La diabolica commedia

Il Giudizio Universale di Vasari e Zuccari all'interno della cupola di Santa Maria del Fiore: un capolavoro da riscoprire

di Mariateresa Truncellito

Se il cupolone di messer Filippo Brunelleschi, «tanto ampio da coprire con la sua ombra tutti e' popoli toscani» è da sempre l’orgoglio dei fiorentini, non altrettanto si può dire del ciclo degli affreschi che ne rivestono l’interno. Benché il Giudizio Universale di Giorgio Vasari e Federico Zuccari con i suoi circa 4000 metri quadrati costituisca il ciclo pittorico più vasto della cristianità, la città non lo ha mai molto amato.

Fin dal principio: appena conclusa l’impresa, nel 1579, Zuccari si autocelebrò con una medaglia commemorativa (oggi al Bargello). Fu il suo modo di fare spallucce alle le critiche dei fiorentini e ai madrigali satirici del Lasca (Antonfrancesco Grazzini).

A onore dell’artista va detto che, come spesso accade a ciò che non si conosce, gli affreschi erano pregiudizialmente un po’ “antipatici” perché tutto sommato pochissimi avevano avuto modo di vederli da vicino: difficili da osservare, per la loro grande lontananza dallo spettatore (soprattutto se sofferente di cervicale) e collocati in una calotta buia, con i secoli erano diventati sempre più foschi a causa dell’annerimento della superficie.

Finché un lungo e accurato restauro, dal 1978 al 1985, ne ha finalmente permesso la loro riscoperta e rivalutazione, riconoscendo l’eccezionale imponenza del ciclo pittorico e la sua importanza per la storia dell'arte fiorentina. Qui, infatti, si assiste a una significativa anteprima del barocco e all’“arte delle meraviglie”, che ancora doveva far sentire i suoi vagiti, una sorta di straordinaria “ecografia” antelitteram.

Nelle pitture, infatti, c’è la contrapposizione e la sintesi fra due modi differenti di concepire l’arte: da un lato Giorgio Vasari (1511-1574), eclettico manierista, architetto, pittore, trattatista (sue le Vite, che vengono considerate il primo libro della storia dell’arte) e continuatore della tradizione toscana con radici nel Medioevo. Dall'altro Federico Zuccari (1542-1609), influenzato dal modo di lavorare dei pittori-imprenditori di Roma, qualità così così, ma grandioso e stupefacente effetto finale d’insieme.

La cupola del Duomo, nel progetto iniziale suggerito da Brunelleschi stesso, doveva essere decorata solo con mosaici dorati, per riflettere al massimo la luce che proviene dalle finestre del tamburo. La sua morte fece accantonare questa idea molto costosa, e l’interno fu semplicemente intonacato di bianco.

L’incarico di affrescarla, Vasari lo ebbe nel 1572 da Cosimo i de’ Medici. I contenuti dovevano seguire i dettami del Concilio di Trento, a cui si aggiunsero motivi ispiratori tratti dalla Divina Commedia (suggeriti da don Vincenzo Borghini) e il Giudizio Universale della Cappella Sistina perché Vasari era un grande ammiratore di Michelangelo.

Lo spazio fu diviso in sei registri concentrici sovrapposti e la volta in otto spicchi, con all'interno gruppi di figure distinti. Ogni spicchio comprende, dall'alto verso il basso a partire dalla finta lanterna centrale circondata dai 24 vegliardi dell'Apocalisse, quattro elementi: un coro angelico con strumenti della Passione di Cristo; una categoria di Santi ed Eletti; una triade di personificazioni che raffigurano un Dono dello Spirito Santo; una regione dell'Inferno governata da un Peccato capitale.

Sullo spicchio di fronte alla navata centrale, gli elementi diventano tre, per dare spazio al grande Cristo in gloria fra la Madonna e san Giovanni che poggia sulle tre Virtù teologali (Fede, Speranza e Carità), seguite in basso da figure allegoriche del Tempo e della Chiesa trionfante. Guardando da vicino questi affreschi, durante il percorso della salita alla cupola, si notano le deformazioni di prospettiva e di colore, “trucchi” che servono a rendere perfetta la visione dal basso.

Nel 1574 Vasari però moriva: aveva realizzato solo un terzo dell'opera, i disegni per i quattro settori della cupola rimasti bianchi e alcuni schizzi per la scena dell’Inferno. Era morto anche Cosimo e il successore, Francesco I de’ Medici, chiamò Federico Zuccari da Sant’Angelo in Vado.

Zuccari non amava granché il Vasari e cercò il piu’ possibile di affermare le sue idee. Innanzitutto semplificandosi il lavoro: sostituì la pittura «a fresco» con quella «a secco», con la tempera (più deperibile) ed eliminò riflessi, ceselli e altre finezze invisibili da lontano a favore di un effetto globale scenografico (lo Zuccari aveva realizzato anche fondali teatrali). Negli Eletti pensò bene di dipingere alcuni personaggi contemporanei: tra gli altri, i Medici, l’imperatore, il re di Francia, Vasari, Giambologna, se stesso e vari parenti e amici. Il suo capolavoro nella cupola di Santa Maria del Fiore è sicuramente la cruda rappresentazione dell'Inferno, con i diavoli possenti ispirati agli affreschi di Luca Signorelli nel duomo di Orvieto (dove anche lui aveva lavorato), i dannati raffigurati con precisione anatomica e il rosso fiammeggiante del fuoco e del sangue che accende le tinte cupe della pittura.

da «Verve» (ed. Verve International), dicembre 2006-gennaio 2007