un approccio ben diverso dallo «spara spara ammazza ammazza» dei giustizieri di casa nostra o dei pistoleri del far west, mai un dubbio, solo spavalderia e sicurezza.
Per trovare qualcosa di simile ai samurai nell’immaginario occidentale, bisogna guardare ai cartoni animati, guarda caso arrivati dal paese del Sol Levante. Alla fine degli Anni Settanta, gli italiani impazzirono per Goldrake, Mazinga, Jeeg Robot e compagni, super-robot comandati da giovani di aspetto ombroso e animo sensibile, soli contro il nemico e pronti all’estremo sacrificio per salvare la Terra. L’etica degli ufo-robot discende da quella degli antichi guerrieri, puri di spirito e di cuore che inseguono il loro ideale a ogni costo. E chi si ritira dalla lotta - e non ripara con la vita - è un vile.
Sono molte le riflessioni e le scoperte che si possono fare visitando Samurai, la prima grande mostra in Italia dedicata al complesso mondo dei guerrieri giapponesi. Attraverso armature, elmi e accessori della collezione Koelliker e una serie di opere delle Civiche raccolte d’arte applicata e incisioni - Raccolte extraeuropee del Castello Sforzesco di Milano, si ripercorre la storia sociale, politica ed economica della casta sociale (i bushi) che governò il Giappone per quasi settecento anni, mentre l’imperatore aveva solo un’autorità sacerdotale.
L’abbigliamento da guerra dei samurai era segno di comando e di distizione sociale, anche nei periodi di pace: la funzione protettiva dell’armatura veniva superata dalla bellezza e dalla preziosità del virtosismo tecnico degli ornamenti: lacche e legature colorate e sfarzose, bordure cesellate e dorate, decori insoliti e ricercati. La mostra permette di ammirare straordinari esempi di «tosei gusoku» (armatura moderna), di scoprirne gli elementi (dô, menpô, kote, haidate…), di conoscerne la storia e le tecniche costruttive.
All’elmo, il kabuto, è dedicata una sezione a parte: ci sono alcuni «kawari kabuto» (elmi straordinari) dalle forme e dagli ornamenti eccentrici, ispirati a oggetti sacri o a elementi della natura (draghi, animali, frutti...). Ci sono poi alcuni accessori per samurai, spesso lavorati a sbalzo, come maedate (ornamenti per elmi), montature per spade e alcune lame di katana, l’arma per eccellenza dei samurai.
La Collezione Koelliker è unica in Europa. per numero e qualità dei pezzi, ed è una delle più importanti al di fuori del Giappone. Gli esemplari, assai ben conservati, appartenevano a samurai di alto rango e daimyo (signori feudali). L’esposizione presenta una selezione di circa novanta pezzi tra armature complete, elmi, forniture per spada e altri accessori, realizzati tra il periodo Azuchi Momoyama (1575 – 1603) e il periodo Edo (1603 – 1867). In questo secondo periodo vissero samurai leggendari, come Miyamoto Musashi il più grande maestro dell’arte della spada e protagonista del romanzo a lui intitolato di Yoshikawa Eiji, venduto in oltre centoventimilioni di copie e ispiratore di almeno quindici versioni cinematografiche.
Tra i pezzi della collezione del Castello Sforzesco, spiccano un’armatura da cavallo con sella (XVIII sec.) abbinata a una maschera a forma di drago, un «elmo straordinario» dalle grandi corna completo di maschera (XVIII sec.) e una scatola per cancelleria laccata in oro del corredo nuziale della principessa Chiyohime, nipote di Tokugawa Ieyasu (1543–1616) il fondatore dei Shÿgun Tokugawa che dominarono il Giappone per tre secoli. Infine, l’ultima sala della mostra, allestita in collaborazione con Yamato Video, è dedicata al mondo dell’animazione giapponese, e in particolare all’epopea dei robot della Goldrake generation.
Il catalogo della mostra edito da Mazzotta mira a diventare uno dei testi di riferimento essenziali nella letteratura internazionale sull’argomento, approfondendo molti aspetti sociali e culturali. Inoltre, in concomitanza con Samurai si svolgono a Milano numerosi eventi collaterali: una rassegna cinematografica, cerimonie del tè, conferenze, mostre di bonsai, incontri sulla cucina zen, laboratori sull’arte dell’origami e concerti che esplorano l’immaginario samurai che in Occidente suscita da sempre grande fascino e curiosità. E che, ancora, sopravvive come modello filosofico nella società giapponese di oggi, per esempio in alcune grandi aziende che dalla tradizione samuraica provengono, spesso fondate da grandi idealisti e sognatori. Uno su tutti, Soichiro Honda, per il quale «Il successo si può raggiungere solo attraverso ripetuti fallimenti e l’introspezione». Che quest’ultima sia un mezzo per scampare alla crisi? Provare non costa nulla.
da «Verve» (ed. Verve International), aprile 2009
