Viola del pensiero

A capo di uno dei nostri laboratori di punta per la ricerca sul cancro, Antonella Viola è riuscita nell'ambìto poker d'assi: lavoro, successo, famiglia e figli. Come? Con tenacia e intelligenza. E molta passione

di Mariateresa Truncellito

«La prima volta? Avevo 6 anni». Antonella Viola è stata senza dubbio una donna molto precoce. Ma nessuno equivochi: l’emozione che racconta è quella della scoperta del grande mondo dell’infinitamente piccolo, scrutato dai suoi occhioni di bambina attraverso un microscopio. «Era solo un giocattolo, una lente di ingrandimento. Ma ci passavo interi pomeriggi, osservando ali di farfalle o i piccoli vermi delle castagne. Una volta obbligai mia mamma a pungersi con uno spillo per darmi una goccia di sangue: ovviamente non vedevo nulla, ma immaginavo tantissimo». Senza saperlo, Antonella stava confermando una delle più belle teorie di Einstein: l’immaginazione è più importante della conoscenza. Perché è la fantasia che dà coraggio, che spinge a cercare al di là del ragionevole. E quindi a scoprire.

Oggi la professoressa Antonella Viola ha 38 anni, è a sua volta mamma (di Davide, 8 anni, e Dario, 6), moglie di un ingegnere, e dirige il laboratorio di immunità adattativa dell’Istituto clinico Humanitas di Rozzano, Milano. Quella bimba curiosa – tarantina di origine, figlia di un professore di tedesco e di una casalinga - è diventata uno scienziato di successo.

In un ambito professionale dove i posti chiave sono appannaggio degli uomini, e in un paese dove la ricerca non è certo una strada facile, la sua storia è un esempio di intelligenza, tenacia e capacità di afferrare i propri sogni. Attraversando anche molti momenti difficili. Antonella ne parla senza reticenza, perché spera possa essere di incoraggiamento per tutte le donne in bilico tra carriera e affetti: «Il primo nemico siamo noi stesse», sottolinea. «Ancora oggi, benché abbia imparato a mostrarmi sicura e aggressiva, mi confronto spesso con la paura di non essere all’altezza, di non farcela. Penso che sentirsi inadeguati faccia parte dell’intelligenza: la conoscenza è così vasta che ne avremo sempre solo una piccola parte. Però è importante avere fiducia in noi stesse e nelle nostre capacità: se non ci crediamo noi, perché mai dovrebbero crederci gli altri?»

Strategie di difesa

Con il suo gruppo, composto in maggioranza da donne - «Ma solo perché erano i ricercatori più bravi», precisa - la professoressa Viola ha scoperto i meccanismi che attivano i linfociti T, le cellule che difendono l’organismo dalle malattie. Una scoperta carica di potenzialità, perché ha aperto la strada alla ricerca di un farmaco antitumorale. «La battaglia contro il cancro è difficile perché le cellule tumorali sono molto simili a quelle sane, ed è molto complicato colpire le une ma non le altre.

L’immunoterapia potrebbe essere la soluzione, visto che il sistema immunitario è in grado di distinguere tra cellule amiche e nemiche e di distruggerle». Però con il cancro non succede: perché riesce a svilupparsi indisturbato? È la domanda che Antonella Viola si è posta cinque anni fa. «Studiando tessuti prelevati da pazienti operati di tumore alla prostata, abbiamo trovato linfociti T pronti a combattere. Il sistema immunitario dunque aveva fatto il suo dovere». Ma il tumore ha un’arma segreta che “annienta” i linfociti T: «Il cancro produce due enzimi che creano un ambiente sfavorevole al sistema immunitario».

È come se i linfociti T incaricati di distruggere le cellule tumorali, una volta arrivati sul campo di battaglia venissero narcotizzati da questa sostanza micidiale. Antonella Viola usa una metafora fiabesca: «Bisogna trovare un... principe che con un “bacio” risvegli i linfociti. In pratica, una sostanza capace di bloccare gli enzimi prodotti dalle cellule tumorali. Abbiamo disegnato una molecola con queste caratteristiche e i chimici hanno sintetizzato un’ottantina di sostanze. Alcune hanno funzionato: in provetta siamo riuscite a risvegliare i linfociti T che hanno cominciato la loro azione contro le cellule cancerose. Ora stiamo lavorando sulle cavie e i risultati sono incoraggianti. Ma è solo il primo passo del percorso per arrivare farmaco. E non sappiamo quanto sarà lungo e tortuoso».

Seguire la passione... E i pesci gatto

Del resto, quella del ricercatore è una via lastricata di incognite. A cominciare dalla vocazione. «Credo che nessuno studente cominci pensando “da grande farò lo scienziato”», racconta Antonella sorridendo. «Io ero brava in tutte le materie. La biologia e l’astronomia mi piacevano un po’ più del latino. Ma anche la letteratura italiana».

Sarà. Ma la curiosità di capire i meccanismi della vita – «La cosa più affascinante che esista», dice lei - la spinge al liceo scientifico e poi alla facoltà di biologia, all’università di Bari. Qui prende a cuore la causa dell’ambiente: «C’era una scuola di ecologia straordinaria ed eravamo davvero convinti di poter salvare il mondo dall’inquinamento». Sul più bello, però, Antonella deve trasferirsi a Padova. Il curriculum dice “per motivi familiari”. «La verità è che ero innamorata, ho seguito un fidanzato... E non è nemmeno durata». Ma al nord trova un nuovo amore. Anzi, due: «A Padova c’era un ottimo istituto di patologia, e mi è venuta una nuova passione scientifica. E poi ho conosciuto l’uomo che sarebbe diventato mio marito».

Il pallino dell’ecologia, però, le rimane: per il dottorato di ricerca sceglie una tesi sugli effetti dei metalli pesanti sul sistema immunitario del pescegatto. Non esattamente uno studio da premio Nobel per la medicina... «Concordo. Però il mio capo, un professore anziano, mi ha lasciato campo libero, costringendomi a lavorare in completa autonomia». L’esperienza si rivela fondamentale: «Ho dovuto inventare il progetto di ricerca senza aver mai tenuto una provetta in mano in vita mia. Ho passato tre anni a catturare i pesci nelle vasche, lavandomi dalla testa ai piedi, per poi addormentarli, effettuare prelievi e analisi. Una fatica pazzesca. Per avere solo qualche pubblicazione su una rivista scientifica di scarsa importanza del settore ittico».

Tutta casa e laboratorio

Nonostante l'inizio non proprio folgorante, qualcuno si accorge delle sue capacità. «Il professor Cesare Montecucco, un grande scienziato che aveva seguito la mia ricerca scrisse una lettera di presentazione ad Antonio Lanzavecchia, capo laboratorio del prestigioso Basel Institute on Immunology di Basilea, uno dei migliori centri di ricerca sull’immunologia del mondo».

La carriera di Antonella decolla grazie a quella “sana” raccomandazione: «A Basilea era tutto facile, senza burocrazia, con strumenti di alto livello, finanziamenti e colleghi preparatissimi. In soli sette mesi sono riuscita a pubblicare una ricerca su Science e a 25 anni ero già membro dell’Istituto, con un mio progetto di ricerca».

Fondamentale, però, anche l’appoggio di suo marito. «Non eravamo ancora sposati, ma mi disse che mi avrebbe seguito ovunque perché io ero la sua priorità nella vita. Non ci credevo, sono pessimista di natura, pensavo fossero solo belle parole. Invece lo ha fatto davvero, trovando lavoro in Svizzera. Da allora, è sempre stato il mio fan più accanito, disponibile a rimettersi in gioco ogni volta che io ho accettato nuove sfide».

Dopo quattro anni, Antonella rientra in Italia, per dirigere un laboratorio in un centro di ricerca romano. «È stato il periodo più difficile della mia vita: dovevo cominciare da zero, c’era tutto da organizzare. E nello stesso tempo è nato il mio primo figlio. Mi è caduto il mondo addosso. Mi sentivo incapace, inadeguata, in preda ai sensi di colpa: quando ero col bambino pensavo che avrei dovuto essere al lavoro, e quando ero in laboratorio stavo male perché sentivo che avrei dovuto stare con mio figlio».

La famiglia la sprona a tenere duro. E quando sta per gettare la spugna - «Volevo cercarmi un lavoro normale», dice – arriva la chiamata dall’Istituto Veneto di Medicina Molecolare di Padova. «Era un nuovo inizio, in una città che conoscevo e dove vivevano i miei suoceri, che mi avrebbero dato una mano col bambino. Per fortuna: perché poco dopo la nascita del mio secondo figlio, mio marito perse il lavoro e dovette trasferirsi a Genova, per quattro anni. È stata dura: ricordo notti passate a piangere, perché non sapevo se me la sarei cavata. Ma poi, al mattino, mi alzavo e andavo al laboratorio. E immaginate i salti mortali quando i piccoli erano ammalati o l’ansia quando mi confrontavo con le mamme più disponibili di me, sempre pronte a prendere i figli a scuola. Per non parlare di quante volte sono partita per un congresso con la morte nel cuore».

Per fortuna i bimbi crescono, e la vita diventa un po’ più facile. «Certo. Ma il messaggio che vorrei dare a tutte le donne che amano il proprio lavoro è: non mollate», raccomanda Antonella. «È normale avere paura di non farcela, sentirsi stanche, insicure. Ma se si prende il proprio lavoro sul serio, non ci sono scuse che tengano. I bambini sono la cosa più bella della mia vita, e qualche volta ho pensato che la mia carriera potesse danneggiare il mio ruolo di madre. Ma oggi che li vedo sereni, felici, mi sono convinta che crescano così bene anche grazie al fatto che io amo tanto il mio lavoro».

Dopo Padova, l’ennesimo “trasloco”. «Li’ ero l’unica immunologa e sentivo il bisogno di lavorare con persone con cui potermi confrontare. Quando il professor Mantovani mi ha chiesto di venire a Milano, ho accettato subito: qui le opportunità della ricerca sono notevoli e questo potrebbe diventare il primo vero grande istituto di immunologia in Italia».

Più bella o più brava?

Intendiamoci: famiglia a parte, anche nella professione non sono mai tutte rose e fiori nemmeno per chi è brava.

Antonella Viola è anche una bella ragazza: «Quando ero più giovane ho dovuto faticare per essere presa sul serio: appena arrivata a Basilea ricordo che un paio di colleghi, candidati al Nobel, si rivolgevano a me solo per parlare di Maria Grazia Cucinotta, la loro attrice italiana preferita. E molte persone hanno pensato che il professor Montecucco abbia scritto la lettera di presentazione non solo grazie alle mie capacità professionali. Col tempo ho imparato a lasciarmi scivolare addosso queste malignità: le donne però devono aspettarsele, a differenza dei maschi. Poi, come credo succeda in tutti gli ambienti dove in posizione di potere ci sono gli uomini, purtroppo mi è capitato di trovarmi in situazioni difficili da gestire, delle quali avrei fatto volentieri a meno». Ma come: anche gli scienziati ci provano? «Eccome!», risponde ridendo allegramente. «Sono uomini come tutti gli altri! Però, seriamente, tutto sommato posso dire che la bellezza è più un vantaggio che uno svantaggio: ti aiuta a essere notata e conosciuta, e in un mondo professionale molto competitivo, anche questo serve».

L’esperienza di Antonella Viola è senza dubbio incoraggiante. Tanto che di recente l’European Molecular Biology Organization l’ha nominata “ambasciatrice”, col compito di diffondere l’idea che la carriera scientifica è possibile anche per le donne. «Sono convinta che sia davvero così: si può fare senza rinunciare ad avere una famiglia. Certo, costa molti sacrifici: ancora oggi, alla sera, quando ho messo a letto i bambini torno al computer e lavoro fino alle due di notte. Ma se c’è la passione, questo non è un problema».

Secondo la professoressa, la ricerca italiana non discrimina le donne: «Il problema, semmai, è la società: in Italia non ci sono aiuti o facilitazioni per le mamme che hanno una professione, per esempio la possibilità di lavorare da casa o un maggior numero di scuole che offrono ai bambini il tempo pieno».

In compenso, si vorrebbero le quote rosa anche nella scienza: la Commissione di Bruxelles si è posta l’obiettivo di arrivare almeno al 40 per cento di donne alla guida dei programmi di ricerca nel giro di un paio d’anni. Antonella non è d’accordo: «Lo trovo umiliante: io non voglio entrare in un progetto perché sono donna, ma perché sono brava. Quello che invece farebbe davvero la differenza, sarebbero asili all’interno degli istituti di ricerca».

Ma una scienziata ha del tempo libero? «Certo. Quando ero più giovane lavoravo anche nel weekend. Adesso no, cerco di dedicarmi solo alla mia famiglia: andiamo a sciare o facciamo escursioni in montagna. Suono la chitarra e amo leggere, soprattutto Celine. Mi piacciono gli autori che non si limitano a descrivere, ma che sanno scrutare nel profondo dell’animo umano». Gli scrittori col microscopio, insomma.

da «Elle» (ed. Hachette Rusconi), aprile 2008