Toccare i tasti giusti

Da Giovanni Pascoli a Indro Montanelli al Museo della macchina da scrivere di Crema

di Mariateresa Truncellito

Bye bye tastiera: domani per far funzionare il telefonino sfiorare il monitor. E per scrivere? Lo stesso, su una tastiera digitale da far comparire con un tocco solo quando serve. Forse un giorno non serviranno più nemmeno le dita, sarà sufficiente la voce. E la dattilografia diventerà materia archeologica per adolescenti secchioni, come il greco e il latino. Già da un pezzo, del resto, è scomparsa la caratteristica colonna sonora degli uffici: l’inconfondibile ticchettio delle macchine da scrivere che davano un ritmo al fervere del lavoro.

Fino a qualche decennio fa, i professionisti della scrittura, creativi o copiativi che fossero, non potevano prescindere da una tastiera che, come quella di un pianoforte, richiedeva esercizio e applicazione. E con la quale gli errori dovevano rimanere rigorosamente un’eccezione. Poi è arrivato il computer, appunto, e la macchina da scrivere è finita in soffitta. Solo il nostalgico Ordine nazionale dei giornalisti italiani si ostina a far finta che il tempo si sia fermato: all’esame per conquistare il mitico tesserino rosso che certifica lo status, infatti, bisogna scrivere un articolo battendolo vigorosamente sui tasti di un oggetto da appassionati di modernariato. O da museo: come il Museo Civico di Crema e del Cremasco che nel 2005 ha acquisito la collezione di macchine da scrivere appartenuta a Ludovico Tinelli. Un piccolo tesoro di 230 pezzi molto rari, perfettamente funzionanti: la più completa raccolta italiana del genere.

Chi ha inventato la macchina per scrivere? Un solo non è stato sufficiente un solo cervello, in realtà, e in molti hanno dato il loro contributo. Alcuni storici esperti della materia hanno calcolato che per arrivare alla versione che conosciamo, l’oggetto è stato «reinventato» almeno 52 volte.

Lasciando perdere i molti tentativi compiuti dal Quattrocento in poi, il primo nome che, nel 1714 viene associato a una «macchina per scrittura» è quello di Henri Mill. Ma è solo una «diceria», perché nulla di questo oggetto è giunto fino a noi. Si può ricordare anche il tachitipo, creato nel 1823 da Pietro Conti di Cilavegna (Pavia), e il tipografo del 1829, dell’americano William Burt, che permetteva di scrivere solo una lettera per volta, con estrema lentezza. Tanto che restò solo una curiosità. Tra il 1830 e il 1870 molti modelli furono brevettati, ma nessuno riuscì a essere prodotto e messo in commercio.

Il prototipo italiano della moderna macchina per scrivere è considerato il cembalo scrivano, brevettato da Giuseppe Ravizza nel 1855 e fonte d’ispirazione per altri inventori: aveva molte novità che sarebbero giunte fino a noi, come la tastiera orizzontale, il dispositivo per fissare l’interlinea, il campanello per indicare la fine della riga, il nastro inchiostrato e il telaio mobile.

La svolta si ebbe tra il 1867 e il 1873, quando gli americani Christopher Sholes, Samuel W. Soule e Carlos Glidden brevettarono vari modelli, prima in legno, poi di metallo, che cedettero agli imprenditori Densmore e Yost. I quali, a loro volta, si accordarono con Philo Remington, proprietario di una fabbrica di armi e macchine da cucito che diede il via alla prima produzione industriale di macchine per scrivere.

In effetti, l’aspetto dei primi esemplari, dotati di tavolino con pedale che faceva avanzare la carta, e con decori floreali, ricordava le contemporanee macchine da cucito. Il modello poteva solo scrivere in lettere maiuscole, e fu il primo con la sequenza di tasti «QWERTY» che c’è anche sulla tastiera del moderno computer. In effetti, le prime macchine avevano la sequenza alfabetica, e cioè A, B, C eccetera, Ma Sholes vide che questa causava l’inceppamento della tastiera. Per risolvere il problema, chiese al cognato, matematico, di studiare un ordine che evitasse le collisioni tra i martelletti. Il risultato è arrivato fino a noi. Il sistema di battitura dal retro in avanti, però, non rendeva possibile vedere il testo mentre si scriveva. Senza contare che la scrittura meccanica appariva troppo fredda e impersonale per suscitare colpi di fulmine e innamoramenti.

Nei primi cinque anni di produzione della Remington ne furono venduti solo 5 mila esemplari. Uno dei primi fan fu Mark Twain, che trascrisse Tom Sawyer. Ma era solo questione di tempo: nel decennio successivo vi furono altri tentativi, fino alla Underwood N. 1 inventata da F.X. Wagner e considerata, per il suo design, la capostipite delle macchine da scrivere moderne.

Verso la fine del secolo compaiono i primi modelli portatili, la cui utilità venne compresa appieno durante la Prima guerra mondiale, quando i militari potevano registrare le informazioni direttamente nelle trincee. La creazione di modelli leggerissimi e poco imgombranti permise anche le prime forme di lavoro casalingo. Un altro enorme progresso venne con l’invenzione della macchina per scrivere elettrica: i primi tentativi risalgono al 1871, con George Arrington e Thomas A. Edison (quello della lampadina). Ma il successo sarebbe arrivato solo negli anni Cinquanta del Novecento e molti popolari modelli firmati Ibm.

La raccolta del Museo Civico di Crema, composta da oltre 200 esemplari (esposti per il momento a rotazione, in attesa del completamento dei lavori di ristrutturazione dell’edificio) presenta tutte le principali innovazioni tecniche che hanno caratterizzato la produzione delle macchine da scrivere dal XIX secolo fino a tutto il XX. Tra le chicche, oltre alla Remington, la mitica Lettera 22 (fedele compagna di Indro Montanelli), la American Index usata da Giovanni Pascoli per le sue liriche, la capostipite Olivetti MI1911, la Underwood 1900 (la prima a scrittura visibile), la macchina per scrivere fatta interamente a mano dall’ingegner Ravizza di Novara nel 1867, il pezzo unico di Tombolini che costruì a mano una macchina con caratteri in arabo, il piccolo apparecchio monotasto giocattolo Frolio 1924, le minuscole Bennet 1907 e Virotyp 1914, la Noisless 1914 ideata per evitare il fastidioso ticchettio dei tasti. E vari esemplari ideati per eseigenze particolari, come le macchine per scrivere le note musicali, quelle che riproducono i caratteri Braille o le macchine «didattiche» utilizzate per imparare la dattilografia.

Il legame tra Crema e le «machinète» è durato circa 60 anni, attraverso lo stabilimento Olivetti, incidendo nel tessuto sociale della città e particolare attenzione è dedicata ai modelli prodotti dalle maestranze locali. L’esposizione è completata dalla ricostruzione di due uffici della fine dell’Ottocento e degli anni Sessanta-Settanta.

Museo civico di Crema e del Cremasco

Via Alighieri 49, Crema (Cr)
Tel. 0373 257161 - 0373 86849
e-mail: museo@comune.crema.cr.it
Orari: lunedì 14.30-18.30; martedì-venerdì 9.00-12.00; 14.30-18.30; sabato e festivi 10.00-12.00; 16.00-19.00

da «Verve» (ed. Verve International), dicembre 2007-gennaio2008