Artistically correct

New York celebra sia l'arte di Mao sia un maestro del Seicento che la rivoluzione aveva cancellato

di Mariateresa Truncellito


La mostra Art and China’s Revolution, alla Asia Society Museum di New York, fino all'11 gennaio 2009, esamina lo sviluppo e il lascito artistico dei tre decenni seguiti alla nascita della Repubblica popolare cinese nel 1949: in mostra grandi tele a olio, sculture, disegni e schizzi, manifesti e oggetti.

«L’arte cinese contemporanea non può essere collocata in modo corretto senza capire l’influenza della rivoluzione di Mao sugli artisti di quell’epoca e sulle generazioni successive», spiega Melissa Chiu, direttore del museo e co-curatore della mostra con Zheng Shengtian, artista e insegnante all’Accademia d’arte cinese negli anni Cinquanta.

Zheng Shengtian, critico verso la distruzione culturale operata dalle Guardie rosse, fu recluso, con altri artisti: «Eravamo costretti a partecipare a sessioni di autocritica e la nostra possibilità di dipingere venne limitata. Ma benché molti vorrebbero dimenticarlo, quel periodo ha prodotto una cultura visiva che oggi permea l’arte cinese».

Inglobata nel processo di modernizzazione, anche l’arte doveva riflettere lo spirito rivoluzionario. La pittura a olio nello stile del socialismo reale divenne preponderante, e contadini, operai e soldati sostituirono soggetti come fiori, paesaggi, uccelli. L’influenza dello Stato toccò l’apice durante la Rivoluzione culturale, dal 1966 al 1976, quando l’arte divenne uno strumento di propaganda politica. Molti giovani artisti però trovarono opportunità di lavoro, e le loro opere furono riprodotte milioni di volte in poster e giornali.

Viceversa, la pittura a china, da sempre la forma espressiva più riverita in Cina, cadde in disgrazia come esempio di decadenza borghese. Tra gli artisti più bersagliati perché troppo legato al passato e alle convenzioni, Wang Hui, il maestro che nel Seicento aveva messo a punto una eclettica e innovativa sintesi degli stili classici della pittura di paesaggio.

Per una curiosa coincidenza temporale e spaziale, l’arte di Wang - talvolta liquidato anche da critici contemporanei come abile «copista» - viene oggi rivalutata in una mostra che si svolge sempre a New York, fino al 4 gennaio 2009, al Metropolitan Museum: Landscape Clear and Radiant: the Art of Wang Hui (1632-1717).

Per i curatori della mostra, i dipinti di Wang combinano sì disparate influenze stilistiche, ma in modi del tutto nuovi, tali da risultare spontanei e freschi: Wang non si limita a imitare il passato, ma lo reinventa. «Wang Hui rinnovò l’antica tradizione della pittura di paesaggio e gettò le fondamenta stilistiche dell’arte della corte Manchu Qing», dice Maxwell K. Hearn, responsabile della sezione di Arte asiatica del Metropolitan.

Dopo aver lungamente studiato i maestri dell’antichità, Wang realizza copie fedeli di grandi capolavori - molte visibili nella mostra - per poi passare al formato, espandibile all’infinito, del «rotolo». Quando l’imperatore Kangxi (1662-1722) programma il tour nei centri culturali ed economici della regione del delta dello Yangzi, Wang ottiene l’incarico di documentarlo e impiega sette anni per dipingerne le tappe su 12 rotoli, per complessivi oltre 225 metri di pittura: il Viaggio di ispezione al sud dell’Imperatore Kangxi nel 1698. La mostra del Metropolitan presenta il Terzo rotolo - l’Imperatore tra i monti della Provincia di Shandong - e il Settimo, attraverso la «terra del pesce e del riso», dalla città di Wuxi alla metropoli di Suzhou. Quest’opera grandiosa valse a Wang l’encomio pubblico dell’Imperatore di autore dei «paesaggi tersi e luminosi».

da «Verve» (ed. Verve International), dicembre 2008 - gennaio 2009