Il secolo dei giochi

di Mariateresa Truncellito

Nel Rinascimento Dolce e Gabbana avrebbero firmato il Monopoli, anziché auto: perché il gioco (sport, da tavolo, d’azzardo, da bambini, individuale e di massa) tra il Quattro e Cinquecento raggiunge un’importanza straordinaria per la società. Tanto che un artista del calibro di Mantegna, pittore molto richiesto dalle corti (da qui il paragone con gli stilisti) nel 1470 aveva accettato di disegnare un prezioso mazzo di tarocchi.

Dopo la cupezza medioevale, quando divertimento faceva rima con peccato, nel Rinascimento giocare diventa... trendy. L’uomo è il nuovo centro dell’universo e con lui tutte le attività creative: le arti, la storiografia, la scienza, l’esplorazione, la cartografia, la botanica e la magia. E nella caleidoscopica inventiva dei geni del tempo (come Leonardo Da Vinci, che, tra l’altro, disseminò i suoi codici di rebus, e Michelangelo Buonarroti, che invece inventava enigmi), ci sta anche il gioco: la prima forma di espressione della creatività, dato che si comincia a praticarlo (e a inventarlo) nell’infanzia. «Nel Medioevo la Chiesa aveva considerato il gioco come attività demoniaca, che distoglieva l’attenzione del credente da Dio e dalla preghiera», spiega Pietro Turano, presidente dell’Accademia dei giochi tradizionali di Cosenza (www.giochitradizionali.it) e autore dell’Enciclopedia dei giochi tradizionali (Jonia ed.). «Ma l’Umanesimo, dalla fine del XIV, recupera le tradizioni ludiche del mondo classico greco e latino. Che, nel Rinascimento, dalla metà del XV secolo, vengono rielaborate e proiettate verso il futuro».

Infatti: molti giochi e sport che ancora oggi pratichiamo con grande divertimento sono nati tra il Quattrocento e il Cinquecento. «Il calcio, per esempio, discendente della palla alla fiorentina», sottolinea Michele Francipane, fondatore dell’Accademia dei Ludogrammatici e autore di molti libri sul tema. «E il girello, antesignano della roulette; il biliardo, miniatura del classico gioco delle bocce, il kolv e il bandy, progenitori dell’hockey su ghiaccio. E il Lotto». Non solo. Giochi più antichi nel Rinascimento acquistano le regole (stabilite, per la prima volta, in trattati scritti) con le quali sono arrivati fino a noi. È il caso dei giochi di società, della dama e degli scacchi, di sport come l’ippica, il nuoto o la scherma e di spettacoli di massa, come il Palio.

Il gioco nell’arte

«Il gioco recupera anche un valore pratico, oltre che ricreativo. E una dignità culturale e pedagogica», aggiunge Michele Francipane. «In Gargantua e Pantagruel, scritto da Francois Rabelais nel 1532, sono elencati oltre duecento giochi in cui si esibiva il gigante Pantagruel, emblema dell’uomo rinascimentale». Un altro eccezionale catalogo di passatempi è il capolavoro di Pieter Bruegel il Vecchio, che nel 1560, nel dipinto «Giochi di bambini» (al Kunsthistorisches Museum di Vienna), ne raffigura una novantina: piccoli contadini che fanno bolle di sapone, capriole e sgambetti, saltano la cavallina, giocano a mosca cieca e a campana, col cerchio, con formine di fango, sonagli, girandole, sassolini, bambole, pentoline in miniatura, trampoli, palline... «Molti erano gli svaghi dei bambini egizi, greci e romani», sottolinea Paola Biral, storica e autrice di Puer Ludens: i giochi infantili nell’iconografia dal XIV al XVI secolo (Editoria Universitaria Venezia). «La novità sta nel fatto che per la prima volta un artista fa dei giochi infantili – che fino ad allora erano comparsi solo in calendari o arazzi o nei margini dei codici miniati – il soggetto principale dell’opera».

Nel Rinascimento si afferma la convinzione che il gioco non è solo svago, ma un impegno serio, con traguardi da raggiungere: uno strumento educativo che permette al bambino di diventare grande. «Un concetto sottolineato da pedagoghi come Matteo Palmieri, Erasmo da Rotterdam, Giovanni Dominici: il bambini devono giocare “i sollazzi loro”, perché hanno il sangue che “bolle e chiede movimento e sfogo”», continua Paola Biral. Non solo: giocando ci si educa anche al rispetto delle regole e alla riflessione. Tanto che gli scacchi entravano nella formazione del giovane cavaliere. Aggiunge Pietro Turano: «Predicatori e filosofi propagandavano l’idea che, anziché oziare, fosse preferibile imparare a vivere “giocando con saggezza”. E gli scacchi erano considerati una fonte di insegnamenti morali: ognuno deve crcare il posto da occupare nella vita, come sulla scacchiera».

Anche la rappresentazione dei giocattoli diventa molto di moda. «Dal XVI secolo i nobili abbelliscono le loro residenze perfino con tappezzerie che hanno questo soggetto», racconta Paola Biral. Tra i giochi infantili più raffigurati c’è il cavallino-bastone. «Si vede anche negli affreschi di Palazzo della Ragione a Padova. Dalla semplice asta di legno al prezioso bastone con una testa di cavallo in cartapesta, antenato del cavallo a dondolo». Anche il primo esempio documentato di giostra con i cavalli, simile ai moderni caroselli del luna park, risale al Cinquecento. Continua Biral: «In un quadro di Bosch c’è Gesù Bambino con una girandola, altro gioco raffigurato spesso, come la trottola, identica al Bey-blade di plastica che qualche stagione fa faceva impazzire i nostri bambini».

Passatempi per dame...

Un gioco popolare da sempre e assai raffigurato nel Rinascimento è la bambola, condivisa da maschietti e femminucce. Il futuro Luigi XIII, nato nel 1601, le adorava e ne ricevette in dono una carrozza piena Eleonora d’Aragona, duchessa di Ferrara I, regalò ad Anna Sforza, fidanzata undicenne di suo figlio Alfonso d’Este, una bambola con un ricco corredo di abiti, realizzati dal primo sarto di corte, Tommaso da Napoli: una pupattola alla moda che non aveva nulla da invidiare alla Barbie e al suo guardaroba firmato da stilisti internazionali. Le bambole erano anche un gioco per bimbe... parecchio cresciute, come spiega Paola Biral: «Esistono lettere dell’epoca, inviate a Isabella d’Este (1474-1539) a Mantova dalle principesse di varie corti europee che volevano conoscere lo stile italiano, per imitarlo». Isabella inviava loro bambole abbigliate con abiti cuciti da esperti sarti, con tessuti e fogge identici ai suoi. Tra l’altro, alcuni motivi ornamentali per le vesti della marchesa erano disegnati da artisti del calibro di Leonardo da Vinci.

...e cavalieri

Il biliardo era popolarissimo verso la metà del XVI secolo, anche se le sue origini sono probabilmente anteriori. In Italia era praticato col nome di «gioco delle gugole». Nasce nella Repubblica di Genova il gioco del Lotto. I cinque membri del Serenissimo Collegio erano eletti con un’estrazione tra 120 candidati, i cui nomi erano messi in un’urna detta «seminario»: si chiamavano «gioco del seminario» le scommesse che la gente faceva sull’esito delle estrazioni. Nella seconda metà del Cinquecento, Benedetto Gentile, un patrizio genovese, stabilì le regole delle scommesse su cinque numeri abbinati ai vari candidati. Col tempo i nomi nell’urna scesero a 90.

Battaglie a tavolino

Molti giochi da tavolo ancora popolari sono stati inventati tra Quattro e Cinquecento: Come il Gioco dell’Oca: «Secondo una leggenda fu inventato dai soldati greci durante l’assedio di Troia», spiega Pietro Turano. «Ma altre fonti ne danno la nascita a Firenze, nella seconda metà del Cinquecento, quando il Granduca di Toscana Francesco I de’ Medici ne fece dono al re Filippo II di Spagna». Altro gioco da tavola molto diffuso era la Tombola, nata a Genova dal gioco del Lotto e divenuta popolarissima in Francia grazie a Francesco I di Valois (1494-1547) che la introdusse a corte dopo la campagna d’Italia. Francois Rabelas e Michel de Montaigne parlano nei loro scritti dello «Shangai», il gioco d’abilità con i bastoncini colorati che oggi si chiama anche Mikado.

Anche se sono state trovate tracce di scacchiere su monumenti egizi, la dama moderna è nata probabilmente nel sud della Francia, col nome di «fierges» (da «fers», la regina degli scacchi, più tardi chiamata dama) nel XI secolo. Le regole attuali però si basano sul Jeu Forcé del 1535, che stabilì l’obbligo di catturare la pedina nemica quando possibile, altrimenti il pezzo attaccante veniva “soffiato” dalla scacchiera. In Italia, le prime testimonianze certe dell’esistenza della dama risalgono al XVI secolo e nel successivo il gioco comincia a comparire nelle opere letterarie e teatrali, segno di popolarità. A dama e a scacchi si giocava nei luoghi pubblici, nelle botteghe artigiane e soprattutto nelle barberie, spesso anche per mettere fine a litigi e dispute altrimenti irrisolvibili. La partita a scacchi viventi di Marostica rievoca la sfida tra Vieri e Rinaldo per conquistare nel 1454 la mano di Lionora, la figlia del podestà. Una soluzione senza versamento di sangue che si ritrova anche in altre celebrazioni tradizionali simili in vari paesi europei.

A proposito di simulazioni, nelle corti francesi rinascimentali impazzavano i war games: il passatempo preferito da re, principi e delfini erano campi di battaglia in miniatura, dove soldatini, munizioni, fortificazioni, strade, ponti levatoi e fossati con vera acqua corrente sono realizzati da architetetti, decoratori, scultori e meccanici.

Scopriamo le carte

L’origine delle carte da gioco è misteriosa. C’è chi ritiene siano arrivate in Europa dall’India, con i gitani, per altri furono inventate nel 1120 come passatempo per le concubine di un imperatore cinese o che furono ideate a metà del 1300 per distrarre Carlo VI il Folle durante i suoi attacchi di demenza... La carta più antica in effetti è cinese, ha circa mille anni e si trova nello Staatliche Museum fur Volkerkunde di Berlino. Probabilmente i tarocchi divinatori arrivarono durante il Medioevo, con i conquistatori arabi in Spagna.

Roger Tilley, in A History of Playing Cards, scrive che ancora nel 1369 le carte non erano citate in un decreto di Carlo V contro il gioco d’azzardo, e né Petrarca (1304-1374) né Boccaccio (1313-75) ne parlano, pur raccontando gli svaghi e i passatempi della loro epoca. Solo verso la fine del secolo però compaiono editti che le proibiscono: è probabile quindi che le carte, dipinte a mano e costose, rimasero per quasi un secolo un passatempo d’élite. In effetti, cominciano a spopolare, surclassando scacchi e dadi, proprio con la diffusione del procedimento di stampa con matrici di legno. Ricorda Pietro Turano: «In Le carte parlanti, l’Aretino sottolinea come le carte non fossero invenzione del demonio, ma anzi create dal cielo per confermare le virtù della Prudenza, Fortezza, Temperanza e Pazienza». I mazzi da 56 o 52 scendono a 40 tra il 1400 e il 1500, forse per semplificare i giochi e diminuire i costi.

Secondo Beatrice Parisi e Sergio Valzania, autori di Giocando (ed. Eri-Rai) fondamentale per sviluppo dei giochi di carte in Europa fu l’invenzione (forse fra Mantova e Ferrara nel 1430) del Gioco dei trionfi, che introdusse il concetto di briscola, il seme che vince tutti gli altri: ciò rese i giochi di carte più complessi, dando loro un grande impulso. Hanno origini quattrocentesche anche il Baccara, oggi praticato soprattutto nella variante dello Chemin de fer, e la Scopa, napoletana, e c’è chi vede nel Poker una somiglianza con un gioco persiano del XVI secolo, l’Âs-Nâs.

Tutti sportivi

Nel film Non ci resta che piangere l’indimenticabile Massimo Troisi, catapultato indietro nel tempo, riceve istruzioni da una leggiadra fanciulla su come giocare a palla: in effetti, il più italiano degli sport nel Rinascimento era già praticato con molta passione. Il calcio storico fiorentino (o calcio in livrea), probabile antenato del football e del rugby, è una rievocazione che si tiene a giugno, in piazza Santa Croce a Firenze, con due squadre di 27 giocatori, della partita del 17 febbraio 1530 fra i bianchi e i verdi, mentre la città era assediata dalle truppe imperiali.

Molto antica è l’idea di colpire la palla con un attrezzo. Ma è del 1555 la prima testimonianza moderna: messere Antonio Scaino, in un trattato dedicato ad Alfonso d’Este, scrive che i giochi di palla più popolari del tempo erano il pallone a bracciale (antenato del moderno pallone elastico, nel quale le squadre devono colpire la palla con un pugno o l’avambraccio), il tamburello e la pallacorda. Spiega Paola Biral: «Da questo gioco, codificato nel Rinascimento, è disceso il tennis. In Italia sembra sia stato introdotto dai cavalieri francesi al seguito di Carlo di Calabria, intorno al 1327». Il primo campo da golf è stato realizzato in Inghilterra ne 1552, sotto Maria Stuarda, e il curling fu ideato in Scozia, poco prima del Rinascimento.

Sono stati invece i Bretoni a inventare l’hockey? La domanda se la pone Pietro Gorini, nel libro Giochi e feste popolari d’Italia e d’Europa (L’Airone editrice) perché sul portico della chiesa di La Martyre, del XV secolo, in Bretagna, si vede una scultura che rappresenta un personaggio che colpisce una palla con un bastone ricurvo. Di certo, in epoca rinascimentale, in Scozia si usa per la prima volta la lama sotto i pattini da ghiaccio: «I giochi sulla neve erano ovviamente molto praticati nel nord Europa», commenta Paola Biral. «In precedenza, i pattini erano fatti con tibie di cavallo, mentre la mascella veniva utilizzata dai bimbi più piccoli come slittino».

Di nuovo, la valorizzazione dell’infanzia e del gioco vanno a braccetto: perché nel Rinascimento si comprende in pieno l’importanza di conservare dentro di sé un po’ della meraviglia e del sorriso dei bambini. E quale modo migliore di farlo se non attraverso i giochi?

da «Focus Storia» (ed. Gruner+Jahr/Mondadori) dicembre 2006-gennaio 2007