Architettura di un sogno

Una monumentale città consacrata all'arte e al sapere in tutte le sue forme. Per la gloria dello spirito umano e contro ogni conflitto. Alla vigilia della grande guerra, l'utopia urbanistica di Hendrik Christian Andersen

di Mariateresa Truncellito

L’uomo da sempre passa la vita a fare la guerra e a sognare la pace. Quello contemporaneo, che si illude di poter avere tutto sotto controllo, ha creato un’organizzazione mondiale preposta alla realizzazione del sogno. Ma nemmeno le Nazioni Unite – e, prima, la Società della Nazioni – nonostante l’impegno, ingenti costi e bizantini regolamenti ce l’hanno fatta. Gli interessi politici, l’economia, la ricchezza e la povertà, le ingiustizie sociali, l’ansia di dominio continuano ad avere la meglio. Che sia una questione di metodo?

Anche lo scultore Hendrik Christian Andersen sognava la pace nel mondo. Nato a Bergen, Norvegia, nel 1872, emigrato da bambino con la famiglia a Newport, Rhode Island, a 21 anni aveva cominciato un viaggio in Europa per studiare arte. Dopo una lunga permanenza a Parigi col fratello maggiore Andreas, pittore (1869 - 1902), nel 1896 si era stabilito a Roma. Qui era entrato nelle grazie di altri artisti e di vari facoltosi espatriati (tra i quali lo scrittore americano Henry James, più vecchio di 30 anni, col quale ebbe un’intensa relazione che durò fino alla morte di James, nel 1915) che gli avevano permesso di proseguire il suo lavoro. Gran parte del quale dedicato a una grandiosa utopia.

Era l’epoca dei conflitti sociali e politici conseguenti al nazionalismo aggressivo e all’imperialismo. Ma Andersen era convinto di aver trovato la chiave per far cessare per sempre le guerre: bastava costruire una città monumentale – per dimensioni e stile architettonico – che fungesse da capitale mondiale della cultura e alla cui edificazione partecipassero tutte le nazioni della terra.

Secondo Andersen, l’arte - e quindi la bellezza – avrebbe cambiato l’umanità, portando alla pace e all’armonia: la contemplazione di opere monumentali, di ispirazione classica, avrebbe stimolato desideri di automiglioramento, individuale e collettivo. Infatti, «In tutte le epoche e luoghi si può seguire il progresso di un popolo nelle variazioni dell’architettura…».

Un’utopia urbanistica, dunque, che lo scultore, insieme con l’architetto Ernest Haebrard, descrive e illustra nei particolari in un’opera editoriale grandiosa, almeno quanto l’idea che la sorregge: Création d’un Centre Mondial de Communication, un enorme tomo del peso di oltre 5 kg, completo di tavole in scala e progetti minuziosi.

La città viene immaginata come «una fontana di conoscenza strabordante da nutrire con gli sforzi di tutto il mondo nell’arte, nella scienza, nella religione, il commercio, l’industria e la legge»; in cambio avrebbe «diffuso la conoscenza a tutta l’umanità», nella convinzione che il progresso «dipende dal confronto e che l’umanità può raggiungere le vette supreme solo unendo gli sforzi verso un unico scopo».

Nella lunga introduzione, Andersen ribadisce più volte l’idea che la solidarietà, la fraternità e la cooperazione siano l’unica via per il progresso della conoscenza e della giustizia: «È evidente che le nazioni non possono più vivere del tutto separate. Tutte le barriere elevate per l’egoismo degli orgogliosi o la rapacità degli ingiusti sono destinate a cadere…».

La religione e le guerre hanno permesso al mondo di progredire, ma «entrambe hanno le mani sporche di sangue. Ma se la guerra è stata utile nel passato (…), siamo certi che diventerà sempre meno necessaria. L’avvenire troverà un sistema di protezione più sicuro e più giusto della distruzione della vita umana».

E nemmeno il denaro sarà più un problema, perché lo sviluppo raggiunto dall’industria e dal commercio internazionale richiedono un’alleanza economica tale che «tutti gli esseri dotati di raziocinio uniranno le forze per proteggerla, e nessuna nazione sarà abbastanza forte o temeraria da distruggerla. E questa alleanza sarà di per sé preventiva contro la guerra…».

Lo scultore immagina quindi che i rappresentanti di tutte le nazioni si riuniscano nel Centro Mondiale per la Comunicazione per discutere alla luce «della scienza economica e del sommo bene per tutti gli interessati».

La città deve sorgere in riva al mare, per poter essere facilmente raggiunta. Da buon conoscitore dell’animo umano, Anderson suggerisce: «Un clima temperato attirerebbe sia i visitatori sia i residenti. Condizioni tali si trovano sulla costa Atlantica tra l’istmo di Panama e la Nuova Inghilterra. Ma anche sulle rive del Mediterraneo: Italia, Spagna, Tunisia, Tripolitania. Scelte che avrebbero il vantaggio d’intensificare gli scambi con l’Asia e ampliare le vie di penetrazione nel continente africano. … Se si preferisce di costruire la città all’interno, Belgio, Olanda e Svizzera possono contendersi il vantaggio di una collocazione centrale e di rapide comunicazioni con la maggior parte delle capitali….».

La Capitale Mondiale della Comunicazione è divisa in tre quartieri: il Centro Olimpico, con piscina, stadio, palestre, piste per la corsa, campi da tennis e da calcio, patinoir; il Centro dell’Arte, con teatro, conservatorio, biblioteca, musei, scuola d’arte, e il Centro Scientifico, dove sorge la Torre del Progresso, con un’agenzia di informazione che diffonde notizie via radio in tutto il mondo. Attorno, quattro Uffici Internazionali di Congressi Scientifici, il Tempio delle Religioni, la Corte Internazionale di Giustizia, una Banca e i Palazzi delle Nazioni, dove si riuniscono ambasciatori e rappresentanti dei vari paesi.

A ridosso del Centro, Andersen immagina una città residenziale di un milione di abitanti. Ogni edificio, statua, viale, fontana e decorazione è minuziosamente descritto, anche nei significati allegorici.

Il sogno di Andersen è rimasto tale, sia nella teoria che nella pratica. Ma una piccola parte ha preso forma, ed è visibile nel Museo Hendrik Christian Andersen di Roma. Alla sua morte, il 19 dicembre 1940, Anderson designò lo Stato Italiano erede della sua elegante dimora romana in via Mancini al 20, quartiere Flaminio, contenuti compresi: opere, arredi, carte d’archivio, fotografie, libri (compreso Création d’un Centre Mondial de Communication, consultabile). Il museo, collegato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, è stato aperto al pubblico nel 1999, dopo vari restauri.

La collezione, quasi interamente incentrata attorno all’idea utopica della Capitale Mondale, comprende oltre duecento sculture in gesso, bronzo, terracotta, più di duecento dipinti (metà di Hendrik C. Andersen e metà del fratello Andreas) e oltre trecento opere grafiche, tra i quali gli oltre trenta progetti relativi alla città, presentati nei due saloni al piano terra (Galleria e Studio) della casa.

Altri bozzetti, dipinti, disegni sono esposti al pubblico al primo piano, con mostre a rotazione. Molto interessante è il materiale fotografico relativo alle opere e alla vita familiare di Andersen, scatti d’epoca di capolavori dell’arte italiana dei secoli XV e XVI e vedute di città italiane, europee e americane. Immagini che costituivano il bagaglio visivo dell’artista e parte integrante della sua cultura figurativa.

Tra i materiali d’archivio, c’è anche una fitta corrispondenza con rappresentanti di governo, istituzioni e personalità della cultura per promuovere il progetto del Centro Mondiale di Comunicazione.

Andersen, utopista fino alla fine, era molto fiducioso nei confronti della natura umana: «Sarà bene che ogni nazione nomini una commissione, che poi si incontrerà in una Convenzione a Roma, Parigi, Londra, Berlino o Washington per discutere il valore pratico e i meriti estetici dei progetti e dei disegni di quest’opera», scrive. Certo che «In confronto ai vantaggi che avranno popoli e governi nella semplificazione dei rapporti internazionali e al risparmio di tempo e denaro che risulteranno dal rendere immediata la diffusione delle ultime conquiste dello sforzo umano, il costo totale della creazione e del mantenimento di questo centro appare insignificante. Questa spesa sarà sostenuta in comune da tutti i paesi …. Anche le organizzazioni internazionali che già esistono parteciperanno a un Centro che faciliterà il loro sviluppo. E pure i privati, infine, desiderosi di collaborare al progresso e alla pace del mondo, non faranno mancare il loro contributo».

Magari fosse stato così semplice.

da «Verve» n. 25/36 maggio/giugno 2009