L'arte di essere elefanti
di Mariateresa Truncellito
Indossa un elegante completo verde e una corona gialla. È un re, ma non sembra tirarsela affatto: basta vederlo una volta nella vita, anche prima dell’età scolare, per non scordarselo mai più. È Babar, l’elefantino francese più celebre della letteratura per l’infanzia. Indelebile, nonostante abbia una bella età: la prima opera in cui appare è L’Histoire de Babar, del 1931, una miscela magica di avventure e arte. Una gioia per gli occhi e per il cuore.
Babar nasce sotto il segno della poesia, e forse è questo il segreto che gli consente di conservare intatta, quasi ottant’anni dopo, una straordinaria freschezza. La sua culla è una famiglia di artisti: Jean de Brunhoff, pittore parigino nato nel 1899, e la moglie Cécile, pianista. La quale, dopo aver sfruttato tutte le fiabe classiche, inventa per la nanna dei suoi bambini la storia di un elefantino in fuga dalla giungla: Babar visita una grande città, e poi torna nella foresta per portare agli altri elefanti le gioie della civilizzazione.
Jean de Brunhoff decide di fare una sorpresa ai suoi figli, illustrandone le avventure con un tratto delicato e colori dolcissimi. Dopo il primo libro, pubblica altre sei storie, prima di morire nel 1937. Il testimone passa, nel 1946, al figlio Laurent, nato nel 1925, che pubblica un’altra trentina di libri. Negli anni Sessanta sarebbe arrivato un cartoon e poi una serie televisiva. Oggi Babar è protagonista di una incantevole mostra alla The Morgan Library and Museum di New York, dove, fino al 4 gennaio 2009, si possono ammirare oltre 170 opere legate alla saga di Jean e Laurent de Brunhoff, compresi manoscritti e bozzetti originali, disegni e aquarelli del primo libro. La mostra esplora il lavoro dei due artisti, capaci di creare un personaggio, ma anche simbolo di un sistema di valori universali.
La missione di Babar è vivere in pace col suo popolo nella città di Célesteville. Il passatempo preferito della sua famiglia sono i pic-nic in riva al lago, per ammirare la natura. Celeste è la moglie, un’elefantessa con una vita piena di avventure. Flora, Pom, Alexander e Isabelle sono i figli, ognuno con la propria personalità. I de Brunhoff hanno trasmesso a Babar, oltre al senso della famiglia, quello dell’amicizia, della gentilezza, del rispetto degli altri e dell’ambiente. Quando nasce, la guerra è lontana. Scrive Marco Giusti nel suo Dizionario dei Cartoni Animali (Vallardi editore): «Babar è la coscienza buona e positiva della cultura e di un mondo dove tutto è ancora possibile. Mettere su una famiglia dove sentirti re, avere figli, fondare una città ideale dove ogni persona ha la sua importanza e la sua occupazione».
Cosa c’è di più innocuo di un elefantino di carta di verde vestito? Si direbbe niente. Eppure, anche le storie di Babar sono state oggetto di accanito dibattito. Qualche critico ci ha visto un sofisticato strumento di propaganda imperialista. L’elefante civilizzato sarebbe un’allegoria del colonialismo benevolo: gli indigeni africani nudi e selvaggi, rappresentati dagli elefanti «buoni», vengono dotati di un abito elegante col quale possono sciommiottare (ma forse bisognerebbe dire «elefanteggiare») i padroni bianchi, di essere acculturati, introdotti alle gioie del capitalismo borghese e quindi rimandati nel loro paese per civilizzare i conterranei. Gli animali «selvaggi» devono vergognarsi delle loro rozze e primitive maniere. E chi resiste, come il rinoceronte della fiaba, merita lo sterminio.
La ricerca di significati reconditi, però, fa perdere di vista il fatto che Babar fu concepito per essere divertente, buffo, bizzarro. Le vicende riguardano creature che non pensano, non parlano, non salgono in ascensore né indossano abiti verdi. I bambini non si fanno prendere per il naso: sanno che gli elefanti stanno nella foresta o, al massimo, allo zoo, ma si divertono ugualmente. La saga non è un’allegoria, ma una favola: Babar è un elefante che fa il re-patriarca e rivela l’assurdità insita nel ruolo persino quando tocca a un elefante. E quando rinoceronti ed elefanti si fanno la guerra, mostrano che la guerra tra le nazioni è assurda come quella degli animali di carta.
Come sottolinea il critico Adam Gopnik, nel saggio che apre il catalogo della mostra neyorkese, ciò che è senz’altro vero della saga de Brunhoff è che il richiamo della città – e della vita borghese - è forte almeno quanto quello della foresta. Per elefanti e uomini. I bimbi sanno che è bello essere un elefante, ma anche che la vita selvaggia è sporca, faticosa, piena di pericoli. Ci sono i cacciatori acquattati nell’ombra, come quello che uccide la mamma di Babar all’inizio delle sue avventure, spingendolo verso la città. Certo: anche la vita borghese non è tutta rose e fiori. «È difficile crescere una famiglia», singhiozza Babar. Com’è vero: la città è ai confini col deserto, e gli animali vanno e vengono in continuazione. Persino gli elefanti possono essere ricacciati nella giungla per un rovescio della fortuna.
Però, diciamo la verità: a tutti noi piacerebbe essere liberi elefanti, ma preferiamo di gran lunga un completo verde.
da «Verve» (ed. Verve International), novembre 2008
