Mai più falsi! Per gli acquisti tarocchi c'è una multa in agguato

di Mariateresa Truncellito

“La Baguette di Fendi, la Louis Vuitton a colori, la Flora di Gucci: tutte le borse 50 euro. O vuoi il portafoglio per tuo marito? 15 euro, è di Calvin Klein. Ci sono anche le cinture, tutte 10 euro, tranne quella di Dolce e Gabbana, che viene 12”. Abel è simpatico, e con un po’ di contrattazione ti lascia la Gucci ultimo modello per 30 euro. La signora con occhio esperto, riparato da lenti scure con la medusa di Versace sulla stanghetta, commenta: “Bella roba, fatta bene”. E l’affare è concluso. La contrattazione con i venditori ambulanti è uno dei passatempi più divertenti della spiaggia. Che, in certi momenti, si trasforma in un suk estemporaneo, dove si può comprare di tutto, dagli accessori alla bigiotteria, dall’abbigliamento alle scarpe. Rigorosamente griffate, ma a bassissimo costo.

Un gioco. Che c’è di male a comprare una borsa o un orologio taroccati? In fondo, si sa che l’originale è un’altra cosa, per qualità e per valore. Nessuno si aspetta che la finta Chanel impunturata con i manici a catena, per quanto ben fatta, abbia tutte le 80 diverse cuciture e imbottiture che ne hanno fatto uno dei must più desiderati del Novecento. O che il foulard che pretende essere di Hermes sia disegnato con 300 passaggi di colore ad acqua come i veri fazzoletti di seta simbolo del lusso assoluto. La copia del pataccaro, però, ne imita la forma, l’estetica: i computer permettono di riprodurre anche i dettagli più piccoli, il risultato è gradevole, l’occhio ingannato, la spesa minima e, almeno un po’ ci si illude di sfoggiare un sogno. E poi, sotto sotto, comprando dall’immigrato senegalese, anziché in boutique, ci sentiamo più buone.

Finora è andata così. Ma le regole sono cambiate e potrebbe venir meno gran parte del divertimento: il recente recente decreto sulla competitività (del 14 marzo 2005 n. 35, convertito nella legge n. 80 del 14 maggio) ha stabilito che è punito con una multa fino a 10 mila euro e il sequestro della merce chi “acquista o accetta a qualsiasi titolo - senza prima averne accertata la legittima provenienza - cose che per la loro qualità, la condizione di chi le offre o il prezzo” facciano pensare che si tratti di beni contraffatti. Detto così, sembra che non solo potremmo pagare una multa se veniamo pizzicate dal vigile mentre stiamo comprando la borsa dal senegalese sotto l’ombrellone. Ma anche se il CD, il portafoglio o il giocattolo evidentemente “taroccato” ci viene regalato dall’amica o dal fidanzato.

Sarà dunque un estate all’insegna della tolleranza zero? I vo’ cumprà spariranno dalle spiagge e dai centri storici delle nostre città? “Le nostre priorità sono altre, non certo perseguitare i consumatori. E da un punto di vista pratico la norma è totalmente inapplicabile”, risponde categoricamente Emiliano Righetti, comandante della Polizia municipale di Riccione. “Almeno per la realtà della riviera romagnola: è impensabile impegnare una squadra di agenti che riesca a cogliere sul fatto il consumatore nel momento esatto in cui passa il denaro al venditore. E, a mio parere, non serve a niente: si reprime un episodio, non il fenomeno. La gente sa di acquistare merce di qualità scadente, fatta chissà dove”. Perciò il Comune di Riccione da anni ha scelto, con successo, di investire in uomini e risorse seguendo una strada diversa: quella della prevenzione del commercio abusivo. Continua Righetti: “Abbiamo un gruppo di 20 agenti che presiedono l’arenile e la città, impedendo agli abusivi di stendere i loro banchi. Continuiamo così anche quest’estate, perché i risultati sono notevoli: credo che i venditori sarebbero molto più contenti se li lasciassimo commerciare, limitandoci a sequestare la merce ad alcuni di loro o multando qualche malcapitato cliente. La prevenzione li ‘danneggià molto di più. Ma forse il legislatore aveva in mente le grandi città, dove gli abusivi frequentano i mercati settimanali”. In effetti, a Firenze hanno scelto diversamente: “Nelle vie del centro ci saranno agenti della polizia annonaria incaricati di cogliere sul fatto l’acquirente”, spiega Graziano Cioni, assessore alla sicurezza e vivibilità urbana. “Chi acquista un prodotto contraffatto deve sapere che dietro a questo mercato c’è lavoro nero, sfruttamento, associazioni a delinquere. Non basta colpire chi vende, cosa che continueremo a fare, dobbiamo intervenire anche sulla domanda di questi prodotti”. Ai turisti saranno distribuiti volantini in più lingue, per informarli sulla nuova sanzione economica. “Anche in Versilia durante l’estate il commercio di beni contraffatti diventa un problema notevole”, conferma Roberto Buratti, comandante della Polizia Municipale di Pietrasanta. “Spero che la multa, più che essere una punizione, funzioni come deterrente: è impossibile contenere il fenomeno solo con l’operato delle forze di polizia. Che, spesso, è ostacolato proprio dai bagnanti: durante i sequestri, capita che la gente li avverta del nostro arrivo, prenda le difese dei venditori e ci faccia passare dalla parte dei ‘cattivi’. Il nostro è un compito ingrato: capiamo la situazione degli immigrati, ma il nostro dovere è far rispettare la legge”. Continua Buratti:“La norma però rimane un po’ troppo generica. La multa è davvero ingente, anche applicandola al minimo cioè un terzo del massimo (quindi circa 3,300 euro). E non è cosi scontato che chi acquista un accessorio da un venditore ambulante sia tenuto a conoscere che si tratta senza dubbio di un falso”. A ogni buon conto, i venditori ambulanti si sono già attrezzati: con un catalogo. “Non girano più con la merce in spalla, ma passeggiano come semplici turisti, portando con sé solo foto degli articoli”, spiega il comandante Buratti. Così, una volta combinata, la vendita vera e propria può avvenire in luogo più appartato della spiaggia. “E per noi è sempre più difficile intervenire senza la collaborazione dei cittadini”. Insomma: quello dei falsi è un commercio in rapida e continua evoluzione. Più rapida delle leggi stesse che dovrebbero frenarlo.

“Non credo che i venditori abusivi spariranno. Almeno, non per il momento”: lo conferma anche Silvio Paschi, segretario generale di Indicam, l’Istituto di Centromarca per la lotta alla contraffazione che riunisce oltre 170 aziende (tra le altre, Prada, Dolce & Gabbana, Chanel, Armani, Gucci, Lacoste, Tod’s). “Il fenomeno della contraffazione è enorme: in un decennio è cresciuto del 1.700 per cento nel mondo. E la quota di vendite di merci contraffatte va dal 7 al 9 per cento, pari a oltre 450 miliardi di dollari. Il 70 per cento proviene dal Sud-Est asiatico: la Cina è al primo posto, seguita da Corea e Taiwan. Il resto, dal bacino mediterraneo: i paesi leader sono l’Italia, con un giro d’affari tra i 4 e i 7 miliardi, soprattutto nel campo della moda, la Spagna, la Turchia e il Marocco. In Europa, l’Italia è anche il primo consumatore di merci contraffatte”. Un commercio che non si limita all’acquisto consapevole. Continua Paschi. “Anzi: i consumatori molto più spesso comprano merce contraffatta senza saperlo, pagandola poco meno dell’originale in normali negozi, che, magari, sono autorizzati a vendere anche i prodotti della griffe stessa”. Una truffa, insomma. Altro esempio, pericoloso anche per la sicurezza: la bancarella del mercato con cosmetici e prodotti per l’igiene, molto più convenienti del supermercato, in confezioni identiche alle originali ma annacquati o differenti nella formulazione.

Ma quando il consumatore sa di comprare un portafoglio falso, secondo le grandi griffe è giusto che venga punito. Spiega Paschi. “L’Indicam da anni sostiene la necessità di una sanzione economica. L’informazione c’è, anche se spesso è confusa: la difesa dalla contraffazione non equivale alla difesa del made in Italy”. È giusto che il consumatore sappia che CE non significa Comunità Europea, ma China Economy, e conosca la reale provenienza del forno a microonde che sta comprando al centro commerciale. “Ma quello dell’origine è un altro problema”, sottolinea Paschi. “Comprare merci false significa invece partecipare a una catena criminale. Che spesso comincia nel nostro paese: proprio di recente il procuratore Vigna ha sottolineato i legami tra contraffazione e camorra”.

“Responsabilizzare il consumatore è un principio importante”, ribadisce Daniela Manini, presidente del Centro studi anticontraffazione di Milano. “Negli anni Ottanta sembrava un fenomeno limitato, un problema che riguardava due o tre griffe del super-lusso. E perciò venne sottovalutato. Oggi di contraffazione muore la piccola e media industria italiana, perché per essere unici, inimitabili, occorre l’idea, l’innovazione. Che però è molto costosa, da produrre e da proteggere”. Un’indagine del Centro studi anticontraffazione conferma che la prima motivazione che spinge ad acquistare prodotti falsi è il divertimento, il gioco. Ma c’è anche la solidarietà verso gli immigrati clandestini. Sottolinea Mainini: “Tempo fa, alla Fiera di Senigallia di Milano la gente picchiò i poliziotti che cercavano di sequestrare merce contraffatta da venditori abusivi. È vero, sul momento gli si dà una mano. Ma non ci si rende conto che sono l’ultimo livello di un’organizzazione criminale che approfitta della loro debolezza. A monte c’è lavoro nero, sfruttamento indiscriminato dei lavoratori, anche minori, senza alcuna garanzia sindacale o tutela sanitaria”. Continua Mainini: “Molta merce contraffatta ritrovata recentemente dalla Guardia di finanza a Milano, era stoccata negli stessi capannoni utilizzati per il contrabbando di tabacchi e di stupefacenti: le tecniche e i metodi sono gli stessi, ma la criminalità ha diversificato le attività, puntando su un genere molto più redditizio. Senza contare alcuni sequestri effettuati nell’ambito dell’Unione europea nel campo della pirateria audiovisiva hanno mostrato che con tali commerci si finanziano anche organizzazione terroristiche legate ad AlQaeda” .

Ti copiano? Sei arrivato. Vuoi non farti copiare? Sii unico davvero: gli stilisti emergenti hanno le idee molto chiare sull’argomento. Diverse da quelle delle grandi griffe. “I miei abiti sono destinati ai pochi che cercano qualcosa di diverso. Non credo che qualcuno possa guadagnarci granché copiandoli”, dice Teho Yoon, coreano: oltre a lavorare per grandi marchi come Prada, ha creato una sua linea moda, Teo Erre, ricercata e particolare, per uso di materiali, finiture, tagli e pizzi fatti a mano. “Se capita? Mi lascia indifferente, perché sono già pronto a proporre qualcosa di nuovo. Non mi impressiona chi cerca solo le griffe o le imitazioni: ognuno segue la moda a modo suo. Piuttosto, invidio la semplicità di chi si sente bene con un capo o un accessorio contraffatto: è una felicità che costa poco, alla portata di tutti. Perché impedirla?” Non è d’accordo sulla legge che colpisce i consumatori neanche Flavio Mancuso, stilista di Talon Rouge: sandali e scarpine romantiche, con decori rococò, nastri, bagliori e pizzi che sembrano usciti da un quadro del Settecento. Rigorosamente made in Tuscany. “Chi compra la borsa taroccata finisce solo per fare ulteriore pubblicità alla nota griffe. Mi scandalizza di più che marchi notissimi producano la loro moda in Cina e poi la vendano come made in Italy. Questa sì che è vera contraffazione, per di più proprio ai danni del consumatore. E che succederà quando tutta la manodopera italiana, quella delle piccole aziende e degli artigiani, non avrà più lavoro?” Cosa si prova a essere copiati? “In questa stagione una griffe italiana arcinota ha messo nelle sue vetrine un mio stivale, di qualche anno fa. Lì per lì mi ha fatto un po’ effetto. Poi mi è scappato da ridere: ma come, con tutti i mezzi che hanno, devono andare a ripescare idee altrui, per di più vecchie! Penso che i grandi stilisti nemmeno lo sappiano, probabilmente sono i loro collaboratori. Ma succede anche con marchi più commerciali, che, oltre a usare materiali scadenti, imitano le mie scarpe in modo più grossolano: per esempio, un dettaglio ricamato diventa un disegno”. Secondo Flavio Mancuso la gente desidera la griffe, anche falsa, per un bisogno di sicurezza: “Prezzi a parte, il valore aggiunto della griffe è l’assoluta esclusività: come la borsa Louis Vuitton di coccodrillo pezzo unico per Jennifer Lopez. Comprare una versione ‘taroccatà ci permette di impadronirci almeno del riflesso della diva americana. Io non vedo tutta questa differenza tra accessorio vero e falso: chi li acquista compra un sogno. Più o meno a buon mercato”. È polemico sulla legge anche Giuseppe Bodrito, creativo di Job home collection, biancheria e accessori per la casa: tra le sue idee più originali, le tovagliette Lattice Vento, sottopiatti da esterno con particolari tagli nei quali inserire posate e bicchieri di plastica evitando che il vento li porti via. “Se la prendono con chi acquista una borsa, mentre depenalizzano il falso in bilancio…”. Ma il commercio di merce contraffatta alimenta la criminalità e lo sfruttamento del lavoro nero. “Molti marchi famosi producono in paesi in via di sviluppo dove le regole non sono certo quelle europee. E, più in generale, in Italia si calcola che il lavoro sommerso arrivi al 20 per cento del prodotto nazionale”. Ma che effetto fa scoprire che una tua idea è stata rubata? “Rabbia, certo: a una fiera del tessile a Parigi ho visto un set all’americana copiato pari pari da un grosso marchio. Purtroppo non sono abbastanza ricco per brevettare tutti gli oggetti che creo. D’altra parte, scoprire che una tua idea è piaciuta a un colossoè anche un grosso riconoscimento. Se le aziende fossero un po’ più lungimiranti, però, dovrebbero almeno contattarmi per una consulenza”.


Perché ci piace tanto?

Ma, gioco della contrattazione a parte, perché il falso piace tanto? Oggi che si falsifica di tutto, compresi giocattoli, detersivi, alimenti beni di pochissimo valore, non basta più la giustificazione del prezzo elevato. “Il ‘vorrei, ma non possò è solo una delle ragioni”, risponde Andrea Pitasi, esperto in comunicazione strategica e docente di sociologia giuridica e devianza all’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti. “Per il lusso, la versione ‘pataccà ha il vantaggio di poter essere usata, consumata e gettata senza ansie. Costa poco e può essere riacquistata. E ci fa sentire più liberi e più tranquilli anche sul piano della sicurezza”. Il Rolex fasullo o la maglietta finto Lacoste sono sufficientemente belli per farci notare, sono alla moda, ma a nessuno verrebbe in mente di rubarceli. Continua Pitasi: “C’è un paradosso. Nel sentire comune, gli immigrati clandestini che vendono la merce contraffatta sono gli stessi che potrebbero scipparci. Inconsciamente, acquistando la borsetta falsa paghiamo un obolo alla sicurezza sociale: se il marocchino può guadagnarsi da vivere vendendo accessori di moda, non ha bisogno di commettere atti criminali che ci sembrano più gravi, come i furti o lo spaccio di droga. In un’epoca di contestazioni sociali e di rivolte No global, a ciò si collega anche l’idea di colpire le multinazionali e dar vita, nel nostro piccolo, a un di commercio equo e solidale. Certo: un’idea ingenua e grottesca, visto che spesso dietro a questi ‘dettaglianti’ stranieri si celano le multinazionali del crimine organizzato”. Invece, più che la necessità di risparmiare, secondo Pitasi è la “bulimia dei consumi” quella che ci spinge ad acquistare prodotti fasulli da pochi euro: “Se lo yo-yo autentico costa 10 euro e quello falso ne costa solo 4, me ne posso comprare due. O magari tre, finendo per spenderne 12 di euro: ho più cose ed espando il mio dominio sul mondo. In fondo, il risultato finale è sempre lo stesso: la gratificazione di sé. Perché si sfoggia un capo griffato ed esclusivo, inaccessibile alla massa. O perché si acquista un oggetto contraffatto considerato un buon affare e ci sente furbi”.


Non solo lusso

L’industria della patacca non risparmia niente: dai detersivi agli utensili, dagli elettrodomestici al software, dalle playstation alle tessere per la pay-tv, dai pezzi di ricambio delle auto alle varietà di rose. Grazie a Internet, sono falsificati dischi e film, addirittura prima che gli originali vadano in commercio, e i libri, dai successi di Oriana Fallaci alla saga di Harry Potter. E poi c’è la grande frontiera dei farmaci: fino a qualche anno fa il problema riguardava soprattutto i Paesi in via di sviluppo. Oggi, invece, soprattutto grazie alla possibilità di acquistare farmaci on-line c’è un commercio sempre più fiorente anche nell’Unione Europea: si evita l’obbligo della ricetta (il farmaco più contraffatto è il Viagra) e il medicinale può costare anche l’80 per cento in meno che in farmacia. Salvo poi non contenere il principio attivo. Le contraffazioni si sprecano a tavola: dal Toblerone al Chivas Regal made in Turchia, dal “Parmesan” venduto in Germania e in Francia al Reggianito argentino. Non si contano le imitazioni di vini: dal Barbera wine americano al Soave in Australia, dal Moscato d’Asti in Canada al Brunello di Montalcino in Brasile.

da «Vera Magazine» (Quadratum), agosto 2005