Cina caput mundi

A Firenze va in scena il Rinascimento d’Oriente

di Mariateresa Truncellito

La storia insegna che solo quando una civiltà si apre alle altre, per accoglierle e non per sopraffarle, raggiunge il massimo splendore. La mostra fiorentina Cina: alla corte degli Imperatori. Capolavori mai visti dalla tradizione Han all’eleganza Tang (fino all’8 giugno 2008, a Palazzo Strozzi) sembra fatta apposta per ricordare l’importanza fondamentale della tolleranza in una società che vuole essere cosmopolita sul serio.

Un messaggio di grande attualità, dunque, in un’esposizione che, come una macchina del tempo, fa compiere al visitatore un balzo indietro di millecinquecento anni. Ma i collegamenti col presente sono molti. Per la Cina non è una novità essere una superpotenza economica: lo era già all’inizio del Settecento, quando, secondo gli studiosi di storia dell’economia, si spartiva metà del Pil mondiale con l’India.

E già nei primi due secoli dopo Cristo, molto tempo prima della rivoluzione industriale quindi, aveva forme di divisione del lavoro e di specializzazione tipiche della produzione in serie, e la capitale Chang’an (odierna Xi’an), vantava un mercato che si estendeva su un’area di mezzo milione di metri quadrati.

Non solo: la Cina ha vissuto con largo anticipo sull’Occidente anche il Rinascimento, quello che si ammira nella mostra di Firenze, appunto. Fu durante la dinastia Tang, dal 617 al 907 dopo Cristo, e in particolare sotto il regno illuminato e tollerante dell’imperatore Taizong.

All’epoca molte popolazioni che abitavano lungo i confini si spostarono nella Cina centrale, contribuendo a un’integrazione nazionale senza precedenti e, nello stesso tempo, la cultura e l’arte straniere (un terzo della popolazione di Chang’an era immigrata) influenzarono profondamente quella delle dinastie Sui e Tang anche nei secoli successivi. Da notare che in quello stesso periodo l’Europa stava immersa in quelli che vengono definiti – forse un po’ sbrigativamente, ma tant’è - «i secoli bui». In Cina, invece, fiorivano le arti, l’artigianato e la letteratura: Li Bai e Du Fu composero versi tra i più famosi della storia della letteratura cinese.

Il prosperare di una cultura raffinatissima si deve proprio a una straordinaria apertura verso le culture straniere. Come nota Lorenzo Bini Smaghi, presidente della Fondazione di Palazzo Strozzi, «Molto tempo prima della globalizzazione, la Via della seta rappresentò un canale per la diffusione di idee originali e tecnologie innovative».

Oltre all’immenso centro commerciale, Chang’an, edificata intorno al 600, aveva 25 grandi viali che la attraversavano da parte a parte, 110 quartieri murati e il complesso dei palazzi imperiali. Era il crocevia di tutti i popoli dell’Asia: turchi, uiguri, tibetani, coreani, arabi, indiani, persiani. La borghesia impazziva per tutto ciò che era esotico: gli stranieri dalla pelle scura, il polo (gioco arrivato dall’Iran e praticato anche dalle dame di corte), le tecniche artistiche persiane, le religioni «alternative» come cristianesimo nestoriano, manicheismo, zoroastrismo e il buddismo, che in breve dilaga: all’epoca sorgono numerosi monasteri e la Cina dei Tang diventa prestigiosa come l’India per leggende, maestri e luoghi di pellegrinaggio.

A Palazzo Strozzi il rinascimento cinese e la gloriosa dinastia Tang sono raccontati da oltre 200 capolavori (giunti per la prima volta in Europa), nelll’allestimento curato da Romeo Gigli. Opere rimaste sepolte per secoli e recuperate da scavi archeologici degli ultimi 30 anni, provenienti da una trentina di musei e istituti culturali.

Splendidi affreschi, spettacolari sculture di pietra, squisiti manufatti d’oro e d’argento, raffinati gioielli, vivaci statue di terracotta e vetri esotici sfilano sotto gli occhi del visitatore accolto, nel cortile, salla stupefacente statua di Maitreya, il Buddha del futuro (alto 240 cm) eseguito all’epoca dell’unica imperatrice della storia cinese, la formidabile Wu Zetian, che regnò dal 690 al 705: un esempio dello stile Tang al massimo grado di equilibrio ed eleganza, caratteristiche per le quali quest’epoca è stata definita l’Età d’oro della Cina.

L’esposizione inizia con alcune opere del periodo Han Orientale (23-220), come la guardia d’onore del generale Zhang, costituita da carri, cavalli e soldati di bronzo, trovata nella sua tomba a Leitai. Una sezione significativa è riservata all’arte buddista, con 27 sculture (alcune alte oltre due metri e mai uscite dalla Cina) databili dalla fine del V al IX secolo. Grande maestria si ritrova anche nelle sculture di terracotta, invetriate o dipinte che accompagnavano i defunti e che raccontano la vita fastosa dei nobili e delle dame, alcune con abiti di foggia straniera, acconciature appariscenti, a volte a cavallo o vestite da uomo, a dimostrazione della libertà di cui godevano all’epoca.

Cina: alla corte degli Imperatori. Capolavori mai visti dalla tradizione Han all’eleganza Tang
Fino all’8 giugno 2008
Firenze, Palazzo Strozzi, tel. 055.2645155, www.palazzostrozzi.org

da «Verve» (ed. Verve International), aprile 2008