Straniero chi legge

di Mariateresa Truncellito

«Azad» è in urdu, la lingua del Pakistan, «Lakhiru» in singalese e «Forum» in ucraino: sono tre giornali che potresti trovare in edicola accanto a «Confidenze», insieme a molte altre pubblicazioni mensili o settimanali destinate agli stranieri che vivono nelle nostre città. Sorpresa: oltre a fare notizia - purtroppo per lo più quando sono protagonisti di episodi di cronaca nera - gli extracomunitari leggono. E leggono parecchio: hanno bisogno di informazioni chiare, possibilmente nella loro lingua, per mettersi in regola con le leggi e la burocrazia italiana, per iscriversi al sistema sanitario, per rendere valida la loro patente, per pagare i contributi, per trovare casa o lavoro. Ma hanno anche voglia di restare in contatto con il loro Paese, di sapere cosa succede nella loro patria: esattamente come noi, quando siamo all'estero anche per una breve vacanza e cerchiamo un quotidiano italiano. Non solo: gli immigrati hanno bisogno di essere informati sulle loro comunità in Italia, sulle occasioni per incontrare connazionali, sui luoghi dove poter pregare o dove celebrare feste tradizionali e ricorrenze.

Informarsi per integrarsi. Un'esigenza di peso: ormai definire gli immigrati extracomunitari una “minoranza” non rende loro giustizia. Oggi sono il 5 per cento della popolazione italiana, cioè due milioni e mezzo di persone, e crescono di oltre il 15 per cento ogni anno. Sono giovani (oltre l'80 per cento ha fra i 18 e i 45 anni), rappresentano quasi il 7 per cento dei lavoratori, e tra loro ci sono molti imprenditori: sono già 164 mila le imprese registrate a nome di stranieri, di cui molte donne. In maggioranza sono diplomati o laureati, spendono molto per il telefono e sono ottimi clienti delle agenzie viaggi. Nonostante tutto ciò, per lungo tempo sono mancati giornali che si occupassero di loro. Finché nel 2000, a Roma, è nata la casa editrice Stranieri in Italia. Il primo passo è stato un sito (www.stranieriinitalia.it). Dove, oltre alle sezioni che spiegano le leggi italiane (anche quelle per noi banalissime, come fare la carta d'identità o il cambio di residenza, ma che non lo sono altrettanto per uno straniero), ci sono guide ai ristoranti etnici, l'elenco di ambasciate e consolati, link a giornali e radio on line dei paesi stranieri, annunci per chi cerca lavoro. Sull'onda del grande successo del portale (ogni mese vengono lette un milione e 700 mila pagine), sono nati i giornali.

Il primo è stato «Africa News» (o «Africa Nouvelles», nella versione francese), creato da Federica Gaida che oggi è il direttore di tutte le pubblicazioni: «Una sfida, stimolata dalla richiesta di inserzionisti pubblicitari africani, che desideravano un giornale etnico». È venuto così bene che oggi Stranieri in Italia pubblica 16 testate che, con una tiratura di 250 mila copie al mese, possono vantare la bellezza di mezzo milione di lettori. Tra i più grandi successi, «Gazeta Romaneasca»: nato come mensile, è diventato presto un settimanale che, oltre agli articoli sulla normativa dell'immigrazione e alle notizie sulla Romania, ha anche le parole crociate e l'oroscopo. Anche la rivista più giovane, «Bulgaria Express», è destinata agli immigrati dall'Europa dell'est. Nel mezzo ci sono testate come «Al Maghrebya», in arabo, «Ako Ay Pilipino», in tagalog, la lingua dei filippini, «Shqiptari I Italise», per gli albanesi. «I giornalisti provengono dagli stessi paesi dei lettori, non c'è neanche un italiano», spiega Federica Gaida. Ogni testata ha un responsabile che spesso è donna: come Analiza Bueno Magsino, filippina, da 11 anni in Italia, o come Agnieszka Bladowska, ex diplomatica, a capo di «Nasz Swiat», la pubblicazione per la comunità polacca. Del resto, quest'ultima, come quella filippina, è composta in gran parte da donne, soprattutto colf e badanti: perciò «Ako Ay Pilipino» dedica molto spazio ai temi che riguardano i bambini, mentre il mensile polacco pubblica storie di famiglie e ha una pagina dedicata ai problemi femminili e alle occasioni di svago e di divertimento “in rosa”. «Gli africani usano i loro giornali come un forum politico», racconta Gaida. «Scrivono moltissime lettere e fax, per dire la loro. E anche il fax di “Al Maghrebya”, il giornale musulmano, è sempre intasato, soprattutto di messaggi che segnalano casi di donne alle quali sono stati portati via i figli. La testata è una provocazione, perché significa “La magrebina”, ed è un giornale che va uomini, per di più molto maschilisti. La direttrice, Souad Sbai, che è anche la presidente dell'associazione dei marocchini, ha condotto molte battaglie in difesa di donne arabe che subiscono ingiustizie anche nei loro paesi. Lo stesso accade con il giornale pakistano, altra realtà dove vengono sistematicamente violati i diritti delle donne: le giornaliste sono diventate la loro voce».

Anche a Milano c'è chi crede fermamente che la creazione di una società multietnica dipenda anche dall'informazione, dalla possibilità di conoscere l'altro: la redazione di «Terre di mezzo», il primo giornale di strada italiano. Gli argomenti? Le “città nascoste”, cioè i luoghi dell'emarginazione e della solidarietà, il disagio sociale, l'immigrazione, la povertà, l'insicurezza nel mondo del lavoro, la cultura della convivenza. «Le terre di mezzo sono una metafora delle frontiere», spiega il direttore Carlo Giorgi. «Luoghi che stanno tra paesi e popolazioni diversi. Luoghi che possono dividere o fare paura, ma che possono anche essere crocevia di incontri, dove mettere in comunicazione saperi, culture, storie. Dove guardarsi in faccia e non avere più timore della diversità».

Il giornale ha appena compiuto il decimo anno di pubblicazione. «Il bilancio è positivo, e anche se le copie vendute sono più o meno le stesse, circa 5 mila, è cresciuto molto l'interesse per i temi non facili dell'integrazione», dice Giorgi. «Lo conferma proprio il fatto di aver vinto la scommessa, di essere ancora attivi. Non solo: la casa editrice si è allargata e pubblichiamo anche libri che vendono migliaia di copie». «Terre di mezzo» è uno strumento di informazione, ma anche un'occasione di lavoro per chi ha problemi di reddito e di inserimento sociale: persone senza dimora, immigrati, disoccupati. Sono loro che diffondono il giornale nelle strade di Milano, Roma, Genova, Trieste, Padova, Udine, Ancona e in molte altre città italiane, soprattutto del nord e del centro.

«Una parte del ricavato va direttamente al venditore», spiega Giorgi. «Nel caso del giornale, 95 centesimi su 2 euro e 10, mentre per il libri circa la metà del prezzo di copertina. In dieci anni abbiamo avuto 800 “strilloni” che con noi hanno avuto la possibilità di guadagnare qualcosa in un momento difficile della loro vita e, spesso, l'occasione per trovare un'occupazione più stabile e definitiva». Un lavoro da uomini: oggi gli strilloni di «Terre di mezzo» sono una cinquantina ma c'è una sola donna, a Roma. «Purtroppo non mancano gli episodi di intolleranza e di maleducazione», racconta Carlo Giorgi. «Qualche mese fa, proprio nella capitale un nostro venditore è stato accoltellato a una gamba: non era mai successa una cosa così grave e siamo sicuri che si è trattato di un fatto isolato. Infatti abbiamo ricevuto oltre 500 messaggi di solidarietà». Per fortuna sono molto più frequenti gli incontri felici: «Molti venditori hanno trovato tra le lettrici una fidanzata, una moglie. Conosco almeno due bambini che sono nati così!», continua Giorgi. «E poi ci sono tantissime famiglie, soprattutto in Senegal, che vivono grazie a Terre di mezzo».

Tra i libri di «Terre di mezzo» il best-seller è Il Pappamondo, un vademecum ai ristoranti etnici di Milano, Roma, Genova. Non a caso: il modo più semplice per conoscersi è sedersi a tavola. «L'integrazione non si fa con gesti clamorosi, ma con la quotidianità»: lo sostiene anche Antonio Monaco, a capo della casa editrice Sonda, di Casale Monferrato. «Abbiamo fondato la casa editrice nel 1988 con questo spirito: incoraggiare il cambiamento sociale attraverso l'educazione, l'informazione, i viaggi, il farsi beffe degli stereotipi e dei luoghi comuni. E anche attraverso il cibo». La collana Altricibi promuove affascinanti viaggi a tavola alla scoperta delle culture alimentari dei paesi stranieri, contro la standardizzazione dei fast food. La particolarità di questi libri, che è riduttivo definire di cucina, sta nel fatto che sono pieni di notizie e di curiosità sugli ingredienti e la storia dei piatti stessi. Le ricette poi sono corredate di tutte le informazioni e gli indirizzi per reperire gli ingredienti e gli utensili, anche più insoliti, nelle Botteghe del Mondo, favorendo il commercio equo e solidale. Antonio Monaco è ottimista: «Oggi c'è sempre più voglia di conoscere le altre culture: rispetto agli esordi, i nostri titoli vendono cinque volte tanto. E sono cresciute le competenze: alla fine degli anni Ottanta era difficilissimo trovare cuochi che fossero in grado di cucinare ricette esotiche. Poi cè stata una grande fioritura di ristoranti etnici di ogni parte del mondo, aperti da immigrati o da italiani ed è normale trovare chef capaci di scrivere testi originali, con indicazioni e dosi comprensibili per i lettori italiani. A ottobre uscirà una nuova edizione del nostro titolo più fortunato, «Le cucine del mondo», che ha venduto oltre 12 mila copie. E vorrei augurare altrettanto interesse per un libro in preparazione, un ricettario di cucina dell'Irak, scritto da un iracheno che vive a Cagliari». Ce lo auguriamo anche noi: la pace si può costruire anche a tavola.


da «Confidenze» (Mondadori), 2004