Luc Montagnier: tête à tête con un genio

Mariateresa Truncellito con Luc Montagnier
Il volto umano dello scienziato che per primo ha isolato il Hiv e che ha curato Giovanni Paolo II, premio Nobel per la Medicina 2008

di Mariateresa Truncellito

Freddo, distaccato. Rigoroso. Magari anche un po’ noioso, visto che trascorre gran parte del suo tempo chino su libri, provette e computer, nel chiuso di un laboratorio. Così si immagina un genio, uno che alla scienza dedica la sua vita. Errore: Luc Montagnier, l’immunologo che ha scoperto il virus dell’Aids, fa piazza pulita dei luoghi comuni con un sorriso franco e l’aria di uno che, nonostante le sue ricerche, non disdegna il buon cibo, il piacere della conversazione e le gioie della famiglia. Anche se, in effetti, ci mette un po’ ad aprirsi all’interlocutore. E ciò nonostante la mite temperatura autunnale e il contesto che facilitano la cordialità e un dialogo dai toni informali: Verve incontra lo scienziato a Villa Paradiso, raffinato centro europeo per la remise en forme racchiuso in un parco sulle rive del Lago di Garda. L'equipe scientifica ha appena avviato con Montagnier, in esclusiva per l’Italia, un programma di prevenzione dell’invecchiamento.

Se Montagnier ha parlato spesso e volentieri delle sue ricerche sul cancro, sull’Hiv e sulla prevenzione delle malattie degenerative (fu lui a consigliare a Giovanni Paolo II l’estratto secco di papaia fermentata contro il Parkinson), non ha mai detto nulla di sé. Chi è l’uomo dietro il personaggio? Le riservatezza è dote rara in una celebrità mondiale. «È vero: c’è una barriera tra la mia vita professionale e quella privata», si schermisce. «Eppure molti dei miei colleghi sono gelosi solo perché rilascio interviste sul mio lavoro. La stampa tratta tutti come le star dello show business, ma io sono uno scienziato». Ma uno scienziato è infinitamente più interessante di un vip qualsiasi.... Montagnier finalmente si scioglie in una risata: «E va bene. Mi rendo conto che potrei essere un modello per i giovani che aspirano a diventare ricercatori. Una carriera che dà grandi soddisfazioni. Ma anche un sentiero durissimo: non si scopre niente per caso. Occorre tenacia, lavoro, una buona dose di testardaggine. E molta immaginazione: guai ad attaccarsi ai dogmi. Io sono sempre pronto a rimettere in discussione le mie scoperte. Ho conservato una mentalità da esploratore». La sua ultima sfida? «Comprendere i meccanismi capaci di controllare lo stress ossidativo delle cellule, per prevenire le malattie della vecchiaia e mantenere un alto livello di qualità della vita, a qualsiasi età», risponde il presidente della Fondazione per la ricerca e la prevenzione dell’Aids.

L’esplorazione comincia lontano. Luc Montagnier, 74 anni, alsaziano, non è nato medico: nel 1955 si laureò in Scienze naturali. «Lei mi porta indietro nel tempo», e, di nuovo, scuote la testa ma sorride. «In effetti, ero un bambino molto curioso del mondo e mi sono appassionato alla scienza prestissimo, pensando che potesse darmi risposte. Scelsi la biologia e non la fisica perché... era più facile, c’era meno matematica! Poi, però, ho capito che non sarebbe stato sufficiente per conoscere l’uomo. Ma mi sono laureato anche in medicina e specializzato in oncologia soprattutto per per un’altra ragione: la morte per cancro di mio padre, che mi toccò profondamente».

Parte così, con un dolore privatissimo, quella che lui stesso definisce una carriera da «cacciatore di virus» che culmina, nel 1972, nell’Unità di oncologia virale all’Istituto Pasteur di Parigi. La scoperta del virus Iv risale al 1983. «Sono arrivato all’Aids attraverso le ricerche sui tumori: per anni ho inseguito i virus implicati nella moltiplicazione delle cellule cancerose». Montagnier, in effetti, è il pioniere di una nuova frontiera: epidemie contemporanee, come l’Aids, Ebola o l’aviaria hanno dimostrato tutta la potenza misteriosa e incontrollabile dei virus. Potremmo dire che gli alieni sono tra noi... «Infatti: è ciò che mi affascina, da sempre. I virus sono una manna per i ricercatori, per la loro apparente semplicità. Sono infinitesimali, eppure possono invadere un corpo e modificarlo. E, a loro volta, sono capaci di continue modificazioni che rendono difficilissima la messa a punto di un vaccino. Un potere davvero enorme, che non è stato ancora compreso totalmente. E questo mistero, dopo tanti anni di ricerche, continua a intrigarmi».

Ma qual è stato il momento più felice della sua vita di scienziato? «È difficile rispondere. Molti pensano che fu quando individuai il virus Hiv. Non è così: quella scoperta aprì solo mille altre domande. La mia vera felicità sarebbe trovare una cura per l’Aids o per il cancro. Ma ormai mi sono convinto che l’unica strada possibile è quella della prevenzione, con il nostro stile di vita». Sul momento più infelice, invece, lo scienziato non ha dubbi: «Visitare donne e bambini infettati dalle trasfusioni di sangue, vedere l’innocenza tradita. E poi, anche se i pazienti sono uguali in tutto il mondo, è sconvolgente lavorare negli ospedali africani: i malati non hanno nemmeno la speranza, tanto che per le mosche sono già cadaveri».

Montagnier ha dovuto anche affrontare un’estenuante diatriba durata oltre un decennio: la polemica col medico americano Robert Gallo, che, a sua volta, sosteneva di aver isolato per primo il virus dell’Aids. Nel 1987 un accordo tra il premier francese Chirac e il presidente americano Reagan divise equamente tra i due scienziati la scoperta. Ma nel 1994 una commissione dei National Institutes of Health la attribuì in via definitiva al gruppo di Montagnier. «Non mi sono mai lasciato scoraggiare, anzi: ero combattivo perché pensavo di aver ragione. Più che sul piano scientifico, fu una battaglia giuridica, che non mi ha toccato. Del resto, di fronte a una nuova scoperta lo scetticismo del mondo scientifico è una reazione comune. Un atteggiamento di chiusura che non condivido. Ammetto, però, di essere molto sensibile alle critiche della stampa: mi fa male e mi indigna leggere calunnie sul mio conto, scritte da chi non sa nulla delle mie ricerche».

Montagnier è arrivato dall’Aids alla papaia e alla battaglia contro l’invecchiamento percorrendo la medesima strada. «Il virus Hiv attiva stress ossidativo, cioè un danno delle cellule che contribuisce alla malattia. Le patologie legate all’invecchiamento, come il morbo di Parkinson, hanno in comune con l’Aids lo stress ossidativo e l’indebolimento del sistema immunitario». A questo proposito, gli studi di Montagnier vennero alla ribalta per l’attenzione a Giovanni Paolo II. «Un papa che ha segnato la storia. E che, ne sono convinto, se non avesse dovuto affrontare le conseguenze dell’attentato di cui fu vittima, probabilmente non avrebbe avuto le malattie che lo hanno portato via». Non è stata la sola celebrità che è entrata nelle ricerche di Montagnier: qualche anno fa il suo staff ha studiato la nazionale di calcio dei Mondiali di Corea. «Lo sforzo muscolare intenso ha effetti simili a quelli dei virus: i miei colleghi testarono i campioni di football e scoprirono che soffrivano di stress ossidativo. Tutti, tranne uno: ma il nome proprio non lo faccio!»

Montagnier è ancora al lavoro. Come vive il tempo che passa, qual è il suo elisir di lunga vita? «Io non conosco la parola pensione. Finché c’è, la vita può’ essere solo attiva. Ma oggi mi sento più rilassato, più libero di dedicarmi alla ricerca, visto che non ho più responsabilità amministrative. Mi rendo conto però di essere un privilegiato, perché il mio non è un mestiere, ma una vocazione». Lavoro a parte, Montagnier finalmente confessa altre passioni: «Amo molto la musica: per rilassarmi suono il pianoforte. E poi c’è la mia famiglia, tre figli e un nipotino». Beh, però adesso deve dire anche come si chiama il piccolo... Risponde, anche se riluttante: «Raphael». Scienziato, sì. Ma cuore di nonno.

da «Verve» (ed. Verve International), novembre 2006