Il fascino esotico del terzo incomodo
di Mariateresa Truncellito
Nessuno ha mai messo in discussione il legame tra l'arte contemporanea americana e la cultura europea. Eppure, in questa coppia di ferro, c'è un importante terzo incomodo: l'Asia. Il «triangolo» viene svelato da una grande mostra al Solomon R. Guggenheim Museum di New York: The Third Mind: American Artists Contemplate Asia, 1860 to 1989 (fino al 19 aprile 2009), nell’ambito delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario dell’edificio-capolavoro di Frank Lloyd Wright. L’esibizione presenta 260 opere di 114 artisti e scrittori americani: dipinti, sculture, video-arte, installazioni, film, libri e disegni provenienti dalle maggiori collezioni pubbliche e private di Stati Uniti, Europa e Giappone.
Spiega la curatrice Alexandra Munroe, sovrintendente per l'arte asiatica del museo: «Spero che la mostra abbia l'effetto di una rivelazione, poiché permette di vedere 130 anni di creatività attraverso una lente del tutto nuova».
La mostra sfida la consueta visione che l’arte americana contemporanea si sia sviluppata semplicemente attraverso il dialogo con l’Europa. Al contrario, l’arte, la musica, le religioni e le idee filosofiche dell’Oriente hanno ispirato gli intellettuali americani e movimenti artistici come astrattismo, arte concettuale, minimalismo e neoavanguardie. Il titolo richiama Untitled («Rub out the World») da The Third Mind (ca. 1965), uno dei lavori di «cut-ups», sorta di collage testuali degli scrittori della Beat Generation William S. Burroughs e Brion Gysin che mixarono brani di varia provenienza per creare una nuova narrativa. L’opera, visibile al Guggenheim, evoca il metodo eclettico col quale gli artisti americani adottarono le idee e le suggestioni provenienti dall’Asia per plasmare nuove forme e significati.
La mostra si snoda in sette sezioni, in ordine cronologico e per temi. La fascinazione degli artisti americani per l’Oriente comincia a metà dell’Ottocento: ci sono i lavori realizzati da John La Farge in Giappone, come la Grande statua di Amida Buddha a Kamakura (ca. 1887), il dipinto di James McNeill Whistler Nocturne: Blue e Gold–Old Battersea Bridge (ca. 1872–75) e una serie di acquaforti di Mary Cassatt del 1890–91 che riprendono temi delle stampe giapponesi. Si prosegue quindi con artisti della prima metà del XX secolo che si appropriarono dell'estetica asiatica della leggerezza, e di una visione dinamica e spirituale della natura, mentre molti cominciarono a studiare il buddismo: influenze che si notano per esempio in Time of Change (1943) di Morris Graves, The Pond–Moonrise di Edward Steichen (1904), Abstraction di Georgia O’Keeffe (1917). Ci sono poi rare prime edizioni delle traduzioni di Ezra Pound di classici della letteratura asiatica e del teatro-danza che, negli anni tra le due guerre, ispirarono molte sperimentazioni. Un video documenta la collaborazione tra Martha Graham e Isamu Noguchi nella performance Frontier (1935). Viene quindi esaminato il gesto spontaneo della pittura astratta ispirato all’arte della calligrafia, con opere di Franz Kline, Sam Francis, Philip Guston, Isamu Noguchi, Robert Motherwell, Jackson Pollock, David Smith e Mark Tobey. Induismo, taoismo e buddismo fornirono agli artisti una base concettuale per il potenziale visionario e spirituale dell’arte astratta, mentre la retorica Zen permise loro di liberarsi del modernismo ortodosso a favore di immediatezza e autenticità: ne sono esempi il manifesto di Cage sulla musica silenziosa, la prosa spontanea di Kerouac, l’anti-arte di George Maciunas e l'arte situazionista di Tom Marioni. Una sezione riflette sull’idea di Ad Reinhardt che l’arte è «astrazione pura», un’esperienza percettiva che purifica la coscienza attraverso la contemplazione, spostando l’attenzione dall’opera al tempo che si trascorre guardandola. L’ultima parte della mostra presenta video, installazioni e performance degli anni Settanta fino al 1989, con artisti come James Lee Byars, Linda Montano, Adrian Piper, Bill Viola e Kim Jones, e le performance di Laurie Enderson, Meredith Monk e Robert Wilson.
Ann Hamilton risponde alle tesi della mostra con un’opera appositamemente creata: Human carriage (2009). Riflettendo su come i testi asiatici hanno cambiato il modo di fare arte in America, Hamilton ha ideato un «portacampane tibetane» che suonano attraversando l'intera balconata del Guggenheim. All’ultimo piano, un addetto al sistema di pulegge scambia i contrappesi che muovono l’intero meccanismo, composti da migliaia di libri tagliati. Per Hamilton, una metafora del processo della «lettura, che non lascia tracce materiali ma che può cambiarti per sempre».
da «Verve» (ed. Verve International), marzo 2009
