Quattro passi tra le stelle

A Jaipur un moderno osservatorio astronomico di... 300 anni fa

di Mariateresa Truncellito

Oggi il principio educativo in base al quale è bene assecondare le inclinazioni naturali dei ragazzi è generalmente condiviso. Ma nell’India del Settecento le cose stavano in modo diverso. E fu così che il piccolo principe Sawai Jai Singh II (1686-1743), rimasto orfano a soli 11 anni, fu costretto prima a sedersi sul trono di Amber e subito dopo a rialzarsi, per correre a fare la guerra al servizio dell’imperatore Moghul Aurangzeb. E tutto ciò a dispetto della sua passione, manifestata sin dalla più “tenera infanzia”, per le scienze esatte. Matematica e astronomia comprese.

Ma era scritto nelle stelle che proprio le... stelle (e non certo le complesse e tribolate vicende geo-belliche del continente indiano) avrebbero reso, dopo tre secoli, ancora famoso e ammirato il maharaja fondatore di Jaipur, la capitale del Rajastan moderno, e del suo straordinario osservatorio. Un prodigio dell’architettura al servizio della scienza che continua imperturbabile a scrutare la volta celeste.

La leggenda metropolitana vuole che nel 1719, mentre si trovava alla corte dell’imperatore Moghul Muhammad Shah Rangeela, Jai Singh venisse coinvolto in un’animata discussione sul modo migliore per calcolare, in base alla posizione degli astri, la data più favorevole perché l’imperatore potesse cominciare un viaggio sotto i migliori auspici. Questa diatriba portò Jai Singh a pensare che la nazione avesse urgente bisogno di essere acculturata sul tema. Al punto che gli osservatori, compreso quello di Jaipur, sarebbero stati ben cinque.

In realtà, nonostante Sawai Jai Singh dovesse continuamente fare fronte a guerre locali, invasioni straniere e conseguenti disordini popolari, la sua passione infantile era cresciuta impetuosa come un fiume carsico, dandogli l’energia per dedicare il poco tempo libero a studiare i più importanti testi dell’astronomia araba e indiana. Il suo strumento preferito era l’astrolabio piano, Raja Yantra o strumento regio, e lui stesso, abile bricoleur, si fabbricò grandi astrolabi e cerchi meridiani.

La progettazione e la costruzione di grandiosi osservatori in muratura, assai elaborati anche sotto il profilo artistico, fu lo sviluppo naturale dell’hobby del maharaja Jai Singh II: dopotutto, si trattava di un capo di Stato. Dopo l’osservatorio di Dehli del 1725, dove vennero fatti i principali rilevamenti per nuove tavole stellari e oroscopiche, ne fece edificare uno a Jaipur (il più vasto) e uno a Ujjain (fra il 1727 e il 1734), un altro a Benares (tre anni dopo) e l’ultimo a Mathura (l’unico che oggi non esiste più).

Ogni osservatorio è composto da una serie di imponenti strutture, come il Samrat Yantra, un’enorme meridiana equinoziale con una piccola cupola sulla sommità per annunciare l’arrivo dei monsoni, il Digamsha Yantra, un pilastro circondato da due pareti circolari, e il Narivalaya Yantra, una meridiana cilindrica, e così via. Grandi “strumenti” di pietra e muratura, dotati di scale e tabelle numeriche, che servono per misurare il tempo, prevedere eclissi ed eventi astronomici, e osservare fenomeni celesti, come seguire l’orbita delle stelle, l’inclinazione dei pianeti, determinare le distanze celestiali e le effemeridi.

Jai Singh vi incorporò conoscenze già sfruttate dagli antichi osservatori dei Greci e dei Persiani: ma gli strumenti del Jantar Mantar di Jaipur sono più complessi e di dimensioni mai raggiunte prima, oltre che assolutamente unici nel design e nella funzionalità. Costruito nelle vicinanze del palazzo reale, l’osservatorio un tempo era accessibile solo agli astrologi di corte, che si inerpicavano per le scale che portano dentro ogni strumento. Nessuna decisione veniva presa senza il parere di questi importanti consiglieri politici, che verificavano la congiuntura più o meno favorevole degli astri. Beneficato da un grande restaurato nel 1901, il Jantar Mantar è stato dichiarato monumento nazionale nel 1948: passeggiando nelle sue singolari geometrie solide, si viene avvolti da un’atmosfera fuori dal tempo, stranamente sospesa, dove il mondo esterno scompare. Per dare spazio solo al cielo. Lo stesso di 300 anni fa.

da «Verve» (ed. Verve International), febbraio 2007