Saranno famosi
di Mariateresa Truncellito
Non è una rivista, non è un libro, non è un album. Noname Magazine è un progetto editoriale: in quanto tale, si guarda, si legge e si sfoglia. Ma non nel senso convenzionale dei termini visto che le pagine, sciolte, sono anche poster, stampe, foto, libriccini da staccare e collezionare. Pesa (oltre due chili), va maneggiato con cura, occupa spazio, tempo e denaro (costa 60 euro): non è possibile leggerselo in metrò, per dire. Paradossalmente, nella sua essenziale e giocosa modernità richiede quel tipo di attenzione che gli studiosi una volta riservavano agli antichi incunaboli, fruibili solo con calma, posati su un tavolo. I contenuti sono opere di artisti di tutto il mondo, selezionati con un’accurata ricerca, in una visione più ampia possibile di ciò che si definisce sommariamente arte contemporanea.
Vista da fuori, la versione cartacea di Noname Magazine è un cofanetto nero formato A3, protetto da una scatola di cartone. Con una scritta: «Attenzione, fragile. Maneggiare con cura. Se ne possono mutare le proprietà fisiche». Ma più che un avvertimento, suona come un invito.
Diego Esposito titolare della cattedra di pittura all’Accademia di Brera di Milano, ha definito Noname Magazine «il coso». Ma gli esperti d’arte, si sa, spesso parlano a iniziati che – beati loro - capiscono al volo. Verve, che invece ha l’ambizione di parlare a tutti, ha cercato di coglierne l’essenza chiedendone ragione direttamente al suo giovane creatore.
Johann Velit ha 31 anni ed è nato a Lima, ma vive a Milano dal 2000: la sua professione sarebbe la moda (è fashion designer), ma la sua vocazione è la creatività a tutto tondo, e la sua passione la visual art, nel senso più ampio del termine. «Noname Magazine è l’espressione del desiderio di cambiare i meccanismi fissi del prodotto editoriale classico, giornale o libro che sia. E della voglia di dare al lettore la possibilità di farne ciò che vuole: togliere pagine, scombinarne l’ordine, appenderle alle pareti di casa o regalarle agli amici, leggere i testi o saltarli, scrivere il suo editoriale. Il lettore, insomma, è invitato a partecipare attivamente a Noname Magazine, non è solo un fruitore passivo delle idee altrui».
Johann Velit è arrivato in Italia vincendo una borsa di studio all’Istituto Marangoni, la scuola di moda e design con sede a Milano, Londra e Parigi. In precendenza, ha lavorato come creatore di gioielli, pezzi unici o a tiratura molto limitata, esposti in una serie di mostre personali e collettive in Costa Rica, Perù, Honduras, a San Francisco e a New York, alla Silver Square Gallery di Soho. Da sempre, però, si dedica anche alla grafica, all’illustrazione e alla fotografia. È da queste passioni che nasce Noname Magazine. «Sapendo come funziona il mondo dell’arte e quanto è difficile poter fare delle mostre, cercavo una strada che mi permettesse di mostrare i miei lavori a più gente possibile, e che non costasse una fortuna».
Quale vetrina migliore e più vasta di Internet? Dall’idea iniziale di mettere online il proprio portfolio a quella di creare una galleria virtuale dove ospitare altri artisti emergenti in cerca di visibilità («no name», appunto) il passo è breve. I primi a partecipare sono gli amici: stilisti, disegnatori, fotografi, una decina in tutto. Racconta Velit: «Il numero 0 lo intitolai Cuscino morbido: era una sorta di augurio, speravamo di essere accolti bene nell’immenso mondo della Rete”.
Ha funzionato: in tre anni escono 9 numeri virtuali più uno cartaceo. Nel complesso, oltre 500 mila contatti e oltre 800 collaborazioni di importanti artisti internazionali. Art directyor, graphic designer, illustratori, fotografi, architetti, performers, stilisti, fashion designer guidati da un filo conduttore che viene liberamente interpretato e che rappresenta una tappa nel cammino di crescita del progetto editoriale, che dal primo numero a oggi ha ampliato confini e orizzonti. Noname Magazine è riuscito ad attirare l’attenzione di molti addetti ai lavori. E il risultato è un prezioso oggetto d’arte contemporanea a tiratura limitata (5mila copie, ciascuna numerata a mano) senza pubblicità che si vende, oltre che su Internet, nelle librerie, nei centri multimediali delle principali città d'Italia. E al MoMa di New York.
Ma come riuscito Johann Velit, senza soldi e raccomandazioni, a realizzare questo piccolo miracolo? Grazie a un mix di fortuna, ingegno, creatività e a una discreta faccia tosta: «Stabilito il tema della monografia, parte la ricerca. E quindi l’invito agli artisti a partecipare con i propri lavori», spiega Velit. «Di persona non avrei mai il coraggio di parlare con personaggi che sono nomi grandissimi della fotografia e dell’arte contemporanea. Ma con le e-mail è tutto più facile: farsi avanti e anche incassare un no».
In effetti, però, sono stati più importanti i sì: «Grazie ai miei contatti personali, ho avuto la fortuna di pubblicare sul primo numero foto di Javier Silva e di Lorenzo Salcedo, un amico le cui opere sono esposte alla Casa Bianca». Due nomi importanti, che, insieme a una tenacia che sconfina nell’ostinazione, diventano un biglietto da visita che apre tante porte. Tra le altre quella di Misha Gordin, massimo rappresentante della fotografia concettuale contemporanea. «L’ho tempestato di e-mail finché la sua addetta stampa mi ha autorizzato a pubblicare tutto ciò che volevo«, racconta Velit con entusiasmo.
Grandi nomi della fotografia e della graphic art, ma anche molti graffitari, wallpaperisti e sconosciuti che grazie al tam tam della Rete hanno cominciato a farsi avanti spontaneamente. «Ma la selezione è molto rigorosa e accurata, in base al tema e ai canoni estetici imposti ormai da quattro anni di lavoro. Non mi spaventa la sperimentazione, la possibilità di uscire dalle regole stilistiche dell’immagine “fatta bene”, ma non ha senso la provocazione fine a se stessa o quello che è solo e semplicemente cattivo gusto».
L’avventura è talmente felice che dopo la versione virtuale arriva il primo numero cartaceo, stampato da Arti Grafiche Bazzi e intitolato significativamente Revolution: «Volevamo dare finalmente una sensazione fisica, tattile. Poter giocare e trasmettere altre sensazioni». In effetti, sfogliare Noname Magazine riporta a certi libri pop up dell’infanzia, con i personaggi delle fiabe che balzano fuori dalla pagine, buste da aprire per scoprirne il contenuto a sorpresa, oggetti tridimensionali e materiali da accarezzare.
Gli artisti che hanno partecipato alla prima versione su carta sono stati una cinquantina: tra gli altri, Loris Cecchini, Abstract Groove, illustratori come Przemek Sobocki, pubblicitari come Amasté, con le interviste da staccare a Li Wei, Jacque Fresco, Pancrazzi, Fernando Gomes, Demeulemeester, Aider Ackermann, Caravaggio e sette conversazioni da ascoltare on line.
Sotto il colophon, l’ultimo foglio, sei disegni di Kentaro Kobuke, che ha lavorato per Comme des Garcons. Tra i sì insperati, quello di Flora Sigismondi, videofotografa molto famosa nel mondo della musica pop: ha lavorato per White Stripes, Marilyn Manson, The Cure. «Al mio invito, mi ha risposto che conosceva e apprezzava Noname Magazine e che era molto felice di collaborare». Con lei sono arrivati anche gli stilisti Martin Margiela e Antonio Marras, protagonista di una visual interview, un’altra creatura sui generis di Velit: «Le domande sono parole chiave alle quali l’intervistato risponde con un’immagine».
In generale, lo spazio per i famosi è sempre fuori dagli schemi: «Non tutti hanno apprezzato la scelta di ospitare su Noname un nome arcinoto come quello di Vanessa Beecroft», continua Velit. «Ma abbiamo pubblicato lo studio preparatorio del suo progetto VB South Sudan, mesi prima che uscisse il lavoro definitivo. Oltre a dare un taglio originale all’opera, abbiamo bruciato sul tempo importanti testate d’arte contemporanea». È questo il criterio utilizzato con tutti i grandi nomi, invitati a utilizzare lo spazio in modo sperimentale, con qualcosa di inedito, che non interessa ai normali circuiti o che esce dai parametri professionali consueti: «È successo per esempio con il fotografo di moda inglese Perou che ha firmato campagne pubblicitarie per Vivienne Westwood: per Noname ha realizzato una serie di scatti ironici che hanno per tema la ruota della fortuna della vita».
La versione cartacea prevede una uscita all’anno: è in preparazione la seconda. Noname Magazine on line, invece, viene aggiornato quotidianamente: oltre alle immagini, è uno spazio di sperimentazione multimediale che ospita anche video e suoni. La redazione, composta oltre che da Johann Velit da Luca Pozzi, che segue l’arte contemporanea, Francesco Fumarola per multimedia e musica, Azzurra Utta per la distribuzione, Abstrac Groove.com per la comunicazione, inoltre, sempre più spesso è presenta come media partner di eventi legati all’arte contemporanea, dei quali realizza foto e video pubblicate on line in diretta, in cambio di uno spazio che rappresenta un canale alternativo per la distribuzione, per lo più affidata agli stessi artisti internazionali che collaborano con la testata. Tra le ultime presenze. Paris Photo 2007 a novembre e il Festival della creatività a Firenze.
da «Verve», (ed. Verve International), febbraio 2008
