Antonio Ricci: Beppe Grillo è qualunquista e fa bene a esserlo

A metà tra la commedia dell’arte e l’arte di arrangiarsi, Striscia la notizia racconta l’Italia nostra dal 1988.

di Mariateresa Truncellito
Quest’anno con «La voce della turbolenza» (ovviamente, intestinale, trattandosi di satira): «Le premesse sono buone», dice Antonio Ricci: «Vallettopoli, lo scandalo del calcio, il re d’Italia, l’affare Telecom: spero che continui così.

Cioè, mi correggo: non lo spero, perché mi piacerebbe vivere in un paese normale, anziché avere materiale per Striscia». Non mancherà, purtroppo. Anche tutto il resto è come al solito: due conduttori, per cominciare l’onnipresente Ezio Greggio e Michelle Hunziker (in coppia per la terza volta), due veline, Melissa Satta e Thais Wiggers (la seconda), il Gabibbo, il Tapiro, gli inviati e le parodie (Dario Ballantini sarà Vittorio Emanuele e Alvaro Vitali Marina Doria).

Visto che c’è poco da dire quando un programma giunge alla diciannovesima edizione senza cambiare una virgola, Antonio Ricci, da sempre molto “schiscio” sui fatti suoi – per sua ammissione sapevamo solo «segno zodiacale cancro, tre figli, vive ad Alassio» – quest’anno regala ai giornalisti una succosa autobiografia. Dalla quale, tra l’altro, apprendiamo che: la sua “prima volta” dai carabinieri fu a 15 anni, per aver aggredito una ronda militare con «un cane biondo tipo Lassie». «La prima di oltre 150 denunce», spiega. «Praticamente occuparmente è diventato un secondo lavoro». Ancora: Ricci porta la barba da quando aveva 18 anni; ha fatto il militare in aeronautica; la sua unica tessera è quella della Cgil Scuola (presa quando era prof di latino); è la voce cantante del Gabibbo, è allergico all’ambrosia ed è amico fraterno di Beppe Grillo da trent’anni.

A proposito: che ne pensa della polemica che ha contrapposto il Grillo parlante che rimpiange il libero pensiero di Oriana Fallaci, ai “fighetti del giornalismo” che per questo gli hanno dato del “qualunquista un po’ fascista”? «Io dò sempre ragione a Grillo: è nel mio Dna», risponde Ricci. «Beppe è un kamikaze: pur di fare polemica sacrifica se stesso». Ma se lo merita l’appellativo di qualunquista? «Certo che sì! Perché lo è: è un qualunquista perché guarda qualsiasi cosa. Oggi che destra e sinistra tendono ad assomigliarsi nei difetti, non avere rispetto nessuno, non sentisti il killer di una cosca, rende Beppe assolutamente libero. E se la provocazione ha scatenato una polemica, significa che ha fatto centro un’altra volta».

Come vede la fine dei reality, annientati dai telefilm? «La fiction è un ultimo porto, una deriva, non una scelta: gli spettatori hanno la sensazione che almeno lì ci sia uno sforzo del pensiero, l’opera di sceneggiatori, costumisti, attori. Del lavoro, insomma. Ciò non vale per altri programmi, che sono ben accetti solo se il gioco dura poco. Ma io la morte dei reality l’ho vista alla nascita: quando ci fu il primo Grande Fratello dissi che un giorno sarebbero arrivati a rinchiudere la gente carcere, in cantina, in ascensore. E quando i reality si sarebbero scontrati tra loro, sarebbe stata la fine». Sul settembre nero di Canale 5, che perde ascolti e viene superato dalla performance si Italia Uno, dice: «Il nemico è sempre in casa, tra i parenti». E non è molto fiducioso su come vengono costruiti i palinsesti a Mediaset: «Potrebbe esserci un accordo con Lottomatica e al mercoledì e sabato le estrazioni con l’aiuto di un bambino... così verrebbero meglio. In compenso, possiamo contare su una straordinaria forza-lavoro: cameramen, addetti alle luci, sarte, trucco e parrrucco. Anche l’ufficio legale è molto forte...» Quanto all’arrivo alla testa di Canale 5 di Massimo Donelli, ex direttore di Sorrisi e Canzoni e genovese come lui, dice: «Ci siamo incontrati solo due volte. Di certo, sa bene cosa succede in televisione. Poi so solo che è un uomo di grandi passioni: credo che sarà uno strenuo difensore della qualità, un Gattuso dell’etere...»

per «Novella Duemila» (Rcs Periodici), 4 ottobre 2006
(citato da Dagospia)