Giulio Scarpati - Eh, sì, sono proprio un bravo ragazzo

di Mariateresa Truncellito

Gentile, garbato, puntualissimo. Molto simpatico. E carino: Giulio Scarpati, 49 anni e l’aria da ragazzino, è proprio come te lo immagini. Non fa la star, non si atteggia a divo e risponde con una risata anche alle domande scomode: quelle su Lele, “il medico in famiglia” che vorrebbe tanto lasciarsi alle spalle. E quelle sulla sua vita privata, della quale è gelosissimo. Ma per le lettrici di «Confidenze» ha accettato di lasciarsi andare a qualche... confidenza, divertendosi molto.

Finalmente, dopo i successi di Aggiungi un posto a tavola in teatro, torna nelle nostre case attraverso la tv, con un nuovo personaggio pronto a entrare nel cuore delle fans: da domenica 24 aprile, per sei settimane su RaiUno, Giulio Scarpati è Giovanni Bentivoglio, un commissario di polizia alla guida di una piccola squadra di agenti della provincia toscana. Alle prese con gialli intricati, misteri, indagini delicate e pericolose, è però un poliziotto molto particolare: un quarantenne un po’ scombinato e ipocondriaco, un single impenitente che vive con la mamma appassionata di libri gialli (Valeria Valeri), un nipotino intraprendente (Matteo Mecacci) e un ex cane poliziotto. Nonna, zio e nipote si ritrovano insieme dopo che un brutto incidente ha portato via i genitori del bambino. E in ogni episodio, un nuovo misterioso delitto sarà risolto col contributo di tutti i protagonisti. La serie, intitolata «Una famiglia in giallo» è scritta e diretta da Alberto Simone. Accanto a Scarpati c’è Milena Miconi, un vice questore che porterà un po’ di scompiglio nel cuore del commissario.

Giulio, perdonami, ma comincio con la domanda più antipatica, così ce la togliamo subito di torno...
«(ride) E quale sarebbe?»

Il fantasma di Lele, il medico in famiglia più amato dagli italiani, ti perseguita. Tu da quella fiction sei un po’ fuggito, cercando ruoli molto diversi. Ma allora perché hai accettato di nuovo di lavorare in un serial tv, e un personaggio ugualmente nazional-popolare?
«Ehm ehm (tossicchia e si schiarisce la voce). Spero che lo sia davvero! Perché io ci voglio stare nel cuore degli italiani, assolutamente! E mi piacerebbe che il commissario Giovanni Bentivoglio riuscisse a farsi amare quanto il dottor Lele Martini. Anche perché questa serie è molto curata, di ottima qualità, e spero sinceramente che faccia passare delle piacevoli serate agli spettatori. Nel frattempo, però ho voluto cambiare, provare altri personaggi. Ho alternato generi diversi, anche in teatro: dalla commedia musicale di Aggiungi un posto a tavola all’Idiota di Dostojevski, mentre in tv, due anni fa ho fatto il thriller L’ultima pallottola, adesso il giallo-commedia Una famiglia in giallo e a giugno comincerò un nuovo progetto, a cui tengo molto: la storia di monsignor Di Liegro, il fondatore della Caritas, scritta da Fabrizia Bettelli e da mia moglie Nora Venturini, regista teatrale e sceneggiatrice. La regia sarà di Alessandro Di Robilant, col quale ho già fatto Il giudice ragazzino, il film che mi ha dato di più dal punto di vista professionale e umano».

Il tuo commissario è un moderno Peter Pan: a 40 anni suonati vive ancora con la mamma, non vuole impegnarsi con una donna, ha un rapporto quasi alla pari col nipotino e non ha neanche fatto una grande carriera sul lavoro. Tu invece hai cominciato giovanissimo col teatro, ti sei sposato molto presto e hai due figli già grandi: come ti sei trovato nei suoi panni?
«Molto bene. Diciamo la verità: un attore resta sempre un bambino. Faccio un lavoro divertente, creativo, che dà tante soddisfazioni e che mi permette di continuare a giocare. Anch’io sono un Peter Pan a vita».

Il protagonista della fiction è un malato immaginario, che somatizza la tensione causata da un nuovo delitto: una volta ha la gastrite, un’altra la cervicale, un’altra l’aritmia. Non male per un ex-medico...
«Lo ammetto: l’ipocondria è uno degli aspetti più divertenti del personaggio. Ma è anche un modo per raccontarne la fragilità: insomma, non è il solito commissario senza macchia e senza paura ma un uomo vero, consapevole dei suoi limiti. Che, spesso, dice al collega che si prende troppo sul serio “Evitiamo di fare Starsky e Hutch”».

I gialli sono ambientati in una cittadina della Maremma toscana. Tu vivi a Roma: ti piacerebbe abitare in provincia o non lasceresti mai la capitale?
«Abbiamo girato a Orbetello, per due mesi, ed è stato molto piacevole. È un’altra delle grandi fortune dell’attore: oltre a poter essere una volta un medico, un’altra un commissario, un’altra ancora un maestro, posso abitare ogni volta in un luogo diverso e sperimentare differenti ritmi di vita. Così quando torno a Roma ci sto meglio».

I tuoi personaggi, il commissario Bentivoglio, ma anche il dottor Lele Martini, devono conciliare le complicate esigenze della famiglia con quelle di una professione impegnativa. E tu come attore, spesso lontano da casa, come ci riesci?
«In realtà è assai meno difficile che per altri mestieri. Nel mio lavoro ci sono lunghi momenti di pausa, con tanto tempo libero: da questo punto di vista mi sento un privilegiato».

Oltre a fare l’attore, tu insegni in una scuola di recitazione. Pensi che oggi per un giovane che vuole fare il tuo mestiere sia più facile, visto che chiunque riesce ad andare in tv?
«Credo che oggi sia più difficile: quando ho cominciato io, il teatro viveva una stagione di maggiore floridezza. C’erano tanti gruppi che facevano spettacoli e riuscivano a vivere, c’erano più opportunità. Anche per quanto riguarda il cinema italiano la situazione non è molto rosea. In tv, dipende: le fiction sono esplose, offrendo più occasioni, ma negli ultimi due anni è diminuito anche il numero di queste produzioni. Certo: se uno cerca semplicemente di andare in video, allora è facilissimo. Basta che racconti i fatti suoi...»

Appunto. Perché invece tu sei così restio a parlare della vita privata?
«Fuori dalla tv, dal cinema e dal teatro, sento il bisogno di avere una vita il più possibile normale, facendo le cose che fanno tutti: vado a fare la spesa, sto con i miei figli, affronto gli obblighi di un qualsiasi padre».

I tuoi figli, Edoardo, di 16 anni, e Lucia, di 9, come vivono l’enorme popolarità che ti ha dato la televisione?
«Quando sono nati io ero già un attore, di cinema e di teatro. Non così popolare, certo, ma comunque impegnato in una professione pubblica. Per altro, ho sempre voluto tenerli al riparo dai riflettori, cercando di far capire ai giornalisti che sono solo io ad aver scelto di fare l’attore, non loro. Perciò è giusto che soltanto io sia esposto, fotografato, intervistato. Perché i ragazzi dovrebbero essere coinvolti?»

Non è un atteggiamento molto comune nel mondo dello spettacolo. Non pensi che possa danneggiarti?
«No, anzi. Un conto è la sfera fantasiosa e immaginaria della mia professione, un conto sono le responsabilità che ha un genitore. L’invadenza, l’eccessiva curiosità, nuocciono agli equilibri personali e familiari. Quello dello spettacolo è un mondo che macina tutto: io cerco di tenermene fuori il più possibile, per non esserne travolto. E per lo stesso motivo mi sforzo di preservare la tranquillità della mia famiglia. Non mi piace che tutto venga messo in piazza, anche i sentimenti più intimi. Ecco, alle lettrici di “Confidenze” voglio fare questa confidenza: penso che gli affetti devono restare privati per non svilirsi, per conservare il loro valore più profondo. Credo che tutti qualche volta pensiamo che la felicità o una bella cosa che ci sta succedendo sia meglio tenerle nascoste, anziché esibirle. Perché temiamo di perderle».

Torniamo alla fiction: il commissario Bentivoglio piace molto alle donne, che spesso tentano di sedurlo, per il suo fisico giovanile e la sua faccia che ispira fiducia e sicurezza. Questo vale anche per te: ma nel tuo lavoro, l’aspetto fisico da bravo ragazzo ti è stato più d’aiuto o più d’impaccio?
«D’impaccio non credo. Non mi sento un sex symbol, per carità! Credo di avere un aspetto piacevole, e comunque l’accettazione di sé, limiti compresi, è fondamentale per un attore. Il mio fisico e la mia faccia mi hanno favorito nell’interpretare personaggi che corrispondono al mio tipo. Certo, il gladiatore non riuscirò mai a farlo, anche se mi piacerebbe molto...»

E invece un bel ruolo da cattivo non ti piacerebbe?
«Altroché. Mi è capitato solo una volta, in un cortometraggio, dove ammazzavo la mia compagna e la mettevo in un sacco. Ma non dispero: credo che possa esserci un’altra occasione, magari quando un regista avrà bisogno di un personaggio rassicurante in apparenza ma perfido nell’animo».

Tu hai lavorato con tutte le più belle attrici italiane: Monica Bellucci, Claudia Pandolfi, Anna Valle, Sabrina Ferilli, Stefania Rocca, Nancy Brilli... Un elenco interminabile. Ora tocca a Milena Miconi. Ma da 24 anni stai con la stessa donna, la regista teatrale Nora Venturini. Possibile che non hai mai avuto una tentazione?
«Figurati, tutte le volte, e con tutte le partner che ho avuto! Però rimangono tentazioni, perché si vede che nel paragone vince sempre mia moglie. Scherzi a parte: nel mio lavoro è facilissimo frequentare donne considerate irraggiungibili. Ammetto che mi fa un gran piacere essere invidiato dagli uomini: c’è chi sospira e singhiozza, chiedendomi come è stato lavorare con la Bellucci. Eh, che volete: queste sono le vere fatiche del mestiere di attore!».

da «Confidenze» (Mondadori), 25 maggio 2005