La moda e i modi di George Barbier

Illustratore, stilista e scenografo, l'artista oggi celebrato a Venezia è stato un genio del Liberty

di Mariateresa Truncellito

George Barbier sta alla moda dei primi decenni del Novecento come Helmut Newton al fashion system di oggi. Ma fino all’apertura al Museo Fortuny di Venezia della prima mostra dedicata all’artista francese - illustratore, scenografo, costumista - era noto solo ai collezionisti. Eppure, tra il 1912 e il 1932, quando morì a soli 50 anni e all’apice della fama, fu uno dei più celebrati e contesi collaboratori delle riviste di moda e uno dei protagonisti più affascinanti dell’Art déco. Paul Valery, nella prefazione di Poemes en prose di Maurice de Guerin, dice di lui: «Mentre il mio canto vago parla di miti nell’astratto, Barbier li cattura con un puro tratto, vincendo il vuoto con l’immagine».

Le sue squisite illustrazioni catturano anche il mood degli Anni Ruggenti, caricando di contenuti l’esigenza umana più effimera, quella del look. Certo: allora i giornali, oltre che come passatampo per ricche dame che potevano permettersi gli originali dei grandi couturier, servivano alle sartine di provincia per copiare la «mode de Paris». Le immagini dovevano far sognare ed essere leggibili: niente modelle anoressiche, niente inquadrature di sguincio, niente accostamenti shock. Barbier, col suo tratto fine e fuori dal tempo, usa la matita come un piumino da cipria, offrendo una visione sofisticata e serena del mondo della moda.

Ciononostante, fu lui inventare il marchio di fabbrica più graffiante della storia delle griffe, la celeberrima pantera di Cartier. Nel 1914 disegna un motivo che ne riprende il mantello maculato per un orologio-gioello. Nel 1917 il magnetico felino in brillanti e onice troneggia su un nécessaire di Jeanne Toussaint, collaboratrice di Louis Cartier e responsabile dell’alta gioielleria. Jeanne si innamora dell’emblema (tanto da essere soprannominata lei stessa «la pantera»), ne fa il simbolo della Maison e la metafora della donna moderna, emancipata, conquistatrice e un po’ fauve. Altro che piumino da cipria!

Nato a Nantes il 10 ottobre 1882 da una famiglia di commercianti, George Barbier va a Parigi nel 1908 per frequentare l’Ecole des beaux-arts e l’atelier di Jean-Paul Laurens, spalla a spalla con i maggiori illustratori del tempo. Messosi in proprio, espone i suoi lavori al Salon des artistes décorateurs dal 1912: guaches, acquarelli, progetti per decorazioni, disegni per tessuti. Il suo talento conquista gli appassionati di libri di lusso, una mania che dilaga in Francia negli anni Dieci e Venti. Il primo progetto è un album di disegni su balletti di Nijinski, del 1913: un successo, grazie a un’ardita messa in pagina e ai magistrali giochi di arabeschi con i quali Barbier traduce le piroette e contorsioni del danzatore con sensuale virtuosismo in bianco e nero. Ma la sua specialità è la colorazione «au pochoir», a mano, attraverso stampini aperti in corrispondenza delle forme da riprodurre. Il suo stile rivela l’influenza della cultura greca ed etrusca, del Settecento, delle miniature indiane, delle stampe giapponesi: risultato, un gusto per la perfezione e l’estrema cura per i dettagli, dove il secondo piano non è ottenuto con la prospettiva ma con una profusione di particolari vibranti di colore.

Disegna così per cataloghi e libri di Baudelaire, Theophile Gautier, Musset, Verlaine, in edizioni raffinate, a tirature limitate a poco più di cento esemplari. E realizza progetti personali, illustrando articoli commissionati a scrittori e giornalisti, come Colette, Anna de Noailles, Albert Flament, e pubblicando opere proprie come Le Bonheur du Jour (1914) o Falbalas et Fanfreluches (1922-1926). Il suo eclettismo si esprime anche nell’ideazione di bijoux, bicchieri e carte da parati, e nella creazione di abiti per la moda, di costumi e scenografie per il teatro e il Music Hall, da Le Folies Bergeres a Josephine Baker. Barbier lavora con Erté per il cinema, anche americano: sono suoi gli abiti di Rodolfo Valentino in Monsieur Beaucaire, del 1924. Il film non viene apprezzato dalla critica, ma il New York Times recensice così il suo lavoro «...mai prima d’ora di erano visti costumi e scenari tanto spettacolari».

E poi c’è la moda, naturalmente. Collabora con i principali stilisti - Poiret, Paquin, Lanvin, Worth, Vionnet, Cartier - illustrando le loro creazioni sul Journal des dames et des modes, la Gazette du Bon Ton, Fémina, Vogue, per i quali scrive anche articoli e cronache mondane. Non disdegna neppure di lavorare per giornali satirici, come Le Rire e La Baionnette.

George Barbier muore dopo una malattia, il 16 marzo 1932. Sei mesi dopo, tutta la sua collezione va all’asta all’Hotel Druot di Parigi. Nel giro di pochi anni, il disegno di moda subisce la sempre più forte concorrenza della fotografia. E quando dilaga quella a colori, i figurini miniati scompaiono.

La mostra di Venezia, fino al 5 gennaio 2009, è una straordinaria occasione di recupero della conoscenza di un artista assai celebre in vita, ma rapidamente dimenticato. Curata da Barbara Martorelli, presenta oltre duecento opere tra dipinti, disegni, articoli, pochoir, foto, libri, manoscritti, film provenienti da Palazzo Mocenigo Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume, dal Musée des Arts Décoratifs di Parigi, dalla Bibliothèque Nationale de France, dal Musée des Beaux Arts de Nantes e da collezioni private italiane e francesi. La mostra indaga i molteplici aspetti della creatività dell’artista e li mette in relazione con i fermenti artistici della sua epoca: opere giovanili, scenografie e costumi per teatro e cinema, l’illustrazione di moda, i raffinati album, almanacchi e libri. Molto curiosa la sezione dedicata ai lavori pubblicitari, per Cartier, Renault, Elizabeth Arden, fino a menù turistici da crociera per la Compagnie Generale Transatlantique. Ennesima dimostrazione della passione assoluta di Barbier per il suo lavoro, ovunque potesse esprimersi.

da «Verve» (ed. Verve International), novembre 2008