Il corpo non mente

Focus ExtraLa fiducia nella terapia fa produrre al cervello sostanze "curative". Al contrario, un malessere prsicologico può causare una malattia

 

 

di Mariateresa Truncellito

Il medico ci rassicura: «Niente di grave, una banale infiammazione. Con queste gocce passerà». Eravamo così in ansia, e il dolore sembrava insopportabile. Ma ora va già meglio. Eppure non siamo neanche arrivati in farmacia!

L'effetto placebo è un'esperienza comune: è il potere curativo della convinzione. Di non avere nulla, di assumere qualcosa che ci fa bene o di compiere un'azione ugualmente efficace: «Contro il mal di stomaco mi basta mangiare una mentina appena comincio a sentirlo». In senso stretto, è il beneficio che i dottori ottengono con sostanze inerti spacciate per medicine. Un meccanismo sfruttato nei laboratori di ricerca, dove l’efficacia di nuovi farmaci viene confrontata con... l’acqua fresca.

Non è solo un inganno. Prendere una medicina «virtuale» per alleviare il dolore spinge il cervello a produrre endorfine, le sostanze predisposte dalla natura per lenire la sofferenza. Il dolore cala non perché «crediamo» che sia calato, ma perché, proprio come se avessimo ingerito un composto chimico, il nostro corpo ha reagito producendo la sostanza giusta per attenuarlo. In un esperimento del 1978, all’università di San Francisco, a un gruppo di studenti che avevano subito l'estrazione di un dente venne dato un placebo come antidolorifico. Dopo un’ora, ad alcuni fu somministrato naloxone, una sostanza che annulla gli effetti delle endorfine. Proprio coloro ai quali l'antidolorifico «finto» aveva fatto più effetto, si lamentarono. Il naloxone, cioè, aveva azzerato l’effetto placebo. Da allora nessuno ha più potuto sostenere che l’effetto placebo è pura immaginazione.

Il cervello (e lo stato di benessere psicologico) ha una forte influenza sulla salute fisica. E viceversa

Oggi la tecnologia permette di vedere che succede nel cervello quando si assume un placebo: in uno studio pubblicato nel 2008 da «Science News», all'università del Michigan 20 donne e uomini sono stati esposti due volte a 20 minuti di stimolo doloroso, con e senza un placebo presentato come analgesico. Attraverso la Pet (tomografia a emissione di positroni) si è visto che il placebo «accende» due neurotrasmettitori, la dopamina e gli oppiodi endogeni, nei centri cerebrali coinvolti nella percezione del dolore. Quest'ultimo, di conseguenza, si riduceva.

Il dolore passa. Davvero!

«L’effetto placebo è la più lampante dimostrazione dello stretto legame tra mente e corpo», sottolinea Giorgio Dobrilla, docente alla facoltà di Medicina all'Università di Parma e autore di Placebo e dintorni (Il Pensiero Scientifico editore). Già un dizionario medico del 1811 spiegava che «placebo, dal latino “piacerò”, è qualsiasi medicina che serva ad accontentare il paziente, più che a giovargli». Continua Dobrilla: «Spesso i farmaci consigliati dallo specialista agiscono senza essere dotati di attività specifica per il problema del paziente. Per esempio, non c’è un farmaco con un’azione documentata contro la sindrome del colon irritabile. Eppure si vendono molti prodotti per curarla». L’effetto placebo si è dimostrato efficace per molte patologie: «Ansia, depressione, artrite, angina pectoris, ulcera, cefalea, asma. In media, guarisce il 40-50 per cento dei pazienti, a seconda della malattia. Nella psichiatria o nella psicosomatica si arriva all’80-90 per cento».

Fiducia e stress

Nell'effetto placebo quello che conta è la consapevolezza della persona di essere curata. Ciò la rende «contenta»: e questo è il primo passo sulla via della guarigione. Si sa che l'infelicità fa male: l'ansia o la tensione possono dare manifestazioni fisiche come colite, gastrite, dermatiti, cefalea e dolori muscolari. Ma se il cervello «alterato» da una situazione difficile peggiora il nostro stato fisico, allora è logico aspettarsi che positivamente stimolato possa migliorare il nostro benessere.

«In effetti, la natura ci ha dotati di un meccanismo molto sofisticato per rispondere agli stimoli esterni», conferma Francesco Bottaccioli, presidente onorario della Società italiana di psiconeuroendocrinoimmunologia e autore del libro Immunità, cibo e cervello (Tecniche Nuove editore). «Gli stimoli possono essere psichici, emotivi, relazionali o fisici, come il freddo, il caldo, l'attività fisica o la sedentarietà. O, ancora, di natura tossica, come un virus. Il sistema dello stress, tanto vituperato, in realtà dovrebbe permetterci di rispondere al meglio».

Continua Bottaccioli: «Dal punto di vista endocrino, quando siamo sotto stress, l'ipotalamo manda segnali chimici alle ghiandole surrenali, che, a loro volta, producono neurormoni: adrenalina, noradrenalina, dopamina e cortisolo. Il loro compito è mobilitare le risorse dell'organismo sotto attacco: aumentano il battito del cuore, la pressione arteriosa, la disponibilità di sostanze energetiche». Questa reazione è comune a tutti gli animali: lo stress serve per scappare o attaccare, a seconda del nemico. Tanto che, secondo il suo scopritore, Hans Selye, «lo stress è l'essenza della vita», perché può contribuire a salvarla quando è in pericolo. Il problema è che non si può correre per sempre o lottare per sempre: se l'evento stressante, e quindi la mobilitazione dell'organismo durano troppo a lungo, la salute ne risente, perché è andato in tilt un meccanismo che dovrebbe essere rapido, di botta e risposta, e non di perenne tensione.

E allora? «Il segreto non è non attivare lo stress, ma saper staccare la spina quando non serve più», risponde Bottaccioli. «E anche alimentare il nostro cervello di eventi e di emozioni positive. La “macchinetta dello stress” si spegne non appena percepiamo che siamo stati capaci di affrontare e sconfiggere il nemico. Nello stesso tempo, nel cervello si liberano in grande quantità gratificanti “sostanze premio”: dopamina e serotonina che, a a loro volta, producono endorfine e altri ormoni che regalano sensazioni fisiche di benessere».

Legàmi

Il legame tra i sistemi immunitario e nervoso, intuito da tempo, è stato dimostrato solo un paio di decenni fa: «Quando il fisiologo americano J. Edween Blalock scoprì che nelle cellule più importanti del sistema immunitario – come i linfociti – ci sono speciali recettori», spiega Francesco Bottaccioli. «Potenti “antenne”, che hanno il compito di captare le “parole” emesse dal sistema nervoso, cioè i neurotrasmettitori e i neurormoni. La comunicazione avviene anche a rovescio: cioè dal sistema immunitario a quello nervoso. Ecco perché la mente sta bene se sta bene il corpo e viceversa».

Anche il carattere – essere ottimisti o pessimisti, fatalisti o combattivi – ha a che vedere con l'attivazione di questi meccanismi. Walter Rocca, ricercatore italiano della Mayo Clinic di Rochester, in uno studio del 2008–2009, dopo aver rivisto i test di personalità fatti negli anni Sessanta da 7216 persone, ha scoperto che la mortalità di coloro che avevano tratti di personalità pessimistici, ansiosi e depressivi era più alta, sia in chi era anziano al momento del test, sia nei giovani. Conferma Bottaccioli: «L'ostilità e la rabbia hanno effetti negativi sul sistema immunitario. Studi clinici su pazienti sottoposti a interventi chirurgici dimostrano che le persone ansiose o con una personalità rabbiosa hanno una convalescenza più lunga, consumano più analgesici, la loro ferita si rimargina con più lentezza e hanno anche più complicazioni postoperatorie».

In palestra con la testa

Imparare a controllare le emozioni negative migliora la situazione. Barbara L. Andersen, docente nella stessa università, nel 2008 ha pubblicato su Cancer uno studio su 227 donne operate per cancro al seno. Undici anni fa, prima di incominciare chemio e radioterapia, metà delle donne aveva partecipato a un corso di gestione dello stress, con pratiche di rilassamento profondo, attenzione alla dieta ed esercizio fisico quotidiano. Dopo un decennio, si è visto che le persone che avevano frequentato il corso hanno avuto minori recidive e maggiore sopravvivenza rispetto all'altro gruppo, oltre che – come risultava dagli esami periodici - modificazioni positive del sistema immunitario già a pochi mesi di distanza dall'inizio del corso.

Commenta Bottaccioli: «Semplici tecniche di meditazione, basate per esempio sul controllo del respiro, sono molto efficaci sul nostro benessere. Ma è d'aiuto anche correggere lo stile di vita: per esempio, cercare di dormire per un numero sufficiente di ore. Chi dorme poco e male si espone più facilmente all'attacco di virus e batteri. Ma è anche più a rischio di malattie cardiocircolatorie e tumori, che sono il fallimento del sistema immunitario nel riconoscere e distruggere ossidanti e cellule nemiche». Un lavoro dell'Università di Chicago su circa 500 persone tra i 35 e i 47 anni, dal 2001 al 2006, ha accertato che chi dorme meno ha un aumento dei depositi di calcio nelle arterie e che un'ora di sonno in più riduce del 33 per cento il rischio di calcificazione, segno di inizio di aterosclerosi.

Seguire corsi di meditazione o leggere libri che spiegano come combattere lo stress non serve a nulla se non si ha cura del benessere fisico, perché mente e corpo sono tutt'uno. Per Francesco Bottaccioli, «Se non stiamo attenti alla dieta, non facciamo attività fisica, non dormiamo non saremo solo più grassi, più ipertesi e meno sani, ma anche più infelici e ansiosi. I “microcervelli” che costituiscono il nostro sistema immunitario si infiammano e mettono in atto tutto il loro armamentario per combattere un nemico che in realtà non c'è. O meglio: il nostro nemico siamo noi stessi, con i nostri comportamenti».

Lo sport che cura

I romani dicevano «mens sansa in corpore sano». In effetti, la comunicazione «bidirezionale» tra sistema nervoso e immunitario spiega anche perché dopo un'ora di nuoto, di ballo, di corsa o di palestra ci sentiamo più leggeri e meno tesi. Oltre a farci più belli, lo sport ci fa più sani - normalizzando pressione, colesterolo e trigliceridi - e più felici, inducendo la produzione di endorfine. Meno banale è il fatto che ci rende anche più intelligenti.

Pensiamoci: quando abbiamo bisogno di schiarirci le idee, cosa c'è di meglio di una passeggiata all'aria aperta? Ora lo provano anche molti studi. Charles Hillman, dell'Università dell'Illinois, in una ricerca del 2008 ha verificato che i bambini più sportivi ottengono in media voti migliori. Gli sport più efficaci sono quelli che comportano un'attività muscolare tranquilla e prolungata: la resistenza rinforza la capacità di pianificare azioni e coordinare le capacità. Marian Diamond, neurobiologa dell'Università di Berkeley, ha osservato che la corteccia cerebrale nei topi addestrati è più vascolarizzata e voluminosa di quella dei topi privi di stimoli, che sono anche meno «svegli»: il movimento stimola la crescita dei neuroni e dei vasi sanguigni; questi ultimi alimentano i neuroni con ossigeno ed energia che, a loro volta, vengono usati per il rinnovamento delle cellule nervose.

Non basta: «Lo sport funziona come un farmaco antidepressivo», sottolinea Francesco Bottaccioli. «Durante l'attività, i muscoli rilasciano sostanze che arrivano al cervello. Si riduce il livello di cortisolo, ormone dello stress, e aumenta il triptofano, il precursore della serotonina». Quest'ultimo è il neurotrasmettitore del benessere, carente in chi soffre di depressione: a questi pazienti vengono prescritti perciò farmaci per mantenerne più elevata possibile la concentrazione nel cervello.

Ma c'è di più: «Una delle più importanti molecole del relax è l'anandamide», continua Bottaccioli. «I ricercatori della facoltà di medicina della Hebrew University di Gerusalemme l'hanno chiamata così dal sanscrito ananda, felicità interiore. Per attivarla, secondo uno studio del 2003, bastano tre quarti d'ora di camminata veloce. L'anandamide nel cervello si lega a un recettore che si chiama GB1, recettore cannabinoide di primo tipo, la stesso che viene occupato dai principi attivi sprigionati da una sigaretta di marijuana». Con la differenza che l'attività fisica è senza conseguenze tossiche per la salute e perfettamente legale.

Cosa aspettate ad alzarvi dalla sedia per una bella passeggiata?

Amore e risate: meglio di 100 pillole

Quando siamo innamorati ci sentiamo carichi di energia, positivi e, magari, riusciamo anche a metterci a dieta o a smettere di fumare. Ma anche il sistema immunitario ne beneficia. L'immunologo giapponese Hajime Kimata in uno studio del 2006 all'ospedale Satou di Osaka ha esaminato il profilo immunitario di 24 persone con eczema atopico e 24 con rinite allergica, poi ha ripetuto l'esame dopo averle invitate a trascorrere mezz'ora baciando il partner: dopo la cura di baci, le IgE, gli anticorpi tipici dell'allergia, e le citochine infiammatorie erano molto diminuite. Sempre Kimata, nel 2007 ha pubblicato uno studio su 48 neonati affetti da dermatite atopica, di cui la metà con mamme con la stessa malattia. Ad alcune donne è stato fatto vedere Tempi moderni di Charlie Chaplin, ad altre un film non comico. Quindi il ricercatore ha misurato il livello nel latte di melatonina (l'ormone che regola i ritmi veglia e sonno): era aumentato nelle mamme che avevano visto Chaplin e i loro figli, dopo la poppata, avevano una minore reattività cutanea. Anche una bella risata, dunque , ha effetto curativo. E viceversa: nel 2008, il Journal of allergy and clinical immunology ha pubblicato una ricerca che ha indagato gli effetti dello stress di genitori allergici sui propri figli: pur provenendo tutti da genitori allergici, i bambini che avevano un più alto livello di IgE e di citochine infiammatorie erano quelli con i parenti più stressati.

Psicoterapia

Nessuno dubita che un atteggiamento positivo verso la vita sia un toccasana per la salute. Metterlo in pratica, però, può essere un altro paio di maniche. La psicoterapia può essere un valido aiuto. In uno studio del 2003 dell'università di Montreal si è visto con la risonanza magnetica che in chi ha paura dei ragni alla vista dell'insetto si attiva l’area pre-frontale laterale destra (in chi non ha questa fobia, resta «spenta»). Ma dopo 5 settimane di psicoterapia, la reazione non c'è più. «La terapia agisce sui circuiti neurobiologici modificando l'attività del cervello: contrasta ansie e paure e regola le risposte agli stress causati dalle malattie», spiega Secondo Tassino, psichiatra e direttore del Centro universitario per i disturbi del comportamento alimentare alle Molinette di Torino dove si è svolto l'ultimo Congresso mondiale di medicina psicosomatica. Perciò in molti ospedali è presente lo psico-oncologo, che aiuta i pazienti e i loro parenti ad affrontare la diagnosi, le difficoltà della terapia e il ritorno alla vita attiva. «La possibilità di gestire le emozioni legate alla sofferenza è un aspetto indispensabile della cura. Anche perché spesso si trasformano in disturbi mentali, come la depressione, che aggravano la malattia stessa», sottolinea Fassino.

da «Focus Extra» (Gruner+Jahr/Mondadori), dicembre 2009