Coney Island, ultimo giro di giostra

Rischia di chiudere lo storico Luna Park di New York ucciso dalle speculazioni

di Mariateresa Truncellito

Ci sono luoghi che sembrano fatti apposta per raccogliere ciò che resta dei sogni perduti. Uno è Coney Island, «il grande sogno americano, l’illusione di un mondo meraviglioso in cui tutti sarebbero stati felici», nelle parole di Woody Allen che qui ci ha trascorso l’infanzia. Capolinea di non si quante linee metropolitane, è la spiaggia e il paese dei balocchi a buon mercato dei neworkesi. Ma anche il Luna Park per antonomasia per il resto del mondo. Per quanto ancora? Forse poco, pochissimo: la famiglia che possedeva il parco da 40 anni, l’anno scorso lo ha venduto a una società immobiliare che, da qui al 2011, ha in progetto di rilanciare la zona, mantenedone il carattere ludico. Ma in molti temono una speculazione edilizia in grande stile.

Confrontarsi con i sogni è pericoloso. Oggi, a chi si avventura sulla boardwalk, la passeggiata di legno lungo l’oceano, la penisola del divertimento appare un quartiere malinconico, gli sbiaditi stracci dei lustrini del passato.

Insieme con la Coca Cola, l’hot dog (che una leggenda metropolitana vuole sia stato inventato proprio tra le giostre nel 1874), la Monument Valley e il ponte di Brooklyn, Coney Island è l’icona che ha contribuito a creare l’immaginario americano da questa parte dell’Oceano. Del resto, sono stati gli stessi artefici di quella cultura a farne l’interprete del tempo spensierato: nelle comiche di Buster Keaton e nei cartoon dell’Uomo Ragno, ma anche nel cinema, impegnato e non, (da Io e Annie e Radio Days di Woody Allen, appunto, a A.I. di Steven Spielberg, da I Guerreri della notte a Nove settimane e mezzo). Sembra che in questo reame dell’immaginazione Georges Méliès, nel 1902, abbia trovato ispirazione per Le voyage dans la Lune (il primo film di fantascienza della storia del cinema), probabilmente mentre stimolava l’adrenalina su un’attrazione chiamata proprio The Trip to the Moon. Di Coney Island hanno cantato Lou Reed, i Ramones, gli Aerosmith, Tom Waits, Van Morrison, ed è finita pure nella Playstation.

Certo, poi (molto poi) è arrivato Disneyworld e tutti i suoi fratellini sparsi per il mondo, con roller coaster che filano da 0 a 100 km/h in 5 secondi, attrazioni da vertigine in 3D, animatronic che firmano autografi e ologrammi che hanno reso i fantasmi morti viventi. Ma nessuna tecnologia è in grado di replicare il brivido provocato dai sinistri scricchiolii (resisterà?) del mitico Cyclone dalle rotaie di legno, il gigantesco ottovolante che ha appena festeggiato gli 80 anni che lo rendono il più antico d’America ancora in funzione.

Appunto: oggi è passato remoto, ma due secoli fa Coney Island fu uno dei primi avveniristici amusement park della storia. La prima giostra, con i classici cavallini di legno, risale al 1876. Un successone, che insieme alla metropolitana che rese il paese dei balocchi e la sua spiaggia accessibili a tutti, portò alla nascita di tre parchi, Luna Park, Dreamland e Steeplechase Park, che si contendevano la palma del migliore. Nel 1893 il New York Times chiamava Coney Island «Sodoma a Mare». In effetti, con la sua atmosfera folle da perpetuo carnevale rappresentava un antidoto alla prima città al mondo a dover fare i conti con quello che oggi chiamiamo stress. Milioni di visitatori accorrevano alle sirene di effetti speciali e spettacoli immaginifici, come il villaggio di Lilliput abitato da 300 nani: tra gli altri, Charles Lindbergh e Sigmund Freud, per il quale Coney Island era «l’unico aspetto dell’America che gli interessasse». Nel 1916 apre il primo «Nathan Famous original hot dog» e in breve diventa un marchio di fabbrica per tutti gli States. Per celebrarlo, viene inventata una gara per mangiatori di salsicce: si tiene ancora, il 4 luglio, ma nelle ultime edizioni ha suscitato l’interesse solo di qualche network giapponese.

In effetti, già dopo la guerra i newyorkesi ormai motorizzati cominciarono a preferirle il mare più esclusivo di Long Island. L’inizio di una inesorabile, e neanche tanto lenta, decadenza. In alcune aree dismesse sorsero case popolari e negli anni Sessanta Coney Island da reame del divertimento si era trasformato in regno delle gang dello spaccio e della prostituzione, dove era pericoloso avventurarsi: ancora adrenalina e paradisi artificiali, quindi, ma non più per gioco né, tantomeno, per bambini. Nel 1964 chiude l’ultimo dei parchi maggiori, lo Steeplechase.

Sopravvive Astroland, di proprietà della famiglia Albert dal 1962. Piano piano cresce ed è tutto ciò che resta, insieme con la buona volontà di un gruppo di artisti che recupera alcune zone degradate, anche se serrande abbassate, edifici fatiscenti, vecchi magazzini abbandonati e depositi di autobus assediano malinconicamente quelle che furono grandi attrazioni. Quanto alla spiaggia, siringhe e pezzi di vetro si mescolano alla sabbia. Le vestigia degli antichi fasti vengono lodevolmente tenute vive da un museo e da un sito Internet gestito da volontari che offre informazioni turistiche e storiche. Tra i tentativi di rilancio, anche la ristrutturazione della stazione e l’apertura di KeySpan Park, quartier generale dei Brooklyn Cyclones, una squadra di baseball del campionato minore.

Certo: Coney Island è ancora il luogo del bizzarro, del freak, dove la notizia è l’uomo che morde il cane. O quasi. Pochi giorni fa, all’inizio di settembre, un bagnino è dovuto correre in soccorso di uno squalo spiaggiato, per salvarlo da un gruppo di bagnanti che, si stavano divertendo (è il caso di dirlo, dato il luogo) a torturarlo. Che tristezza.

Sono stati proprio gli Albert, l’anno scorso, a vendere alla The Equities di Joseph Sitt, la società immobiliare che intende investire 11 miliardi e mezzo di dollari in alberghi di lusso, caffè e ristoranti, negozi, un aquapark, e diavolerie hi-tech che rendano la zona un divertimentificio al passo con il nuovo millennio. Ma lo scorso giugno, Barbara Kiviat sul Time si chiedeva «Riuscirà Coney Island a sopravvivere alla propria rinascita?». Nessuno in effetti sa cosa ne sarà. «Quest’estate ho detto a tutti di dare il massimo», ha raccontato alla cronista Dianna Carlin, titolare di un negozio di t-shirt sulla spiaggia. «Perché potrebbe essere stata l’ultima della Coney Island che conosciamo». Joseph Sitt, originario di Brooklyn e quindi cresciuto con il frastuono delle giostre all’orizzonte, ha pagato 150 milioni di dollari per i quattro ettari nella zona centrale. C’è chi ripone molte speranze nel suo, forse nostalgico, progetto. Dick Zigun, per esempio, l’inventore della parata delle Sirene: «Noi ci mettiamo moltissimo quanto a fantasia, ma senza investimenti milionari non si può fare granché». Non è tutto zucchero filato, però.

Il progetto comprende anche un edificio residenziale di 40 piani e molti temono che gli appartamenti di lusso possano svilire l’eccentricità rumorosa del paese dei balocchi. Cyclone e la Wonder Wheel sono monumenti nazionali e perciò non si toccano, ma Sitt ora possiede gran parte del resto delle attrazioni. E si è già rivelato meno sognatore del previsto quando, lo scorso inverno, ha fatto demolire la pista dei go-kart. Viste le polemiche, sembra che Sitt, si sia detto disponibile ad accantonare il progetto residenziale a favore del recupero di quello che definisce: «Un pezzo di storia americana». In questo caso, secondo lo storico locale Charles Denson. «Può diventare un eroe. E passare alla storia come il salvatore di Coney Island». Per ora, però, c’è solo una certezza: chi ha voglia di fare un giro in cima all’Astrotower, è bene che si affretti.

da «Verve» (ed. Verve International), ottobre 2007