Espressioni: Parole per gli occhi
di Mariateresa Truncellito
Il linguaggio usato come materiale per l’arte visiva: è il fil rouge che lega Léon Ferrari e Mira Schendel due artisti attivi sulla scena latino-americana che, senza mai collaborare, hanno avuto una medesima fonte di ispirazione.
Fino al 15 giugno 2009, il MoMA di New York dedica loro una retrospettiva, «Tangled Alphabets», che ne esplora il significativo contributo dato all’arte contemporanea. Léon Ferrari (Argentina, 1920) e Mira Schendel (brasiliana di adozione, ma svizzera di nascita, 1919-1988) hanno entrambi mosso i primi passi artistici in Italia, lui a Roma negli anni Cinquanta, lei a Milano negli anni Trenta (dove aveva sposato il conte Tommaso Gnoli, responsabile della Biblioteca Nazionale Braidense), e condiviso l’esperienza dell’esilio per sfuggire a persecuzioni politiche.
Nell’epoca in cui artisti occidentali incorporavano lettere, parole, testi e linguaggio come componenti della loro arte, Ferrari e Schendel ne hanno fatto il loro soggetto visivo principale, come metafora del mondo umano e come mezzo per esprimere contestazioni verso la politica e la religione.
«Tangled Alphabets» presenta circa 200 opere - ceramiche, dipinti, sculture, installazioni e disegni - provenienti da collezioni pubbliche e private di Sao Paulo, Buenos Aires, Londra e Stati Uniti. La maggior parte appartengono al Fondo Mira Schendel e alla collezione personale di Léon Ferrari.
La mostra è organizzata in ordine cronologico, e segue l’evoluzione dei due artisti dalla fine degli anni Cinquanta fino agli anni Ottanta per Schendel e al 2007 per Ferrari.
Tra gli highlights, ci sono Cuadro escrito (1964) di Ferrari e Sem titulo (Achilles, 1964) di Schendel; Sin titulo (Sermon de la sangre, 1962) basato su un poema dell’amico Rafael Alberti; Objectos graficos che sottolinea l’interesse di Schendel per i caratteri grafici, mentre la serie Homenagem a Deus-pai do Ocidente, esamina le contraddizioni in seno alla Chiesa cattolica. Ferrari a sua volta in Juicio final (1994) ricopre il Giudizio Universale di Michelangelo con escrementi di uccelli, per esprimere il desiderio di mettere in discussione il concetto di Inferno e di castigo eterno per i peccatori.
da «Verve» n. 35/36, maggio/giugno 2009
