Karol Woytila: la sua vita per gli altri

di Mariateresa Truncellito

Si riaccendono le luci. Mi guardo intorno e scopro che non sono l’unica giornalista “cuore tenero” nella sala: è appena finita l’anteprima per la stampa di Karol un uomo diventato papa, la fiction che ricostruisce la vita di Giovanni Paolo II, e molti spettatori hanno gli occhi lucidi. Preparatevi: il film, che andrà in onda su Canale 5 il 18 e 19 aprile, in prima serata, regala molti momenti di grande emozione e commozione.

Scritta e diretta da Giacomo Battiato, prodotta da Pietro Valsecchi, la fiction è tratta dal libro «Storia di Karol», di Gian Franco Svidercoschi (edizioni Ancora-Eri). Protagonista l’attore polacco Piotr Adamczyk, 33 anni, intenso e assolutamente convincente. «Quando Valsecchi mi ha proposto un film sul santo padre mi è sembrata un’impresa rischiosa, anzi una vera pazzia», racconta Giacomo Battiato. «Ho resistito a lungo, prima di accettare. Per l’importanza del personaggio, uno dei piu’ grandi del XX secolo, perché è difficilissimo trasformare una vita in un romanzo e lo è ancora di più se si racconta qualcuno che è ancora tra noi». Il regista ammette anche di aver temuto eccessive ingerenze del Vaticano. «Ma mi sbagliavo: il cardinale Roberto Tucci e monsignor Pawel Ptaszink, che hanno collaborato alla realizzazione del film, mi hanno detto più volte: Karol Wojtyla è una persona pubblica, la sua vita è sotto gli occhi di tutti. E non è così presuntuoso da dire a lei, a un autore, come dovrebbe raccontarla. È libero di farlo a modo suo. Insomma: mi sono documentato, ho cominciato a studiare le opere e i discorsi del giovane Wojtyla, i libri su di lui, la storia della Polonia. E mi sono appassionato».

Lo sceneggiato racconta la giovinezza e la formazione del papa, il Wojtyla meno conosciuto: «Come dice il titolo, la storia di un uomo che è diventato Giovanni Paolo II accettando il destino, diventandone protagonista senza volerlo essere», sottolinea il regista. «Mi ha colpito il fatto che una persona con interessi simili ai miei, la letteratura, la poesia, il teatro, a un certo punto affronta l’esperienza del male e del dolore in maniera così forte da volerlo capire e da voler dedicare la sua esistenza a coloro che soffrono».

Il film comincia infatti nel 1939, a Cracovia, alla vigilia dell’occupazione nazista. Karol Wojtyla ha vent’anni, studia filologia e filosofia all’Università, e sogna di diventare scrittore e attore. Durante l’infanzia ha perso la madre e il fratello e di lì a poco perderà anche il padre, a cui è legatissimo. È intellligente, brillante, ma anche bello e sportivo. E le ragazze lo amano: in particolare Hania, che condivide con lui la passione per il teatro. Racconta Giacomo Battiato: «È un personaggio di fantasia. Tuttavia, in Polonia ci sono alcune attrici che si contendono il fatto di essere state la fidanzata del giovane Karol: una di queste è nel mio film. Interpreta l’anziana signora che gestisce la pensione dove vieve Hania. Quando ha visto Piotr è rimasta colpita dalla somiglianza. Ma gli ha scompigliato i capelli perché, ci ha detto, Wojtyla era sempre spettinato, con le scarpe impolverate e assai poco puntuale».

La spensieratezza giovanile dura poco: Karol e il padre, insieme a tanti altri profughi, molte donne e bambini, si dirigono verso est, con l’intenzione di arruolarsi per fermare i nazisti. La marcia viene interrotta da un attacco aereo: è il primo drammatico episodio del dolore che costella il film e che Karol Wojtyla si trova costretto a dover vivere e affrontare. Tornato a Cracovia, il giovane assiste alla chiusura dell’università, alla tragedia del ghetto di Varsavia, alla deportazione degli ebrei, tra i quali ci sono alcuni suoi carissimi amici. Il futuro papa trova lavoro in una cava, come spaccapietre, e si impegna nel teatro clandestino, per tenere viva la cultura e l’identità polacca. Alcuni suoi compagni invece scelgono di sacrificarsi nelle fila della resistenza. Tra orrori, perdite e dolore, il giovane matura la vocazione al sacerdozio, con lo scopo di essere “un uomo per gli altri”, di difendere la dignità di ogni essere umano. Vorrebbe chiudersi in un convento, dedicarsi alla riflessione e alla preghiera. Ma il destino decide diversamente. Nella seconda parte del film, Wojtyla, che diventerà arcivescovo di Cracovia, si confronta col potere comunista in una battaglia disarmata, di idee e di principi, per difendere la libertà religiosa e la dignità del lavoro degli operai.

La somiglianza di Piotr Adamczyk con l’originale colpisce anche noi. Anche se, ci spiega il regista, «Non eravamo interessati a una imitazione, a una copia. Ma a interpretarne lo straordinario percorso di vita, anche interiore, che lo ha fatto diventare il papa che tutti conosciamo». Nonostante ciò, è inevitabile sovrapporre le immagini di Wojtyla giovane, forte e atletico, alle immagini attuali del Pontefice che sta lottando contro la malattia senza preoccuparsi di mostrare la sua sofferenza, ma, anzi, utilizzandola come strumento pastorale, più efficace di mille parole. In realtà il contrasto è solo apparente. Perché l’obiettivo principale del film, oltre a farci capire quanto la storia è stata importante nel condurre Karol Wojtyla a diventare il papa, vuole sottolineare soprattutto la grande coerenza del personaggio: oggi sotto la veste bianca del papa ottantenne c’è ancora quel giovane indomito, umanissimo, sensibile, toccato dal dolore, capace di slanci straordinari, di gesti di generosità e di sforzi senza limiti. «Prima del film non sapevo nulla di Karol Wojtyla», dice Giacomo Battiato. «Oltre alla sua grande libertà mentale, mi ha colpito molto la sua notevole resistenza fisica. Quando aveva la cattedra all’Università di Lublino, pur di non lasciare Cracovia, viaggiava durante la notte, lavorando in auto o in treno: si era fatto costruire una specie di scrivania portatile, con una lampada. E poi la sua totale disponibilità verso tutti, anche la gente semplice: nell’arcivescovado gli appuntamenti erano aboliti, e chiunque, aspettando il suo turno, poteva incontrare Wojtyla, senza il filtro di segretari e burocrati».

L’affabilità, la simpatia, il senso dell’umorismo, che contraddistinguono Giovanni Paolo II e che lo hanno reso un papa amatissimo dai giovani, pervadono tutto il film. Sottolinea il produttore Pietro Valsecchi:«Credo che la fiction sia importante anche per raccontare ai più giovani che cosa è stata la storia negli anni di Wojtyla, cosa significa avere vent’anni durante una terribile guerra, sopravvivere all’occupazione, assistere allo spettacolo del dolore, dei ghetti, delle rivolte soffocate nel sangue. Che cosa significa perdere tanti amici massacrati perché ebrei o impegnati nella resistenza. Una riflessione importante in questo momento, quando c’è un grande bisogno di pace in tutto il mondo». Per l’autenticità del racconto, il film è girato nei luoghi reali, mentre il cast, protagonisti e comparse, e la troupe di tecnici ha coinvolto molti di attori polacchi.

«Sul set c’era un’atmosfera straordinaria», racconta il regista Battiato. «Quando abbiamo girato la scena della deportazione ad Auschwitz migliaia di comparse sono rimaste per una giornata intera sotto la pioggia battente, senza lamentarsi: dicevano di sentirsi orgogliose di raccontare la sofferenza dei loro padri e dei loro nonni, perche’ tutti avevano avuto una persona cara perduta nei campi di sterminio». Nella fiction vedremo però anche alcuni volti noti di casa nostra: Ennio Fantastichini, che interpreta il minatore Novak, Violante Placido, la studentessa Maria, e un intenso Raoul Bova, nella veste talare di don Tomasz Zaleski, un giovane sacerdote molto amico di Karol Wojtyla, che tanto peso ha sulla sua vocazione. Un altro personaggio non reale, che però riassume due figure significative per la vita del giovane: un anziano sacerdote che fu il suo padre spirituale, e un carissimo amico prete che venne fucilato dai Nazisti per il suo aiuto agli ebrei.

La fiction arriva fino al 1978: papa Giovanni Paolo I è morto improvvisamente. Il cardinale Wojtyla parte da Cracovia per il Conclave con una piccola valigia, perché ha molti impegni in sospeso e conta di rientrare dopo pochi giorni. E invece, di nuovo, la Storia decide diversamente. Il film si chiude con le immagini reali di Wojtyla che si affaccia al balcone di San Pietro per la prima volta come Giovanni Paolo II. E con le parole che ne hanno permeato la vita privata e il pontificato: «L’amore mi ha spiegato ogni cosa, l’amore ha risolto tutto per me. Perciò ammiro l’amore, ovunque esso si trovi...»

Intervista a Piotr Adamczyk

Biondo, occhi azzurri e vivaci, alto e magro, dal vivo Piotr Adamczyk appare molto piu’ giovane di come lo vediamo nel film. Il suo trasformismo, nell’interpretare il papa dai venti ai cinquantotto anni. è davvero notevole. Franco e simpatico, a tratti timido, ci racconta le sue emozioni nell’aver interpretato un ruolo tanto impegnativo per un attore giovane e, almeno fuori dalla Polonia, sconosciuto.

Qual è stata la scena piu’ emozionante?
«È molto difficile scegliere. Forse il monologo tomba del padre: ero bagnato fradicio, faceva un freddo terribile, ero commosso e quasi non riuscivo a pronunciare le parole. Ma anche la scena nella cattedrale di Cracovia, mentre indossavo i paramenti autentici di Wojtyla: le comparse avevano le lacrime agli occhi, perché stavamo rivivendo la storia».

Il fatto di interpretare un connazionale, un simbolo per il mondo ma ancora di piu’ per i polacchi, ha aumentato il peso della responsabilità?
«Assolutamente sì. Però essere polacco credo che mi abbia aiutato a comprendere meglio la mentalità di Wojtyla e della gente. Siamo una nazione molto tradizionalista e il patriottismo da noi è ancora assai vivo: credo che sia un fatto raro e insolito, oggi l’attaccamento alla nazione si manifesta solo nei fanatici di calcio!».

Interpretando il ruolo ha scoperto qualcosa di Karol Wojtyla che non si aspettava?
«No (ride). Solo dettagli: tutti sappiamo che il papa ha un gran senso dell’umorismo, che amava lo sport, che è una persona di grande umanità, carisma, forza. Ma ciò che mi ha sorpreso è stato vedere che lui era così sin dall’inizio della sua vita e che non è cambiato quando è diventato il Santo Padre».

Ha mai incontrato il papa?
«Sì. La prima volta quando ero bambino, durante il suo primo viaggio in Polonia. Ero sulla strada, dove passava il corteo, e lui mi ha benedetto: forse era solo la mia immaginazione infantile, ma mi piace pensare che sia andata davvero così. Ricordo che continuava a ripetere la parola "solidarietà", riferendosi alla solidarietà tra i popoli. Ma tutti, persino io che ero piccolo, capivano che parlava anche di Solidarnosc e dell’unione nella lotta contro il regime. Poi l’ho rivisto in Vaticano, nella Sala Pio VI, dove ho recitato le sue poesie: anche quella volta fu davvero dura fronteggiare l’emozione! Infine, l’ho incontrato per la presentazione di questa fiction».

Cosa le ha detto?
(Sorride. E gira lo sguardo: sembra quasi che non voglia rispondere, preferisca tenerlo per sé) «La cosa più importante è stato il modo in cui mi ha guardato. E la sua benedizione».

Dopo essersi così tanto immedesimato nel papa, cosa prova oggi di fronte alle immagini della sua sofferenza?
«Mentre ero sull’aereo per venire a Milano, ho letto su un giornale polacco di quando il papa avrebbe voluto impartire la benedizione Urbi et orbi ma non gli è uscita la voce. Mi è venuto da piangere. Spero che il film dedicato a Karol Wojtyla porti agli spettatori molte emozioni».

da «Confidenze» (Mondadori), 13 aprile 2005