Signore in noir
di Mariateresa Truncellito
Il nero? È sempre più rosa: le scrittrici del brivido vivono un momento molto felice. E se il giallo è uscito dal ghetto di genere “minore” per diventare romanzo sociale ed esistenziale, il merito va anche alle donne. Capaci, talvolta più dei maschietti, di penetrare gli abissi della mente e gli intrecci delle relazioni umane. E, perciò, di eccellere nel noir dove, più che il delitto, conta il contesto, sociale e familiare, che lo permette. Certo: c’entra anche il fatto che tre quarti dei lettori italiani sono donne. E che nel noir al femminile spesso c’è un’eroina con la quale è stimolante confrontarsi: che sia l’anatomopatologa Kay Scarpetta di Patricia Cornwell, l’antropologa Tempe Brennan di Kathy Reichs, la professoressa torinese di Margherita Oggero, l’investigatrice lesbica di Sandra Scoppettone...
L’autunno pare la stagione ideale per il noir in rosa: tra i vari festival letterari dedicati al poliziesco, hanno avuto questo filo conduttore la terza edizione del Women’s Fiction Festival di Matera e la kermesse GialloLuna NeroNotte di Ravenna. Mentre in libreria è appena uscito Noir, della collana Dizionari del Cinema di Electa (20 euro): il noir è una pietra miliare della cinematografia, anche per aver “creato” quella straordinaria categoria dell’animo femminile che è la dark lady. Ma se il genere oggi spopola, lo si deve soprattutto alla fiction. E dall’ormai classico Csi al nuovo Bones (a novembre su Rete 4) non c’è squadra di investigatori priva dell’essenziale contributo muliebre.
In realtà le donne si sono date al giallo fin dalle origini: tanto che il primo bestseller della storia è The Leavenworth Case, del 1878, di Katherine Green. «Il giallo è l’arte dell’inganno», sottolinea Lia Volpatti, direttore di M-Rivista del mistero. «E le donne in questo non sono seconde a nessuno». Non dimentichiamo che il re del giallo è... una regina: a trent’anni anni dalla morte, Agatha Christie continua a scalare senza difficoltà le classifiche dei best-seller. Autrice di un’ottantina di romanzi, la “mamma” di Miss Marple (pare ispirata da sua nonna) ha venduto almeno due miliardi di libri (ha fatto meglio solo la Bibbia). «Il capovaloro è Dieci piccoli indiani», continua Volpatti. «Uno dei più grandi romanzi gotici mai scritti, e metafora della condizione umana».
E oggi? Per Sandrone Dazieri, «Dopo i decenni dell’impegno, è tornato alla ribalta il romanzo intimista. Perciò chi vuole sapere cosa accade in Italia deve rivolgersi altrove. Ai giallisti. Decisi a raccontare il nostro Paese e i suoi misteri». E le più decise di tutti sono le donne: Vera ne ha incontrate cinque.
Charlotte Link
Ha esordito nella scrittura a 16 anni: oggi Charlotte Link, tedesca di Wiesbaden, 43 anni, un marito e un figlio, ha una ventina di romanzi all’attivo. Tra gli ultimi, La doppia vita e Venti di tempesta (Corbaccio). È arrivata al noir partendo dal romanzo storico (a gennaio uscirà da noi Profumi perduti) e continua a intrigare i lettori con la contaminazione di generi: rosa, noir, mistery, thriller psicologico...
Molte storie e moltissime pagine: i suoi libri sono parecchio... ponderosi. Come trova le idee?
«Quando non ci penso! Vedendo un volto nella folla, ascoltando musica o brandelli di conversazione dei vicini di tavolo al ristorante... Qualsiasi cosa, all’improvviso, può diventare lo spunto per un nuovo romanzo. Devo solo essere dell’umore giusto, quello che mi fa drizzare le antenne».
Perché ha abbandonato il romanzo storico?
«Forse perché ho avuto un successo troppo precoce e crescente a ogni libro: ho avuto paura che il pubblico non avrebbe accettato nient’altro da me. Così ho deciso di cambiare. Grazie a Dio, i lettori mi hanno seguito!»
E al noir, invece, come è arrivata? Nei suoi romanzi ci sono catene di delitti, crimini orrendi, segreti inconfessabili...
«Mentre da ragazzina mi appassionavano le vicende, con gli anni il mio interesse è passato alla psicologia dei personaggi. Immaginarli in situazioni estreme (e niente lo è più di un crimine) mi permette di scavare a fondo nella loro anima, di rivelare quello che si nasconde dietro l’apparenza: la paura sgretola l’ipocrisia».
Trova che il noir sia il genere letterario più adatto a raccontare il mondo di oggi?
«La violenza dilaga nella nostra società. Ma quello che viene raccontato dai giallisti è un aspetto estremo della quotidianità. Per fortuna».
Christine Von Borries
Sorpresa: Christine Von Borries è italiana. O quasi: 41 anni, nata a Barcellona, da padre tedesco e madre torinese, parla con accento fiorentino e vive a Palermo, dove fa il pubblico ministero. L’ultima fatica (conciliata con le pappe e i pannolini del suo bimbo) è «Una notte a Brancaccio», un racconto per l’antologia Le città in nero (Guanda). Con Fuga di notizie ci ha fatto conoscere Irene Bettini, una giovane agente del Sisde che molla le scartoffie per affrontare i criminali. Tra i suoi estimatori, c’è niente meno che Andrea Camilleri, il papà del commissario Montalbano: «La Von Borries mostra la trasformazione del giallo… Nessun editore un tempo avrebbe pubblicato un libro senza un cadavere sanguinolento nel primo capitolo...»
Ma anche oggi è di moda il medical thriller, con budella in vista...
«Nei miei romanzi non c’è neanche un morto. Mi rendo conto di andare in controtendenza, ma mi piacciono le sfide. Gli americani sono geni dell’azione, a me interessa soprattutto l’umanità dei personaggi».
Dove ha preso il nome per la sua eroina?
«C’era un’Irene che mi stava molto simpatica. Alcuni lati del carattere (Irene Bettini è esitante e fragile, ma con una volontà di ferro, ndr) sono miei. Poi, quanto all’intreccio tra fantasia e realtà, mi diverto a infilare nella storia dettagli di conoscenti, come il loro numero di cellulare...»
Come costruisce la scena del delitto?
«Cerco di trattare cose che conosco, anziché lanciarmi in complesse ricerche. Ma, per esempio, prima di descrivere uno sparo mi sono fatta spiegare da un amico poliziotto che pistola usano le donne, dove la mettono se hanno la gonna, che sensazione dà premere il grilletto».
Si dice che Camilleri abbia già scritto la morte di Montalbano. Quanto potrà vivere la sua Irene Bettini?
«Confesso di non essermi posta il problema. Ma non voglio scrivere solo di lei: nel mio prossimo romanzo, sugli appalti truccati, Irene non c’è. Ammetto però che anch’io come lettrice, prima che come scrittrice, mi affeziono ai personaggi fissi: fanno sì che il libro che ci è piaciuto non finisca con l’ultima pagina».
Alicia Giménez-Bartlett
Guest star al Women’s Fiction Festival di Matera, dove ha vinto il premio La Baccante 2006, Alicia Giménez-Bartlett è la “Camilleri spagnola”, per il calore e l’umorismo mediterraneo. E per l’originalità del suo ispettore: Pedra Delicado, pure protagonista di una serie tv molto attesa dai fan italiani. Giménez-Bartlett ha 55 anni e vive a Barcellona: il successo è arrivato con Riti di morte, (Sellerio) e il suo ultimo romanzo è Segreta Penelope.
Fa tutto da sola?
«Amici e conoscenti forniscono il “materiale” per i personaggi: il carattere di uno, l’aspetto di un altro, il tic di un terzo, che rimescolo come un patchwork. Ho poi alcuni collaboratori abituali, poliziotti, un medico forense, uno psichiatra, e altri estemporanei, come veterinari o avvocati».
Lei insegnava letteratura: come e’ arrivata alla scrittura?
«Non ho mai voluto fare altro. Mio padre raccontava che quando non sapevo né leggere né scrivere, gli chiedevo di scrivere le storie che inventava per me, perché non andassero perse. Forse è un’antica maledizione...»
A lei piace molto raccontare tutte le sfaccettature della nostra società...
«L’ambiente e’ un “protagonista” nel giallo. Anzi, penso che non esista nessun tipo di letteratura più adatta alla denuncia sociale».
La sua Pedra ha un carattere ispido, due divorzi e una vita sentimentale complicata. Perché gli eroi dei noir sono sempre borderline? Non puo’ esistere un’investigatrice sposata e con figli?
«La felicità e la normalità non sono materiale da libro! Ciò che attrae è il conflitto, l’insolito, il tuortuoso. Pedra è una donna d’oggi: piena di contraddizioni, come dice il suo nome, perché più libera, nell’azione e nel pensiero, delle donne del passato».
Ed è molto attratta dalla bellezza virile.
«Mi sono sempre chiesta perché gli scrittori riempiono i loro libri di belle donne, mentre noi scrittrici ci limitiamo a descrizioni intellettuali. Rivendico anche per noi gialliste il diritto a guardare l’uomo come un bel corpo!»
Pedra ha per “spalla” un uomo, Fermín Garzón. Crede che due donne collaborino con più difficoltà?
«No, potevano funzionare, anche se in modo diverso. Ma mi piace molto il tema eterno della guerra tra i sessi: la mia si svolge con tanto, tanto humour».
Come si fa ad avvincere un lettore?
«Suspence, introspezione psicologica, atmosfere: io utilizzo tutti i “mezzucci” possibili. Ma credo che il pubblico debba soprattutto sentirsi vicino a ciò legge. I supereroi non interessano a nessuno».
Barbara Garlaschelli
Milanese, nata nel 1965, Barbara Garlaschelli ha sceneggiato fumetti, scritto per il teatro e per i ragazzi. E ha raccontato la sua disabilità in Sirena, mezzo pesante in movimento. Ma la sua specialità sono cattivissimi racconti e romanzi noir, come Alice nell’ombra, Sorelle, Nemiche (Frassinelli), dove le protagoniste sono donne tormentate e claustrofobiche.
Tecla Dozio, animatrice della Libreria del Giallo di Milano, per la sua capacità di creare «capovolgimenti fulminei e sorprese annientanti» la definisce «la scrittrice più perfida che c’è in Italia.
«Magari! Io mi sento molto cattiva quando scrivo».
Come ha scoperto la sua vocazione per il noir?
«Per caso. Nel 1995 ho esordito con racconti di humour nero, Ridere o morire, e strada facendo le mie storie sono diventate sempre più cupe. Ma non ho intenzione di morire noir! Il mio ultimo libro, Frammenti (Moby Dick) è un reportage di due anni di lavoro in un centro per la cura del disagio mentale».
Ma anche nei suoi romanzi c’è sempre l’esplorazione dei percorsi oscuri della mente.
«È vero: infatti questa esperienza sarà un pozzo senza fondo di spunti. Per altro, i miei personaggi sono piu’ il riflesso di parte della mia anima: in Alice nell’ombra, per esempio, ci sono le mie paure. La paura, di noi stessi prima che degli altri, spesso è il motore delle nostre azioni».
Anche per lei il noir è il “romanzo sociale” per eccellenza?
«Credo che aiutarci a comprendere il nostro mondo sia uno dei compiti della letteratura: in questo, per esempio, sono stati maestri alcuni autori di fantascienza, un genere che sembra assai lontano dalla realtà».
Quali sono i suoi “trucchi” per tener alta l’attenzione?
«Non esistono trucchi, solo il mestiere. Dall’attacco già si capisce se uno sa scrivere o no. Ma è difficile rispondere: anche se i temi sono sempre gi stessi, amore, morte, dolore, gioia, conta come vengono raccontati. E i modi “buoni” sono infiniti, perché scrivere è un’affermazione di libertà: non ci sono regole. La verità? I bravi scrittori incantano: non fanno trucchi, fanno magie. E le magie sono inspiegabili».
Grazia Verasani
L’investigatrice privata Giorgia Cantini ha suppergiù 40 anni, vive a Bologna, tra nuovi amori e vecchi amici, la passione per la musica, il debole per il gin lemon e le sigarette. È impulsiva e femminile, con qualche chilo di troppo e una bellezza “poco ortodossa”. Ricorda tanto Grazia Verasani, la sua creatrice: scrittrice e musicista, attrice teatrale, dopo vari romanzi ha pubblicato il suo primo noir nel 2004: Quo vadis, baby?, da cui Gabriele Salvatores ha tratto l’omonimo film. La nuova avventura di Giorgia Cantini è Velocemente da nessuna parte (Colorado Noir).
Giorgia Cantini è davvero lei?
«Beh, io sono vegetariana e amo solo il vino rosso. Ci accomuna il disincanto, tipico della nostra generazione, che ha vissuto più di rimpianti che di sogni. Siamo due donne di oggi: poco raccontate, sia nei libri, che al cinema, che alla tv».
I suoi sono noir molto singolari...
«Non amo le etichette, ma li definirei più romanzi generazionali. Del noir hanno la cupezza e la malinconia, e una “disciplina” della suspence».
In Quo vadis, baby? non c’è nemmeno il delitto.
«Ho scommesso su una storia senza omicidi e senza sangue, con un suicidio che, di per sé, non ha soluzione. Un giallo “metafisico”».
Molti giallisti, lei, Lucarelli, Macchiavelli, ambientano le loro storie a Bologna. La città ha un’anima nera?
«L’ho vista cambiare in peggio, rinchiudersi, diventare violenta e piatta. Tra gli anni Settanta e Ottanta era innovativa e controcorrente, una culla straordinaria per l’arte, la musica, il fumetto. Il rimpianto la rende protagonista».
Un’altra protagonista dei suoi romanzi è la musica: rimpiange la sua attività di cantautrice?
«Si puo’ capire molto di una persona dai cd che ha in casa. E l’aver ascoltato nello stesso periodo le stesse canzoni è legame generazionale. Per me la musica è stata un amante, mentre la scrittura è una specie di matrimonio...»
La Cantini ha un confidente, il dirimpettaio ex attore porno. Come le è venuto in mente?
«A vent’anni per sopravvivere doppiavo film hard-core ed Elio e le storie tese hanno usato i miei finti orgasmi nel brano Essere donna oggi. Mi ha sempre colpito la malinconia dei professionisti del porno, come quella delle prostitute. E poi sono amica di Franco Trentalance (il divo del momento, nel settore, ndr): fuori dal set è un uomo che legge molto, si esprime con un linguaggio forbito, è elegante...».
Le donne lo fanno meglio?
«Non credo che le donne scrivano meglio degli uomini», dice Beatrix Kramlovsky, presidente in Germania della Sister in Crime, associazione internazionale di 3400 autrici, al mensile italiano Noir. «Però osservano il mondo in modo differente e sono più portate a chiedersi perché e come un evento si sia verificato. L’azione per noi è solo un aspetto della scrittura». Per Elizabeth Jennings e Maria Paola Romeo, ideatrici del Women’s Fiction Festival, «Il giallo èil genere letterario a cui più si accompagna l’impegno morale: la psicologia femminile ama la giustizia e l’ordine. Si può anche ipotizzare che molte donne scrivano gialli per poter discutere di violenza, rabbia e morte senza essere bollate di eccesso di femminismo». Barbara Garlaschelli, invece, non ritiene che le autrici hard-boiled abbiano una marcia in più rispetto agli uomini: «Non sono nemmeno convinta che siano più brave nell’introspezione psicologica: Stephen King, ha creato personaggi femminili di eccezionale profondità. La discriminante è una sola: la differenza tra buona e cattiva letteratura».
La voce dei cadaveri
I morti non parlano? «Macché: sono dei gran chiacchieroni». Parola di Cristina Cattaneo, 42 anni, nata a Casale Monferrato, direttore del laboratorio di antropologia forense dell’Università statale di Milano e autrice di Morti senza nome (Mondadori Strade Blu). In pratica, lei e la sua squadra fanno il lavoro dell’equipe di Csi, in una realtà meno patinata, ma molto più umana. Nel solo capoluogo lombardo ogni anno arrivano all’obitorio 50 cadaveri senza nome, vittime di delitti, tragedie o persone scomparse nel nulla tanto tempo prima. Alla dottoressa Cattaneo, cui si rivolgono giudici e forze dell’ordine, tocca il compito di restituire loro un’identità, «Quanto di più caro abbiamo. E la parte piu’ brutta del mio lavoro è non riuscirci: non poter ridare una persona ai suoi cari». Perché la morte fa tanta audience? «Credo che l’attrazione per il medical thriller, dove la morte è spettacolizzata, violenta, “splatter” confermi la nostra incapacità di accettarla come un fatto normale, che fa parte della vita», sottolinea Cristina Cattaneo. Quali sono gli aspetti meno veritieri di Csi? «È impossibile stabilire con precisione l’ora della morte: ci si avvicina, con molta approssimazione e umiltà. E anche le cause non sono mai così definitive: è difficile diagnosticare con certezza la morte per annegamento o per soffocamento con un cuscino. La verità è che il delitto perfetto esiste».
da «Vera» (ed. Quadratum), Novembre 2006
