Andy Warhol e la lattina egualitaria

Di Mariateresa Truncellito

Immaginate che fra due o tremila anni un archeologo vada alla ricerca di tracce di un'antica civiltà scomparsa. La nostra. Tra i reperti, vista la loro attuale diffusione su scala mondiale, ci sarebbe sicuramente qualche bottiglia (o almeno qualche frammento) di Coca-Cola e qualche lattina di zuppa in scatola.

«Una bevanda e un alimento che sintetizzano un certo modo di vivere e di nutrirsi – veloce, ipercalorico, semplificato, poco costoso e omologato - tipico della civiltà occidentale della fine del secolo Ventesimo», sentenzierebbero gli studiosi.

E se l’artista è un profeta del tempo suo e prossimo venturo, certamente artista è stato Andy Warhol nell’immortalare cibi in scatola e bibite che, al pari di Marlyn Monroe, Elvis Presley, Mao o Liz Taylor, sono simboli e “divinità” (se non altro per il loro stra-ordinario appeal planetario) del Novecento e oltre. Icone della civiltà dell’effimero, della società dei consumi che, vorace e insaziabile, divora rapidamente tutto ciò che produce. Una società che non nega a nessuno il suo quarto d’ora di celebrità. Ma dove esisti solo se sei visibile.

Ma perché proprio quei prodotti e non altri? Perché non un sacchetto di plastica, lo scappamento di un’automobile o lo schermo di un televisore?

L’ambizione massima di Andy Warhol (1928-1987) non era né quella di lanciare messaggi né, tanto meno!, di giudicare il suo tempo. Warhol puntava alla massima circolazione delle sue opere, alla loro diffusione in tutto il mondo. Tanto ampia da renderle (e rendersi) immediatamente riconoscibile ovunque. Proprio come una bottiglia di Coca-Cola, che è la stessa a Denver e a Hong Kong, a Sofia o Johannesburg, un Andy Warhol è un Andy Warhol. E il pittore, non a caso, sceglie di essere non un “maestro” da pezzi unici, ma un “operaio” da catena di montaggio, che produce un’opera via l’altra, senza sosta, in un mega-atelier che chiama, in modo significativo, Factory.

È curioso notare che nella sua modernità assoluta, Andy Warhol ha anche proposto un ritorno al passato. Se infatti dall’impressionismo in poi l’arte è stata moderna nel suo sganciarsi dal reale, del quale non ha più voluto essere specchio fedele per trasformarsi in arte pura, che ha ragione di esistere solo per se stessa, Warhol ha invece sempre dichiarato di desiderare un’arte «registrazione impassibile della realtà».

«La mangiavo abitualmente. Sempre lo stesso pranzo ogni giorno, per vent’anni». E le lattine vuote, poi, diventavano fiori metallici che la madre del piccolo Andy vendeva a pochi centesimi per aiutare il marito, un operaio minerario dei Carpazi emigrato a Pittsburg, Pennsylvania, negli anni Venti. Ma la zuppa Campbell non è “semplicemente” l’infanzia dell’artista. È il vissuto di tutti gli americani. E il merito del pittore consiste nell’attirare nuova attenzione su qualcosa che è così sotto gli occhi di tutti da diventare invisibile.

Chi, prima di Warhol, ha riflettuto su una minestra in scatola? I cento barattoli dipinti in fila, allineati come sullo scaffale del supermercato, fotografano l’America consumista e omologante, usa e getta. Ma non per giudicare, anzi: Warhol vi si identifica pienamente. «Dipingo questi oggetti perché sono le cose che conosco meglio. Non provo a muovere una critica agli Stati Uniti, non cerco di mettere in risalto nessuna bruttura... L’idea dell’America è meravigliosa, perché più una cosa è uguale più è americana... Il consumatore ricco compra essenzialmente le stesse cose del più povero. Anche il presidente beve Coca-Cola, Liz Taylor beve Coca-Cola e anche tu puoi berla. Una Coca è una Coca e nessuna somma di denaro ti può permettere una Coca Cola migliore di quella che beve il barbone all’angolo. Liz Taylor lo sa il presidente lo sa, il barbone lo sa e lo sai anche tu».

È con questa idea che nel 1961 il pittore acquista al supermercato un esemplare di ciascuna delle 32 varianti di minestra Campbell e le dipinge in modo freddo, realistico, al centro di un grande fondo bianco. Trentadue quadri per trentadue lattine, identici, a parte la scritta in etichetta che distingue il gusto della zuppa. Nessuna emozione, nessun sentimento. Solo la presentazione di un oggetto noto, perché parte della sua cultura: esattamente come i personaggi dei cartoons,i divi, i biglietti da un dollaro. Tutte cose da lui stesso definite «molto americane» e consumate da tutti, dal barbone al presidente degli Stati Uniti. E, poi, dall’americano al cinese. Per merito o per colpa di quel neo-colonialismo che il Duemila avrebbe chiamato “globalizzazione”. Andy Warhol ha cominciato a parlarne quarant’anni fa.

da «Goya» (M. Rostagno Ed.), luglio 2006