Philadelphia: il museo di Rocky
di Mariateresa Truncellito
I «due chilometri quadrati più storici d’America», l’Indipendence Hall e la Liberty Bell (l’aula dove il 4 luglio 1776 si riunirono i delegati delle tredici colonie per approvare la Dichiarazione d’Indipendenza e la campana che ne salutò la prima lettura pubblica), le bistecche al formaggio e Rocky: Philly (per i suoi), Philadelphia (per gli estranei) ha tra i feticci obbligatori per i visitatori anche il film che esattamente trent’anni fa trasformò in un divo Sylvester Stallone. Che festeggia l’anniversario (e il suo sessantesimo compleanno) regalandosi il sesto episodio della saga, in uscita Natale negli Usa e a marzo 2007 in Italia. E una statua in bronzo che lo immortala nei panni del celebre pugile, davanti al Philadelphia Museum of Art. Non un semplice omaggio a un film ma, secondo l’amministrazione locale, «il simbolo della vittoria dell’uomo comune contro le avversità».
Girato da John G. Avildsen in 28 giorni tra la città dell’amore fraterno e Los Angeles, tre Oscar (miglior film, migliore regia e montaggio) e, secondo l’American Film Institute, al settantottesimo posto nella lista dei 100 miglior film di sempre, in effetti Rocky è più di un film sulla noble art: è la celebrazione del sogno americano del self-made man proletario, ruvido e abituato alla violenza ma che, a modo suo, ha anche lui bisogno di carezze.
Il ruolo del pugile eterno perdente che sfida il campione dei pesi massimi, senza speranze di farcela, ma che ritrova il rispetto di sé e la vittoria con tanta forza di volontà e l’amore per una ragazza, pareva cucito su misura per l’ignoto Sylvester Stallone che passò dai film porno all’empireo di Hollywood. Memorabili la colonna sonora Gonna Fly Now, l’urlo finale «Adriana!» e la corsa all’inseguimento del fiato perduto attraverso South Philly, passando per la City Hall, l’Italian Market e la Nona, fino alla vetta della gradinata che fronteggia la facciata neoclassica del Philadelphia Museum of Art.
L’apoteosi del «mens sana in corpore sano»: Rocky ritrova se stesso davanti a una sorta di Partenone affacciato sul Delaware, con lo sfondo, verso Benjamin Franklin Parkway, della modernissima skyline dell'antica capitale degli Stati Uniti (dall’inizio della guerra d’indipendenza fino al 1790). Costruito nel 1928, pensando alla Museum Insel berlinese, è uno dei più prestigiosi musei americani, il terzo per grandezza: oltre 225 mila capolavori, 200 gallerie e continue mostre speciali a rotazione. Un’eccezionale collezione di arte europea e asiatica (tra cui Les bagneuses di Renoir, Il ponte giapponese di Giverny di Monet, I girasoli di Van Gogh), oltre a capolavori dei maggiori maestri americani, per la gioia di un milione di visitatori all’anno.
Ed eccoli qui, i turisti, in confusa, ma ugualmente devota processione, fino alla cima dei celebri 68 gradini: molti varcano la soglia, molti no. Nessuno pero’ rinuncia a una corsetta, almeno simbolica, sulle scale o a una foto in posa plastica, destro-sinistro-in guardia. E se gli esotici scherzano, gli indigeni fanno sul serio: quando la severa facciata neoclassica si accende dei colori delle magliette di un team. Una trentina di ragazzini, in fila, agli ordini di un coach, sbucati da chissà dove, corrono su e giù agitando le braccia e respirando in sincrono, come fossero in palestra. Il museo è in ristrutturazione, ma la monumentale scalinata, insieme con la statua di bronzo di Rocky, non si tocca: lo ha promesso Frank Gehry, l'autore del Guggenheim di Bilbao, che si appresta ad ampliare l’edificio, raddoppiandone gli spazi espositivi nel sottosuolo e curandone il restauro. I ragazzi – e i turisti – potranno continuare a sognare la loro vittoria.
Ingresso 12 dollari, 8 dollari 13-18 anni, fino a 12 anni gratis, domenica offerta libera.
Orari di apertura: martedì-domenica dalle 10 alle 17, venerdì; fino alle 20.45, chiuso il lunedì, Giorno del Ringraziamento, Natale, Capodanno e 4 luglio.
www.philamuseum.org, visitorservices@philamuseum.org
da «Verve» (ed. Verve International), dicembre 2006-gennaio 2007
