Il buon oriente d'Italia

A due passi dal Duomo di Milano, il Jade Cafè serve la tradizionale cucina asiatica in un ambiente di design e con un menù agile che deriva da quello dell'elegante Giardino di Giada

di Mariateresa Truncellito

Singolare coincidenza a Milano: mentre a Palazzo Reale si apriva la grande mostra dedicata ai Samurai, a pochi metri, in via Palazzo Reale, veniva inaugurato un nuovo ristorante di cucina orientale, il Jade Café. In entrambi i casi, il desiderio dei curatori (della mostra) e dei proprietari (del ristorante) è proporre l’autenticità della tradizione, suscitare curiosità e risvegliare i sensi.

«Chi entra qui, sa che gusterà un Phad Thai identico a quello che si mangia a Bangkok», esordisce Johnny Hu, il direttore del Jade Cafè che ci accoglie mentre gli chef preparano i piatti, sotto la supervisione della signora Carmen Sun, la proprietaria (e cugina di Hu). «I clienti dei ristoranti etnici spesso incappano in libere interpretazioni che non sempre sono all’altezza della grande tradizione culinaria orientale. Noi abbiamo l’ambizione di proporre ricette originali che possono incontrare il gusto degli italiani senza stravolgimenti».

La scelta «filologicamente corretta» del Jade Café non è un azzardo: è figlia della filosofia seguita da quasi trent’anni al contiguo Giardino di Giada, il ristorante cinese d’alta gamma più amato dai milanesi e dai cinesi «importanti» (politici e ambasciatore compresi).

Il Jade Café, dal 2005, era il suo «bistrot» di piatti unici, serviti a mezzogiorno. Racconta Johnny Hu: «Per soddisfare le esigenze della pausa pranzo, quando c’è meno tempo e meno soldi (l’università è a due passi, ndr), abbiamo iniziato a proporre una piccola selezione dei 140 piatti del menù del Giardino di Giada. L’idea ha funzionato oltre le aspettative, e i 30 coperti sono diventati subito insufficienti». Così, quando si sono liberati due locali proprio accanto al ristorante, i proprietari hanno deciso che il Jade Café potesse camminare da solo.

«I coperti sono 80 e il menù è diventato orientale: sushi, sashimi, uramaki e altre specialità giapponesi fanno la parte del leone, ma ci sono anche piatti thailandesi, vietnamiti, filippini, indonesiani, coreani e, in piccola parte, cinesi. E la lista verrà rinnovata ogni tre-quattro mesi». Non verranno meno, però, i piatti preferiti: dai clienti, come i Gamberetti saltati con verdure (il best seller della pausa pranzo), e dal direttore, che a chi vuole qualcosa di insolito e speciale consiglia sempre la Pasta al tè verde giapponese, con gamberi e latte di cocco.

«A Milano è difficile mangiare orientale dopo mezzogiorno e prima delle 18. Ed è raro anche trovare un ristorante aperto fino a tardi, dopo il cinema, per esempio quando si può contare solo sul fastfoood o sul trancio di pizza. Perciò noi siamo aperti da mezzogiorno a mezzanotte tutti i giorni, e al venerdì e al sabato fino alle due di notte. Al pomeriggio abbiamo già una buona clientela di turisti coreani, giapponesi e cinesi». Ma l’idea è piaciuta anche agli habituè del Giardino di Giada che, pur potendosi permettere pranzi più rilassati e cene di lusso, qui possono assaggiare specialità diverse. E ai giovanissimi, soprattutto alla sera, quando l’atmosfera – complice la colonna sonora – si fa più vivace.

Il design elegante e ultramoderno del Jade Café si deve all’archietto Carlo Samarati. «La vicinanza di piazza Duomo, il salotto della città, imponeva una necessaria ricercatezza», sottolinea il direttore. «I toni del grigio, che dominano l’allestimento, sono animati dal rosso acceso delle lampade, dell’ascensore, del banco bar e di altri dettagli. La luce è soft, avvolgente e discreta, e la disposizione dei tavoli è studiata perché anche i clienti single, sempre più numerosi, si sentano a loro agio».

Un’attenzione gentile che deriva da una lunga esperienza, e da una sensibilità tipicamente orientale. Johnny Hu (a beneficio dei milanesi, perché il suo vero nome è Hu Tsi-Shiou), 41 anni, madre olandese e padre cinese, moglie thailandese, è in Italia da quando ne aveva 17. Nella ristorazione, da prima: «Ho cominciato lavando i piatti nel ristorante dei miei genitori, ad Amersfoort, vicino a Utrecht. Poi ci siamo trasferiti per sfuggire alla concorrenza: in città c’erano 30 mila abitanti e almeno 45 ristoranti cinesi! In Italia ho frequentato qui la scuola alberghiera, prima di gestire un locale con mio fratello». Ma avviare una nuova attività nel pieno della crisi non è una scommessa pericolosa? «Noi siamo fiduciosi: possiamo già contare su una clientela affezionata, e siamo convinti di andare incontro alle esigenze dei milanesi: magari hanno ridimensionato le uscite a cena per quantità, ma sicuramente non per qualità. Ci sono tanti progetti di sviluppo per i prossimi mesi: feste private, catering, consegna a domicilio e corsi di cucina, perché il cibo, oltre che piacere, è cultura». A proposito di piacere: ma il direttore di un locale orientale quando porta fuori a cena sua moglie dove va? «Nei ristoranti italiani! Il mio piatto preferito sono gli scialatielli con i frutti di mare. Ma mi piace tanto anche l’ossobuco col risotto alla milanese...»

da «Verve» n. 34, aprile 2009