Claudio Amendola: Faccio lo spaccone ma sono un tenero

di Mariateresa Truncellito

Altro che bullo romano, altro che macho rude e scostante: da vicino (vicino vicino, visto che ho la fortuna di stargli seduta di fianco) Claudio Amendola, 42 anni, è un ragazzo carinissimo, gentile, con un sorriso dolce, a tratti addirittura timido. Ha i capelli corti, come nell’ultimo spot del cellulare con le sue figlie e il dj Linus, e appare molto più giovane che sullo schermo. E anche se la sua addetta stampa, prima dell’intervista, mi ha sibilato minacciosa “Nessuna domanda personale, non risponde”, lui è invece molto disponibile, simpatico e divertente, soprattutto quando fa un po’ lo spaccone e si lascia andare alla parlata romanesca. L’unica cosa che mi intimorisce un po’ sono i tatuaggi: Claudio indossa una t-shirt che lascia scoperti i bicipiti (e che bicipiti!), valorizzati da disegni vecchia maniera, da marinaio. Niente misteriosi simboli esoterici, ideogrammi giapponesi o slogan new-age, ma una donnina nuda e il Colosseo con un centurione e la sigla latina SPQR, quella che identifica la città di Roma. Tanto per chiarire quali cose porta nel cuore.

Se di persona spiazza, sullo schermo non ci tiene proprio a smentire la sua fama di coatto. Anzi ne fa fierissimo: al punto che dopo aver vestito i panni di una serie di poliziotti dai modi spicci, di malavitosi balordi, di rozzi borgatari, di tifosi violenti, di duri soldati, di terroristi e di politici maneggioni, di recente si è calato nel personaggio cinematografico italiano che più trash non si può: Er Monnezza. In senso letterale, visto che “trash” in inglese significa proprio spazzatura. Divertendosi un mondo: nel film Il ritorno del Monnezza, di Carlo e Enrico Vanzina, Claudio-Rocky Giraldi è il figlio del mitico poliziotto degli anni Settanta Nico. Come il padre, è un agente in borghese dei reparti operativi di Polizia, e come il padre fa sempre di testa sua, usando con i delinquenti metodi ruspanti e politicamente scorretti, ma molto efficaci. Per tutto il film sfoggia improbabili riccioli fino alle spalle, zucchetto all’uncinetto, informe tuta blu e occhi bistrati di kajal. E si esprime in un linguaggio romanesco colorito e greve. Eppure, anche così trucido, Claudio riesce a essere sexy e irresistibile.

Sembra che il personaggio ti calzi a pennello...

“Altroché. Anzi: era il mio sogno. Er Monnezza è un po’ un simbolo della romanità, come Meo Patacca o Rugantino, ed era un mio idolo cinematografico quando ero ragazzino. E gli sono legato anche per una ragione intima e sentimentale: era mio padre Ferruccio Amendola (scomparso nel 2001, ndr) a doppiare Tomas Milian. Perciò immaginati l’emozione, i primi giorni sul set: il groppo in gola è stato la cosa più difficile da superare. Quanti ricordi... I miei compagni di scuola impazzivano quando gli chiedevo di rifarci le battute: papà se la prendeva un po’, perché avrebbe preferito che vedessimo anche i film in cui lui doppiava Al Pacino o De Niro...E poi le avventure del Monnezza erano scritte da Bruno Corbucci con mio zio Mario Amendola: insomma Er Monnezza è uno di famiglia”.

Tu hai cominciato proprio con la commedia all’italiana, con Vacanze di Natale, dei fratelli Vanzina. Poi però sei passato ad autori impegnati e a ruoli drammatici, con registi “seri” come Risi, Tognazzi, Virzi’, Wilma Labate. Voglia di evasione?

“Ma sì, un po’ avevo bisogno di divertirmi. Ma soprattutto mi sono stufato di fare film che non riescono nemmeno a uscire nelle sale: negli ultimi tre anni ne ho fatti ben quattro, che il pubblico probabilmente non vedrà mai perché sono stati tagliati i fondi della distribuzione. Sono stanco di vedere come milioni di soldi pubblici - perché queste pellicole avevano avuto finanziamenti dallo Stato - finiscono nella spazzatura: non voglio più partecipare a queste operazioni immorali. Finché le cose in Italia stanno così, preferisco lavorare per i fratelli Vanzina”.

Negli anni Settanta i film del Monnezza e la commedia all’italiana in genere, così popolare, erano considerati molto scadenti. Ma oggi, riproposti in Dvd, hanno un successo enorme, soprattutto fra i giovanissimi che li considerano oggetti di culto.

“Eh già. Pure le mie figlie, che ovviamente non vedevano l’ora di vedere come me l’ero cavata al posto di Tomas Milian. Si sono divertite moltissimo: al cinema, in mezzo al pubblico, perché io non le mando alle prime riservate ai vip. Voglio che vadano a paga’ i bijetti come tutti, mi pare giusto...Per il resto, a parte il fatto che negli anni Settanta quelle pellicole hanno tenuto vivo il cinema italiano facendo lavorare un sacco di gente, il Monnezza era un Robin Hood dei poveri: sempre dalla parte degli umili, dei deboli, combattendo i criminali veri e dimostrando indulgenza verso quelli da strapazzo. Mi è piaciuto difendere i marocchini che vendono le borse finte e prendermela con la bionda snob che parcheggia senza permesso nel posto riservato agli handicappati. Una maschera popolare e attualissima”.

Quello che una volta era chiamato cinema “di serie B” oggi è stato rivalutato anche dai critici. Ma secondo te il merito è più del regista di Hollywood Quentin Tarantino e del suo Kill Bill o di trasmissioni televisive come Il Grande Fratello?

“(ride sonoramente) Vuoi dire che il peggio non muore mai? Forse, non so. Io credo che i ‘poliziotteschi’ anni Settanta non fossero poi così male: trame molto semplici, il buono, il cattivo, la scazzottata, per carità nessun capolavoro, ma prodotti dignitosi. Anche perché i protagonisti erano Tomas Milian, Luc Merenda, Franco Nero, Fabio Testi, Maurizio Merli: signori attori, magari oggi ce ne fossero! Se proprio vogliamo parlare di trash, sono d’accordo con te: la tv ci propina spettacoli veramente imbarazzanti, orrende messinscene che vengono spacciate come reality. Ma anche certe cose che arrivano dall’America... Ma lo hai visto Troy? Una noia mortale, co’ du’ attori teribbili!!”

Invece di te Tomas Milian ha detto: “Claudio è un grande attore, di quelli che adoro. È verace, senza vizi accademici”.

“Un complimento bellissimo, perché viene da un’icona: lungi da me il pensare a un confronto con lui, al massimo posso pareggiare. Il mio Monnezza è solo un omaggio al suo, pieno di rispetto filiale”.

A proposito di figlie: le tue, Alessia di 21 anni e Giulia, di 15, per ora le vediamo con te nello spot di un telefonino. E al cinema? Anche loro vogliono lavorare nello spettacolo?

“Al cinema le vedrete quando ci saranno dei ruoli che loro vorranno sostenere e se supereranno i provini: in ogni caso, se lo dovranno sudare. Comunque sì, entrambe vorrebbero fare il mio mestiere, anzi la grande ormai già lo fa quasi a tempo pieno. La piccola è liceo e adesso pensa a studiare. Vedremo”.

Sembrano più determinate di te, che al cinema sei arrivato quasi per caso, nonostante anche tua madre, Rita Savagnone, facesse la doppiatrice.

“È vero. Anch’io andavo al liceo, ma per modo di dire. A 15 anni ho lasciato la scuola e mio padre mi ha obbligato a trovare un lavoro. Mi sono messo a fare il muratore, ma non c’ero tagliato. Poi ho lavorato come commesso, quindi come assistente al montaggio. Finché, a 18 anni, proprio mia madre mi ha mandato a fare il provino per il ruolo di un pugile romano. E ho avuto la parte nello sceneggiato Storia d’amore e d’amicizia”.

Fin da allora tu sei considerato un sex symbol: anzi il Daily Express ti ha definito “l’ultimo sex symbol che non ha bisogno di parole per attirare l’attenzione delle donne”. Questi panni invece come ti vanno?

“Ma no... (fa una smorfia e si schermisce. Poi, però, ci ripensa e riprende il controllo della situazione). Come mi stanno? Ma mi stanno comodissimi, figurati. Che devo dire? Ah che noia, che fastidio, che brutto piacere alle donne... (ride di gusto). Va bene, mi fa un po’ ridere, non so se crederci fino in fondo. Comunque tutto ciò fa un gran bene alla mia vanità, soprattutto perché non penso di essere considerato un sex symbol per la mia bellezza, ma per la mia fisicità. E questo è molto più virile che essere semplicemente un bellone”.

Parlando di belloni, mi viene in mente lo spot del cellulare con le tue figlie adoranti verso Sergio Muniz e tu che fai il geloso. Ma nella realtà lo sei?

“Nooooo.... Cioè, sì! Sono geloso da morire! Insomma... Dipende cosa intendi per gelosia: non sono geloso della loro vita, dei loro ragazzi. Solo vorrei che fossero felici: a tutte e due auguro di trovare uomini che le sappiano amare e che le rispettino. E che, soprattutto, siano capaci di farsi amare da loro”.

C’è invece qualcosa che ti fa davvero paura, come padre? Magari la droga, un tema toccato anche in Il ritorno del Monnezza.

“Sinceramente mi spaventa di più il pensiero di un incidente in macchina all’uscita dalla discoteca. La droga non mi fa paura perché, appena l’ho ritenuto giusto, ho cominciato a parlarne apertamente con i miei figli. E lo stesso ho fatto per quanto riguarda il sesso e tutti i possibili pericoli che i ragazzi incontrano. Senza demonizzazioni, ma solo cercando di spiegare come stanno le cose. Cosi, sia Alessia che Giulia quando hanno voluto provare a fumare uno spinello prima me lo hanno detto. Sono tranquillo, perché sanno a che cosa vanno incontro’.

Alessia è nata quando tu avevi 20 anni e la tua ex moglie, Marina Grande, 18. Hai mai pensato alla possibilità di diventare nonno adesso?

“Certo: sarei uno dei nonni più giovani d’Italia e si parlerebbe molto di me! (ride) Egoisticamente, sarei davvero molto, molto felice. Mi dispiacerebbe solo un po’ per mia figlia, perché dovrebbe rinunciare a tante opportunità, soprattutto per la sua carriera di attrice”.

Per il momento ti godi il ruolo di papà: soprattutto con Rocco, 6 anni, nato dal tuo amore con Francesca Neri. Voi due siete insieme dal 1997 e fate una delle coppie più ammirate del mondo dello spettacolo. Ma è vero che il piccolino ti chiede spesso di sposare la mamma?

“Dipende: spesso dice che lui è fidanzato con la mamma! Comunque sì, a Rocco piacerebbe che io e Francesca ci sposassimo. Ma anche a noi, a dire la verità, piacerebbe molto. Solo che non ci sembra mai il momento giusto, c’è sempre un impegno di lavoro di mezzo, mio o suo... Ogni tanto ci viene voglia e ci diciamo: sì, dai sposiamoci. E subito dopo: ma che ce sposiamo a fa’, stiamo tanto bene così...Ti confesso che questo tira e molla sul matrimonio, questa indecisione, mi piace un sacco. È molto, come dire? Stimolante. Ci fa sentire sempre innamorati”.

da «Confidenze» (Mondadori), 29 giugno 2005