CSI Italia

Niente a che vedere con le interpreti un po' dark del serial americano. Cristina Cattaneo, già autrice di due libri, è un medico legale che, attraverso la morte, ama prendersi cura dei vivi

di Mariateresa Truncellito

Avete presente Alexx Woods, la dark lady con lo sguardo languido che in Csi Miami accarezza i cadaveri e parla con loro prima di cominciare l’autopsia? O quell’orso di Gil Grissom, il capo della squadra di Las Vegas, scontroso, cupo e sempre un po’ arrabbiato col mondo? Beh, scordateveli: la dottoressa Cristina Cattaneo, anzi, la professoressa Cattaneo, medico legale e direttore del Labanof, il laboratorio di antropologia e odontologia forense dell’Università statale di Milano (forse l’unico vero “Csi” in Italia) è una ragazza allegra e simpatica. Minuta (dimostra meno dei suoi 42 anni), taglio di capelli sbarazzino, jeans, golf e stivali sportivi, fossette e due occhioni verdi grandi così sopra un sorriso contagioso. Apre cadaveri, sì. Ma è, davvero, solo un dettaglio.

Sgombriamo subito il campo anche dal laboratorio high-tech e superattrezzato della fiction: quello di Cristina consiste in quattro stanze con la confusione tipica degli uffici dove si devono seguire mille lavori diversi nello stesso momento, carte e scatoloni, faldoni di documenti, registri, libri, tesi di laurea, computer, penne Bic, attrezzi. E resti umani: su un tavolino ci sono frammenti d’ossa recuperati da un tombino a Monza, «Grazie a una soffiata», e su un altro uno scheletro parzialmente ricostruito, notato da un passante in una discarica, «È una donna, lo vede il bacino com’è piccolo? Forse una prostituta». Fa impressione? No: l’effetto è quello della teca di un museo di scienze naturali, né più né meno. E non fa impressione (forse perché è vuoto e spento) neanche il “bollitore”, una specie di grossa lavastoviglie chiusa da un vetro, dove i resti vengono puliti. Lungo il corridoio, su una scaffalatura, i “casi”, ossia i reperti sconosciuti, in scatole di cartone sigillate.

Il locale più vicino all’immaginazione è la sala delle autopsie: piastrelle grigie, tavoli anatomici e armadietti d’acciaio inox, lavandini. Asettica e pulitissima. «Dovrebbe vederla mentre lavoriamo...». Un brivido, ma passa subito: la prof apre la porta del suo ufficio e ci vengono incontro due cagnoloni festosi e scodinzolanti. Anche se ha un’aria più arruffata, riconosco Argo, fotografato con Cristina sul retro di copertina di Morti senza nome, il libro (Mondadori Strade Blu) nel quale racconta i casi più toccanti che le sono capitati: come la bimba uccisa con la sua mamma dalla malavita, l’immigrato bulgaro morto in un incendio che non riesce a “tornare a casa” per colpa della burocrazia italiana, le vittime del disastro aereo di Linate. Pagine commoventi, dove spesso ciò che fa inorridire non è la morte, ma l’indifferenza, la miseria, la sofferenza patita dagli sfortunati protagonisti quando erano vivi. Ma nel libro ci sono anche pagine lievi, dedicate dall’autrice al suo grande amore, gli animali. Compresi i suoi cani.

«Sì, in effetti Argo lì era un po’ più pettinato e un po’ meno campagnolo», scherza la dottoressa, che fa volontariato in un canile vicino a Casale Monferrato, la sua città natale. Nel tempo libero che le resta. Poco, pochissimo: nella sola Milano, ogni anno più di 50 morti senza nome arrivano all’obitorio. Vittime di delitti o di tragedie, oppure persone scomparse, spesso da molto tempo, spesso in luoghi molto lontani. Alla dottoressa Cattaneo tocca restituire loro un nome. Al suo laboratorio si rivolgono giudici e forse dell’ordine, in cerca di un colpevole o della dinamica di un incidente. A lei, invece, interessa dare voce a storie che, altrimenti, andrebbero irrimediabilmente perdute: «La nostra identità, che è fatta di sentimenti, affetti, esperienze ed emozioni, è quanto di più caro abbiamo». Cristina lavora con i morti, ma ciò che le sta a cuore sono soprattutto i vivi: i parenti, dai quali ascoltare storie d’amore e ai quali dare finalmente una certezza. E il diritto di cominciare a piangere chi non c’è più.

Da piccola, come molte bambine, voleva fare la parrucchiera. «Tutte le mie Barbie avevano i capelli tagliuzzati». La vera vocazione la riconosce a trent’anni suonati. La laurea in biologia presa in Canada, dove è cresciuta (il padre, ingegnere civile, viaggiava spesso), in Italia non ha valore. Sogna per un po’ il giornalismo scientifico, e si scrive a Lettere. Qui si unisce a un gruppo di archeologi. Scavare scheletri antichi di millenni le piace. Perciò vola in Inghilterra per un master in antropologia. Al ritorno “lavoricchia” al museo di Como. «Ho capito che dovevo stringere i denti e ricominciare da capo». Prende la laurea in medicina e sceglie la specializzazione forense. La famiglia la appoggia, sempre. «Mio padre, in verità, avrebbe preferito un medico tout court. E, all’inizio, storceva il naso quando raccontavo i casi mentre eravamo a tavola. Ma succede spesso con gli uomini, anche tra i miei studenti: a dispetto dei luoghi comuni, sono le donne ad avere lo stomaco forte». Lei, di sicuro, ce l’ha d’acciaio. Eppure ricorda ancora chiaramente la sua prima autopsia: «Pensavo che non ce l’avrei fatta e mi sono messa con la schiena verso il muro: se svengo, mi appoggio. Sentii una vampata di calore, ma passò».

Il difficile è venuto dopo, molto dopo. «Ho abbandonato l’archeologia perché mi illudevo che sarei stata più utile lavorando nel presente. Identificare una persona e spiegare perché ha smesso di respirare è un modo per renderle giustizia. Ma spesso non viene capito». Qualche sera fa, durante un convegno, Cristina si è sentita chiedere se le sembra giusto perdere tutto il suo tempo con i morti, quando ci sono tanti bisogni tra i vivi. Non sono pochi a pensarla così: tanto che ancora non esiste in Italia una banca dati informatica, che, banalmente, permetta di incrociare le denunce di persone scomparse con i resti non identificati che arrivano al Labanof. Avete presente quanto smanettano al computer quelli di Csi? Senza una banca dati, la puntata nemmeno comincerebbe...

Un delitto, è ovvio, interessa al magistrato, per assicurare un criminale alla giustizia. Però non si può fare nulla se i resti non sono identificati. «Ma il mio laboratorio lavora soprattutto con chi non fa scoop: anziani che sono morti dopo aver perso la strada di casa, clandestini che vivono in baracche che si incendiano, barboni uccisi dal freddo, vittime di incidenti. Tanti, tantissimi sono italiani. Comunque, persone con una vita, una storia, relazioni, affetti. Persone che mancheranno a mogli, mariti, figli, genitori. Vivi, appunto».

La realtà è meno patinata della fiction. Ma molto più umana. «L’Occidente rimuove la morte, la ostracizza. Paradossalmente, credo che il successo di Csi, Crossing Jordan, tutti i telefilm e i romanzi che la glorificano, lo confermi: è splatter, violenta, spettacolarizzata. Tanto da non riguardarci», commenta Cristina. «E questa è la più grande differenza con il mio lavoro: io mi occupo anche di chi va a dormire e la mattina dopo, semplicemente, non si sveglia più». Altro che spettacolo: Cristina ha dovuto imparare soprattutto ad accettare la normalità della morte. Quella che, nel linguaggio comune, talvolta viene definita stupida: come se ci fosse un modo “intelligente” per lasciare questo mondo. «È strano, ma è proprio così: è piu accettabile che una persona perda la vita per una coltellata, un incidente stradale, una malattia. Un atto “esterno” che dà un senso. Magari perché pensiamo che a noi non capiterà. Quando ho cominciato con le prime autopsie, da studentessa, i casi inspiegabili sono stati i più scioccanti».

Questa è un’altra fondamentale differenza con i telefilm: «Spesso non si sa perché il cuore smetta di battere. Ed è difficilissimo diagnosticare una morte per annegamento o soffocamento. Sa qual è la verità? Il delitto perfetto esiste. Eccome».

Sui metodi di indagine l'Italia non ha niente da invidiare agli americani: anche da noi il medico legale collabora con botanicim entomologi, veterinari, archeologi. Come - insieme alla naturalista Monica Maldarella - ribadisce anche nel suo libro Crimini e farfalle, da poco pubblicato da Raffaello Cortina, un testo scientifico dove le farfalle rappresentano la natura che, attraverso il suo corso, dà molto spesso informazioni preziose su vittime e delitti.

Sui metodi, invece, niente da invidiare agli americani: anche da noi indagano botanici, entomologi, veterinari, archeologi. Con meno soldi, ma più fantasia e eclettismo. E calore: «Meglio essere emotivi, che freddi. Si soffre, certo. Ma, lo ribadisco, il nostro lavoro si fa soprattutto con i vivi». La riconoscenza di un genitore o di una moglie che “ritrovano” il figlio o il marito scomparsi grazie al riconoscimento dei resti è spesso imbarazzante: «Mi ringraziano con calore, quando io non ho fatto altro che dar loro una brutta notizia». dice Cristina.

Ogni tanto, però, si tira anche un sospiro di sollievo. «Una volta ci venne consegnato un portaostie ritrovato in una casa dove avvenivano riti satanici. Conteneva frammenti buciacchiati, quasi certamente umani. Eravamo tutti preoccupati per quello che avremmo potuto scoprire. Il Dna non si poteva estrarre, perché erano troppo deteriorati. Un collega, botanico, provò a osservarli al microscopio elettronico a scansione: e sotto i nostri occhi apparve la bellissima immagine di una gemma d’ulivo. Quei satanisti, evidentemente, avevano razziato una parrocchia il mercoledì delle ceneri, accontentandosi di quello che c’era...».

Davanti al tavolo delle autopsie, ormai non c’è più nulla che possa impressionare la dottoressa Cattaneo. Ma qualcosa che, la sera prima, le impedisce di prendere sonno sì: «Rispettare la data di consegna della relazione!», dice con una risata. «Più seriamente, mi sento ancora una scolaretta insicura quando mi aspetta un corpo trapassato da colpi di arma da fuoco: ricostruire le traiettorie è molto difficile. E mi dà ansia la possibilità di trascurare un prelievo, un esame, un reperto che potrebbe essere determinante per la soluzione del caso».

E poi, di davvero preoccupante, c’è il lavoro sui vivi: Cristina Cattaneo è anche medico legale del Soccorso Violenza Sessuale della clinica Mangiagalli e collabora a un progetto scientifico nella lotta alla pedopornografia finanziato dall’Unione Europa. «I segni di violenza sui vivi cambiano rapidamente e non sempre danno indicazioni chiare su cosa li ha provocati. Eppure, non ti puoi permettere di sbagliare: perché se decido che i lividi “sospetti” sul corpo di un bambino sono frutto di maltrattamenti, il piccolo verrà allontanato dalla famiglia e i suoi parenti indagati. Una mancata segnalazione, d’altra parte, potrebbe esporre il bimbo a ulteriori violenze. È una responsabilità che fa davvero paura». Sul tema dei malatrattamenti, e su altri aspetti della vita soprattutto notturna di un medico legale a Milano, Cristina sta scrivendo un nuovo libro, che Mondadori pubblicherà in primavera.

Com’è, invece, la sua vita privata? «Normalissima: oltre ai cani, amo occuparmi della casa, faccio la spesa all’Esselunga, cucino discretamente, anche se non mangio carne: da quasi vent’anni, però, ben prima che cominciassi a tagliare morti! Ho un compagno, musicista classico, suona il contrabbasso. Non abbiamo figli: ma non è una scelta che dipende dal mestiere che faccio». Il lavoro resta confinato nel laboratorio? «No, anzi: ne parlo molto, perché il mio compagno mi aiuta a guardare i fatti da un’altra prospettiva, con maggiore distacco o, viceversa, notando qualcosa che a me è sfuggito. Però mi ha obbligato a privarmi di un cranio antico, bellissimo, del Settecento: lo disturbava vederlo sulla libreria...»

Un’ultima curiosità. Ma il suo lavoro prevede la pausa pranzo? «Certo che sì, come tutti, senza perdere troppo tempo: un panino, un vassoio di sushi». Sushi dopo un’autopsia? «Anche durante!».

da «Elle» (Hachette Rusconi), settembre 2007