Cavalcarono insieme - Faccia a faccia con Giuseppe D'Onofrio

È uno dei migliori cavalieri italiani, campione di salto con la nazionale azzurra e nei concorsi individuali. A Gentry racconta come è nato il suo amore per l'equitazione e perché il suo è sempre uno sport di sqadra

di Mariateresa Truncellito

Il suo nome è noto soprattutto fra gli appassionati di equitazione. Niente di strano, gli italiani conoscono a menadito solo i calciatori e una sparuta pattuglia di pochi eccellenti in altri sport. Ma Giuseppe D’Onofrio, 41 anni, comasco, è uno dei migliori cavalieri del mondo e da quattro anni è nella nazionale italiana di salto ostacoli, la prova regina dell’equitazione. Un’eccellenza sportiva - e personale - che non è sfuggita a Audemars Piguet che lo ha scelto come testimonial per l’Italia del cronografo Royal Oak Offshore. Conoscerlo, al Club Ippico Tre Ponti di Erba dove si allena ogni giorno e dove ci sono i cavalli che lo hanno reso un campione (Landzeus, Lagerfeld, Lastrup e Angie, di proprietà della Morgan Spa), è un lusso nello spirito di Verve.

Nel 2008, con la squadra italiana D’Onofrio ha vinto la Coppa delle nazioni a Linz, conquistato il secondo posto a Zagabria, l’ottavo a Calgary e il quinto a Copenhagen. E non sono mancate le soddisfazioni individuali: dopo i buoni piazzamenti nei concorsi di Oslo e Helsinki, lo scorso novembre, durante il Jumping Verona International Horse Show era uno dei dieci selezionatissimi azzurri nella tappa della Rolex Fei World Cup, la manifestazione di salto indoor più importante in Italia, dove si è piazzato nono. Sempre a Verona (dove nel 2007 era stato il miglior italiano nel concorso di Coppa del mondo), al Premio Ferrari con un duplice percorso netto in 38,65, a pochi decimi di secondo dal vincitore, ha mandato in delirio le tribune. «Il merito è soprattutto di Lagerfeld», si schermisce ridendo D’Onofrio quando gli si ricorda l’ovazione. «A dispetto di una corporatura non imponente, fa salti spettacolari. È stato un momento davvero entusiasmante».

Momenti così in Italia non sono frequenti: l’equitazione ha poca visibilità e, oltre alla kermesse di Verona, l’unico evento che conquista il grande pubblico è Piazza di Siena, il Concorso ippico internazione ufficiale (Csio) a Roma. «È raro che uno spettatore mi chieda un autografo. All’estero, invece, mi succede spesso. E la mia più fervente ammiratrice, che mi inonda di lettere e cartoline, è turca» racconta D’Onofrio. Nonostante ciò, da vero «cavaliere», non ce l’ha affatto con l’italica predilezione per il calcio. Anzi: lui stesso, da piccolo sognava di fare il calciatore, e per un po’ – prima che una caviglia rotta lo fermasse – ha anche praticato.

L’amore per i cavalli è venuto dopo. Molto dopo. «Non è stato un colpo di fulmine. Ho iniziato a montare in prima media, non per passione ma per emulazione: mio zio aveva una scuderia, mio cugino cavalcava, e ci ho provato anch’io. Ma ero un vero fifone». Prova oggi e prova domani, il riluttante Giuseppe inizia a vincere: «Verso i 15 anni, qualche gara seria. Ma prima di pensare che sarebbe stato il mio lavoro sono passati anni, tra il liceo artistico e la facoltà di architettura. Ho capito che avevo fatto la scelta giusta solo nel 1996, durante la mia prima Coppa delle Nazioni a Praga. Vincemmo, e fu un’ottimo slancio per la mia carriera».

Messo da parte il tecnigrafo, D’Onofrio si dedica anima e corpo ai cavalli, con la guida di vari maestri. «Hanno fatto la differenza il campione belga Philippe Le Jeune e il tecnico olandese Henk Nooren, oltre a Giorgio Nuti e Dante Busso. Per crescere, nell’equitazione occorre una mentalità aperta, la voglia di confrontarsi e imparare, anche guardando gli altri». Perciò quando gli si chiede qual è stata la soddisfazione più bella della sua carriera, il cavaliere non cita una vittoria, ma un concorso accanto ai più bravi. «Il quarto posto conquistato nel 2007 nel Global Champion Tour di Arezzo riservato ai 50 migliori cavalieri del mondo. Mi sentivo un pesce fuor d’acqua». Nessun italiano era mai arrivato nei primi cinque posti di un torneo così importante.

Quando invece viene invitato a ricordare un’emozione speciale, D’Onofrio indica una foto appesa nell’atrio della scuderia. «Due anni fa, quando ho vinto il Primo Memorial Matteo Passera». Matteo Passera, grande promessa del panorama equestre nazionale e internazionale, è scomparso a 21 anni in un incidente stradale. «La Morgan Spa, proprietaria dei cavalli con i quali gareggiava, li ha proposti a me. È stato commovente vincere il torneo intitolato a Matteo in sella al “suo“ Landzeus, quello che oggi è il migliore dei miei cavalli».

E il cavaliere più bravo, invece, qual è? «Chi sa ottenere risultati in sella a cavalli diversi. E chi fa sempre un gioco di squadra: puoi montare alla perfezione, ma se il cavallo non ti segue non vai da nessuna parte». Il cavaliere fa la differenza se il cavallo è all’altezza. Fisica, ma non solo: il cavallo che vince è quello che riesce a buttare il cuore oltre ostacolo. «Come Landzeus: non è certo il più bello della scuderia, ma è il più “insanguato”, ha una carica straordinaria, frenesia di saltare ed è un vero lottatore, soprattutto nelle condizioni più avverse», dice D’Onofrio.

Se nei minuti della gara tutto corre, nella vita quotidiana di un cavaliere ci vuole pazienza, capacità di ascoltare, intuito. Il segreto è nel feeling che si crea col cavallo, l’altra metà di un binomio che è innanzitutto un incontro di caratteri. «Bisogna capire comportamenti e stati d’animo. Accorgersi dei dettagli fa la differenza tra vincere e perdere: tutti i cavalli trottano e galoppano, ma ognuno ha il suo carattere. Se non reagisci nel modo giusto, smettono di fidarsi di te. Perciò ai miei dedico molto tempo: li monto tutti i giorni e me ne occupo il più possibile personalmente». Come si fa a non sbagliare? «Lascio fare al cavallo, soprattutto all’inizio. Poi, piano piano, cerco di farlo lavorare per gli obiettivi che mi prefiggo. Tra cavaliere e cavallo ci deve essere un rapporto di complicità, non di dominio. Il cavallo così ti dà tutto. Soprattutto in gara quando avverte la tua tensione e la condivide: tu puoi pensare a far bene la tua parte, perché lui farà benissimo la sua».

Sono sempre più numerosi i ragazzini che frequentano circoli ippici. Anche D’Onofrio segue giovani allievi e spera che tra loro possa esserci un futuro campione. «È uno sport molto formativo: soprattutto per la mente. Richiede determinazione, sacrificio, impegno assiduo. Bisogna applicarsi per anni, perché è uno sport “adulto”, occorrono pratica e una sensibilità che si affina solo col tempo. Tutto ciò, mi rendo conto, contrasta con la mentalità corrente che vuole tutto e subito». E che ne è, per un cavaliere professionista, del tempo libero, il vero lusso dei giorni nostri? «Io ho un pessimo rapporto con il tempo: quando mi sveglio, mi sento già in ritardo. I momenti liberi sono pochi: li riservo a mio figlio Alessandro, di 9 anni, col quale faccio grandi sfide di calcio e di tennis alla Playstation, e a Eleonora, la mia compagna nella vita e sul lavoro, dato che è la proprietaria del maneggio Tre Ponti. In vacanza vado solo d’inverno, negli ultimi anni sempre alle Maldive. L’estate è zeppa di gare, al massimo ci scappa un pomeriggio in spiaggia se c’è una competizione in una località balneare». L’orizzonte, del resto, è pieno di obiettivi agonistici: «Gli europei in Inghilterra, a luglio, sono l’appuntamento più importante Prima, altre tappe del Global Champion Tour e della Coppa delle nazioni, Piazza di Siena, il concorso ippico di San Patrignano, e tantissimi altri concorsi di livello internazione, visto che quest’anno la nazionale italiana è nella Super League». La spiaggia può attendere.

da «Verve», marzo 2009