Goccia a goccia: vivere con l'incontinenza
di Mariateresa Truncellito
Mi chiamo Silvana e sono un'ex pisciona. Ma sì, lasciatemelo dire così, con un sorriso: fino a qualche tempo fa mi facevo la pipì addosso, come i neonati. Anche se quando ho cominciato avevo “solo” 35 anni. Ora è tutto passato. Risolvere il problema è stato facile. Il difficile è stato arrivare a trovare la soluzione.
Dell'incontinenza non si parla. Non sta bene. Anzi, peggio: è un tabù. Forse perché fa pensare alla vecchiaia, altro argomento off-limits in un mondo di “giovani e meno giovan”. Ma io ero, e sono, giovane davvero.
Ho 42 anni, vivo a Torino e sono avvocato civilista. Anche il mio compagno, Rodolfo, è avvocato. Viviamo insieme da quando ho scoperto di aspettare Cristina, la nostra primogenita che ha 6 anni. Ester, la piccola della famiglia, ne ha 5.
Ammetto la mia ignoranza: ho sempre pensato che l'incontinenza fosse un problema da uomini anziani, collegato alla prostata o giù di lì. Nessuno – né le mie amiche, né mia madre, né le ostetriche al corso preparto – mi aveva fatto balenare l'idea che potesse essere anche un effetto collaterale del lieto evento per eccellenza, la maternità. Del parto si raccontano soprattutto gli aspetti felici: il peso del bimbo, a chi somiglia, quanto mangia. Magari la fatica del travaglio, ma per dimostrare quanto siamo state brave e coraggiose...
La gravidanza era stata normale: ho continuato ad andare in palestra fino al quinto mese e sono ingrassata di 12 chili. Anche il parto non ha avuto nulla di traumatico, a parte un interminabile travaglio di 23 ore (da vantarsene, appunto!) con l'epidurale. La bimba pesava 3 chili e 300 grammi, ma il ginecologo non ha neppure ritenuto necessario darmi dei punti perché era tutto a posto. Credeteci o no, il giorno dopo l'uscita dall'ospedale sono andata in tribunale per seguire una causa.
Con queste premesse non è strano che a nessun medico sia venuto in mente di suggerirmi di di controllare lo stato di muscoli e legamenti del pavimento pelvico. In effetti, stavo bene e sono tornata al lavoro a tempo pieno quando Cristina aveva solo tre mesi. E ho subito ricominciato lo sport, due pause pranzo alla settimana in palestra e due sere in piscina.
La prima volta è stata in ufficio. Cinque mesi dopo il parto. All'improvviso mi sono sentita bagnata: oddio, non avrò mica un'emorragia? Ecco, la prima cosa che mi è venuta in mente è stata una perdita di sangue, e mi sono spaventata. E invece era “solo” pipì: sul momento ho tirato un sospiro di sollievo. Anche se non mi spiegavo come fosse potuto accadere.
Purtroppo, non era stato solo un caso. Ho cominciato a perdere urina ogni volta che sollevavo le borse della spesa o tossivo. Ma anche durante una risata e, qualche volta, mentre facevo l'amore col mio compagno. «Tranquilla», ha minimizzato il mio medico. «È un piccolo strascico fisiologico del parto, vedrai che si risolverà nel giro di qualche mese».
Piccolo strascico? Ho cominciato a indossare sempre il salvaslip, per sicurezza. Ma non bastava. Così sono passata all'assorbente per le mestruazioni. Tutti i giorni. E a poco a poco, ho cambiato il mio stile: sempre più spesso vestita di nero – io che ho sempre adorato i colori chiari – e sempre meno pantaloni e gonne aderenti. E addio al perizoma.
Mi vergognavo a parlarne con le mie amiche e anche al mio compagno non dicevo nulla. Speravo che fosse un problema transitorio: ero sempre stata tonica, energica, e pensavo che l'attività fisica avrebbe favorito la scomparsa del disturbo.
Inutile. Anzi: gli episodi di incontinenza aumentavano, e spesso i peggiori li avevo proprio durante gag o pilates. Ma bastava una corsetta o l'accenno a un passo di ballo. Non riuscivo più a rilassarmi, perché avevo sempre il terrore di una figuraccia: così, ho mollato la palestra, limitandomi al nuoto, per evidenti ragioni. E ho smesso di portare con me la bottiglia d'acqua di plastica che sorseggiavo durante la giornata.
Mi bastava prendere in braccio Cristina per avere l’odiosa perdita. E per pensare quanto fossi simile a lei: usavamo entrambe i pannolini, lei perché piccola e naturalmente incontinente ma con la prospettiva di non esserlo presto, io perché madre ma senza sapere se avrei smesso di esserlo. Questa riflessione sulla mia regressione all'infanzia mi ha spinto a chiamare l'ostetrica che, per la prima volta, mi ha parlato della riabilitazione pelvica per ritonificare i muscoli indeboliti dal parto. Ho cominciato ad andare da lei un paio di volte alla settimana per imparare gli esercizi di contrazione muscolare attiva e per fare una ginnastica passiva, con un apparecchio che provoca delle scosse elettriche a livello vaginale. I muscoli reagivano, li stringevo. Ma le perdite involontarie continuavano.
Avevo appena iniziato la terapia quando ho scoperto di essere nuovamente incinta. Ester è nata 13 mesi dopo la sorella maggiore, con un altro parto naturale, più veloce del primo, anche se la bambina pesava 4 chili e 50 grammi. L’incontinenza, ovviamente, è rimasta, nonostante continuassi a fare la ginnastica perineale con la mia ostetrica. Né a lei né al mio ginecologo è venuto in mente che, forse, un cesareo avrebbe potuto evitare che la mia situazione si aggravasse.
Come in effetti è successo. Le perdite sono diventate più frequenti e abbondanti. Gli assorbenti non bastavano più: a malincuore ho comprato al supermercato un pacco di pannoloni da incontinenza veri e propri. Non dico la vergogna di posarli sul nastro alla cassa. Né, per me che ero sempre coi minuti contati, tra la professione e le due bimbe da seguire, il fastidio di dover sempre essere sicura di averne una scorta nella borsa.
La toilette è diventata un must: se andavo in un luogo sconosciuto, dovevo subito individuare dov’era. Se ce n'era una nelle vicinanze, ci andavo anche se non ne avevo bisogno, perché ero angosciata dalla possibilità di odori sgradevoli o macchie. Perciò mi assicuravo di essere sempre pulita e asciutta, lavandomi e cambiandomi di continuo. La paura e l’agitazione erano tali che a volte avevo la sensazione di essermi bagnata senza che fosse vero, perché quando controllavo era tutto a posto.
Ormai ero vicina alla disperazione: uscivo di casa solo per gli impegni di lavoro, isolandomi sempre di più. Ho smesso di andare al cinema con il mio compagno e a cena con gli amici, per evitare di disturbare e di dover dare spiegazioni. Io, che sono sempre stata solare e ottimista, sono diventata ansiosa, cupa, ossessionata dal mio problema.
La riabilitazione richiedeva tempo e sacrifici, e l’assenza di risultati – anche piccoli – mi demoralizzava. Il medico, di fronte alla mia ansia, ha allargato le braccia: «Può capitare, dopo due parti così ravvicinati. Vada dal ginecologo, perché il suo problema non è di mia competenza». Lo specialista mi ha prescritto un esame urodinamico, per valutare la funzionalità della vescica. La conferma di ciò che già sapevo: incontinenza da sforzo. Il ginecologo si è limitato a consigliarmi di proseguire con la ginnastica perineale e di avere pazienza. E sono andata avanti così, con la mia scorta di pannolini e di rassegnazione.
Ma non era ancora abbastanza. Ester aveva quasi due anni quando, un tardo pomeriggio, mentre ero sotto la doccia mi sono accorta che c'era qualcosa di strano. Sulla mia vagina premeva una specie di “palla” morbida. Spaventatissima, sono corsa dal medico.
Avevo già sentito parlare di prolassi, ma non riuscivo a credere che potesse succedere alla mia età. E nessuno specialista, pur sapendo che soffrivo di grave incontinenza, mi aveva mai accennato alla possibilità che stessi correndo questo rischio.
La diagnosi è stata una doccia gelata. Mi sono sentita di colpo una vecchia. Uno straccio inutilizzabile. Ho pensato a quando il mio compagno se ne sarebbe accorto o a come avrei fatto a trovare il coraggio di dirglielo. Non mi avrebbe più desiderato e ho visto in pericolo la nostra coppia. Rodolfo ha cercato di tranquillizzarmi: «Ti amo, piccola, va tutto bene. Vedrai che troveremo una soluzione, con tutte le possibilità che offre la medicina oggi...» Ma io ero scettica e a disagio anche con lui. Ho cominciato a evitarlo, dicendogli che provavo dolore durante i rapporti sessuali, diventati sempre più sgradevoli. Lui, pur rimanendomi molto vicino, a poco a poco non mi ha cercato più. E io, anche se non dovevo fare la “fatica” di respingerlo, soffrivo per questo e mi sentivo sempre più depressa.
Il ginecologo mi ha prospettato un'unica soluzione: la chirurgia. Avrei dovuto sottopormi a una colposospensione, per risollevare i visceri, e a un'isterectomia. L'utero era sceso troppo in basso, perciò mi sarebbe stato asportato. «In fondo», ha precisato il medico, «Lei ha 40 anni e due belle bambine: può farne a meno». Era vero, non desideravo altri figli: ma l'idea di essere privata del mio utero sanissimo era scioccante.
Nonostante le rassicurazioni del medico, il pensiero di non avere più un organo legato alla mia femminilità e alla maternità mi faceva sentire mutilata nel mio essere donna. E poi ci sarebbe stata una menopausa precoce, con le vampate, l'aumento di peso, l'osteoporosi, le malattie cardiovascolari. Davvero non avevo scelta? Ho consultato un altro ginecologo: «Bisogna vedere quanto si sono abbassati i visceri, quanto vanno “rialzati”, forse basta solo questo. Ma deciderò una volta che la avrò aperta». Questa spiegazione brutale non mi ha convinto a mettermi nelle sue mani, affidandomi a una decisione alla quale non avrei potuto partecipare.
La mia salvezza è stata Internet. Fin dall’inizio, per sentirmi meno sola facevo spesso ricerche on line: basta digitare su Google parole come incontinenza, prolasso, isterectomia per trovare informazioni, forum di pazienti, e anche foto fin troppo eloquenti. Così ho scovato il titolo di una relazione presentata in un congresso urologico su una nuova tecnica per il prolasso uterino. L’autore, il dottor Ivano Morra, uroginecologo di Torino, spiegava la felice soluzione del caso grave di una donna di 60 anni, che non aveva avuto bisogno di isterectomia. Ho pensato che se l’intervento era ben riuscito in questa signora, a maggior ragione poteva esserlo in una donna più giovane di vent’anni. Ho prenotato subito una visita, perché non volevo perdere più tempo: ma come, proprio nella mia città c’è uno specialista di un ospedale pubblico che si occupa di patologie come la mia e nessuno dei medici che avevo consultato lo sapeva?
L'urologo mi ha diagnosticato un abbassamento principalmente della vescica e poco dell’utero. Una buona notizia: poteva operarmi per via vaginale, mettendomi una “rete” per sospendere vescica e utero e correggere l’incontinenza da sforzo. L'intervento è durato un'ora, in anestesia spinale. Dopo tre giorni, sono tornata a casa. E dopo una settimana di relax, in ufficio. I fastidi post-operatori sono stati molto limitati, un po’ di bruciore alla ferita. Temevo la toilette, ma non ho avuto nessun problema: è stato tutto perfetto, da subito.
La cosa più difficile è stato prendere atto del fatto che le perdite non c’erano più: non riuscivo a non andare in bagno per controllare, perché non mi sembrava vero che sarei stata sempre asciutta e pulita. Per un po’ ho continuato a mettere l'assorbente. Solo dopo un paio di settimane, ho deciso che venuto il momento di accettare il fatto che ero una donna nuova. Nel vero senso della parola: il mio “aspetto” era tornato normale e fare l’amore con il mio compagno era di nuovo bellissimo, come prima della nascita delle nostre bimbe. Potevo ricominciare a uscire con gli amici, andare a cena e al cinema. Perciò mi sono comprata una elegantissima e minuscola pochette da sera. Ma non prima di aver buttato nella spazzatura la scorta dei pannoloni.
Le cure per prolasso genitale e incontinenza urinaria
I problemi di Silvana - prolasso genitale, incontinenza urinaria e disfunzioni sessuali – compromettono la qualità della vita di circa 5 milioni di italiane dai 30 anni in su. Ma solo il 25-30 per cento ha il coraggio di parlarne con il medico.
«Il prolasso genitale è causato dall’indebolimento di muscoli e legamenti del perineo conseguente a gravidanza e parto», spiega Lucio Miano, presidente della Federazione italiana società urologiche. Altre cause sono la menopausa e le modificazioni dei tessuti che ne conseguono, il sovrappeso, la tosse o la stipsi croniche, attività lavorative o sportive pesanti, il diabete.
«Consiste nell’abbassamento di utero, vescica o retto, e spesso si associa all’incontinenza urinaria. Colpisce maggiormente donne con oltre 50 anni, ma anche le più giovani». Questi disturbi possono essere risolti con successo grazie a innovative tecniche chirurgiche mininvasive messe a punto negli Stati Uniti, ora disponibili anche in Italia e a carico del Ssn.
«Le nuove metodiche di lifting uterogenitale per il prolasso si chiamano Apogee e Perigee», spiega Ivano Morra, uroginecologo responsabile del Centro incontinenza dell’Ospedale San Luigi Gonzaga di Torino. «Attraverso la vagina viene inserita una retina in materiale biocompatibile che sostituisce il supporto originario del pavimento pelvico danneggiato». In Italia le tecniche sono già state utilizzate per 4500 interventi, in vari centri ospedalieri italiani (per informazioni: Tegea - American Medical System numero verde 800 579 311).
Ci sono cure sempre più efficaci anche per l’incontinenza urinaria che colpisce dal 20 al 50 per cento delle donne dai 30 anni in su: rieducazione perineale, farmaci mirati, nuove tecniche di chirurgia mininvasiva di sostegno uretrale (che prevedono sempre l'applicazione di retine in polipropilene). La riabilitazione consiste in chinesiterapia perineale, cioè contrazioni volontarie, ripetute più volte al giorno, dei muscoli del pavimento pelvico; biofeedback, le stesse contrazioni compiute con l’aiuto di una sonda vaginale, e elettrostimolazione perineale (se le contrazioni muscolari volontarie sono deboli).
da «Elle» (ed. Hachette Rusconi), giugno 2009
