L'elegante Saladino
di Mariateresa Truncellito
Nessuna lingua ha l’equivalente «furûsiyya», parola araba che deriva da faras, cavallo: un termine che indica l’insieme delle conoscenze equestri, dell’arte della guerra e della caccia, di passatempi come gli scacchi (che richiedono riflessione, concentrazione e abilità), ma anche uno stile di vita e una nobiltà di spirito basata su valori morali come il coraggio, la generosità, l’onore.
La furûsiyya si afferma col califfato degli Abbassidi a Bagdad, alla fine del VIII secolo, come metodo educativo per i rampolli di principi e notabili. Conoscerà un revival dal Settecento, con il corpo dei Mamelucchi (gli stessi che impressionarono Napoleone Bonaparte nella campagna d’Egitto). Il miglior modo per comprenderne il significato? Non perdere la magnifica mostra Tesori dei cavalieri nei paesi dell’Islam (fino al 31 agosto 2008), nel Museo delle arti asiatiche di Nizza che, progettato da Kenzo Tange, merita di per sé la visita.
In eposizione, oltre 400 pezzi, tra armi, armature, finimenti di cavalli e bardature da parata, in materiali spesso preziosi, realizzati con lavorazioni e tecniche di grande raffinatezza che attestano la levatura intellettuale, religiosa e artistica dei creatori e dei cavalieri che le indossarono. Le opere, già esposte all’Istituto del Mondo Arabo di Parigi, fanno parte della collezione della Furûsiyya Art Foundation di Vaduz, una delle più belle raccolte dell’arte della cavalleria che esistono al mondo: un migliaio di pezzi dall’VIII al XIX secolo, che testimoniano come lo spirito antico della cavalleria sia riuscito a perdurare anche molto tempo dopo l’affermazione delle armi da fuoco.
Commenta Marthe Bernus-Taylor, curatrice della sezione d’arte islamica del Louvre: «Chi non ama le arti guerriere, forse troverà il soggetto della mostra un po’ austero. Ma coloro che accetteranno di soffermarsi sulle opere presentate, avranno una grande ricompensa, data la ricchezza degli insegnamenti che se ne possono trarre».
Intanto perché aggirarsi tra le vetrine che racchiudono questi capolavori significa attraversare oltre 10 secoli di storia della cavalleria e un territorio vastissimo, dalla Spagna arabo-andalusa fino ai confini del Deccan. Poi, oltre ad accendere i riflettori su un ambito poco noto, la mostra illustra il ruolo di armi ed equipaggiamento del cavaliere nell’ambito nella produzione artistica dell’Islam.
Il percorso dell’esposizione si snoda attraverso raggruppamenti tematici: la nobiltà delle armi bianche a lama lunga, l’abbigliamentro (dal combattimento alla parata, nel mondo arabo, in Turchia, in Iran e in India), il ricorso alla protezione divina, l’arcieristica come disciplina di destrezza, bardature e finimenti, i pugnali come gioielli maschili. Molto curata l’illuminazione, che valorizza la raffinatezza della fattura e della decorazione. Ingrandimenti di miniature tratte da manoscritti islamici permettono di immaginare gli oggetti nel loro contesto.
Notevole è la varietà dei pezzi: molto semplici e funzionali, come alcune spade, lussuosi, come sciabole riccamente intarsiate, piccoli, come le parti di cinture o di finiture per i cavalli, grandi, come le cotte di maglia o le armature. Infinite le forme, i materiali e le tecniche decorative, diversi a seconda della provenienza e dell’epoca.
Se la bellezza di certi pezzi non è percebile alla prima occhiata, altri sono veri gioielli: a parte i più appariscenti, come i numerosi elmi dalle fogge più disparate o gli strordinari pugnali con else e impugnature scolpite e incastonate di pietre preziose, vale la pena di soffermarsi anche su oggetti che di solito non attirano particolare attenzione, come le borracce, le faretre, gli scudi, le gualdrappe dei cavalli. Oggetti guerrieri di grande valore documentale per uno studioso o un appassionato di arte militare, ma non solo: «Molti sono espressione di valori simbolici, esoterici e anche estetici», spiega Marthe Bernus-Taylor. «L’abilità nel maneggiare le armi - in guerra, in duello, nei tornei o nella caccia - è l’occasione per l’uomo di dare prova del suo valore. Da sempre, nel mondo divino, mitologico o letterario, l’eroe porta un oggetto emblematico, per lo più un’arma: Ercole la clava, Mosè il bastone che diviene serpente, re Artù la fedele Excalibur, Rolando la Durlidana». Anche il profeta Maometto possedeva diverse spade: la più importante era Dhu’l-faqar, che aveva ricevuto come parte del suo bottino dalla battaglia di Badr nel 624 o,secondo tradizioni più tardive, gli venne donata dall’arcangelo Gabriele. «La spada non è solo simbolo di potere, ma anche di legge. Insegna del califfato, diventa poi emblema del mahdi (il profeta che apparirà nel mondo alla fine dei tempi) e simbolo messianico», continua Bernus-Taylor.
Ammirando queste armi, si può immaginare l’impressione che doveva fare sui nemici il principe cavaliere, in lussuosa armatura impreziosita da applicazioni d’oro e d’argento che rilucevano al sole, sul dorso di un cavallo altrettanto riccamente bardato. Questo aspetto irreale e terribile era accentuato da una maschera metallica applicata all’elmo. I pezzi testimoniano l’evoluzione dell’equipaggiamento e delle tecniche militari, ma anche la carriera di un dignitario, la provenienza da un certo regno, l’opera di un mastro artigiano o, ancora, un dono o un premio al coraggio. Perché le armi non ci parlano solo della guerra.
Museo delle arti asiatiche, Nizza, tel. 0492293700
www.arts-asiatiques.com
da «Verve» (ed. Verve International), marzo 2008
