Omeopatia, ma quanto mi costi?

di Mariateresa Truncellito

Imprenditrice, libera professionista o commerciante. Tra i 33 e i 44 anni. Colta. Residente al nord-est o al centro. È il ritratto dell’italiano medio che si rivolge alla medicina omeopatica. Roba da ricche? Curarsi con l’omeopatia, in effetti, costa: viene praticata spesso privatamente e i “rimedi” sono a carico del paziente, anche se alcune mutue private, come la Casagit dei giornalisti o l’Enam degli insegnanti di scuole elementari e materne, li rimborsano almeno in parte. Non solo: l’omeopatia in Italia è più costosa che altrove. In Francia, in particolare, dove il popolarissimo Oscillococcinum costa 7,48 euro contro 14 euro da noi, secondo l’IMS/Nielsen. Ma lo si può trovare anche a 5 euro, se il farmacista d’oltralpe decide di fare più sconto alla clientela.

Nonostante ciò l’omeopatia è una scelta abituale per sette milioni e mezzo di italiani (il 14 per cento delle donne e il 10 per cento degli uomini): lo dice il Rapporto sull’omeopatia di Omeoindustria, l’associazione che raggruppa le imprese del settore. Solo nel Duemila i consumatori erano cinque milioni. Mentre un decennio fa coloro che si rivolgevano a medicine non convenzionali non meglio specificate erano appena un milione e mezzo. «Un tempo l’omeopatia era una medicina alternativa e, senza dubbio, una scelta d’elite», sottolinea Simonetta Bernardini, pediatra e presidente della Siomi, Societa’ italiana di omeopatia e medicina integrata (www.siomi.it). «Oggi invece un numero crescente di pazienti la richiede come medicina complementare, per poter disporre di due sistemi di cura. Le donne, più abituate alla prevenzione, sono in maggioranza. Ma sono in aumento anche gli uomini, che, invece, in genere sono malati sul serio e utilizzano molti farmaci, spesso per tutta la vita». Chi si rivolge al medico esperto in omeopatia spera di ammalarsi meno, ritenendo di poter potenziare il suo sistema immunitario, ma anche di poter fare a meno, o almeno di ridurre, il ricorso a farmaci chimici. Ci sono poi i delusi dall’approccio talvolta frettoloso del medico o dello specialista tradizionale. Continua Simonetta Bernardini: «Si critica la mancanza di ascolto: il paziente oggi vuole essere protagonista della propria salute e anche della propria malattia, perché nessuno la conosce meglio di lui».

Non solo raffreddore e allergie cutanee: all’omeopatia gli italiani si rivolgono anche per patologie più gravi. «Si va dall’omeopata per la stessa ragione per la quale ci si rivolge al medico tradizionale: perché si sta male. Io mi occupo di oncologia e spesso affronto anche casi molto impegnativi», racconta Paolo Campanella, medico omeopata unicista (l’approccio dell’omeopatia classica, che prevede un solo rimedio di cura personalizzato per il paziente, indipendentemente dai sintomi della malattia) con studio a Milano e Varese e titolare di una rubrica di risposte sull’argomento sul sito Kataweb. «Spesso arrivano da me persone che non stanno bene ma dinanzi alle quali il medico di base o lo specialista alza le spalle, perché, pur riconoscendo la loro sofferenza, non è in grado di dare un nome alla malattia. Poi ci sono persone che invece hanno patologie ben definite, ma che purtroppo le hanno tentate tutte, senza risultato: una mia paziente soffriva di cefalee quotidiane e prendeva 150 compresse di psicofarmaci al mese. Ha risolto i suoi problemi con un rimedio omeopatico».

Come la mettiamo con i costi? «L’omeopatia classica non è una medicina per pochi eletti», risponde Campanella. «Anzi. Certo: c’è il costo della visita. Ma un consulto omeopatico dura un’ora e mezza, anche due, perché ogni caso è unico e irripetibile. Anche la terapia deve essere individualizzata, basandosi, più che sui sintomi della malattia, che sono comuni, sulla persona, il suo stile di vita, il suo rapporto con gli altri. Con queste premesse non posso certo avere la fila di pazienti in attesa. Poi, per quanto riguarda la terapia, i rimedi unici, a differenza dei ‘cocktail’ omeopatici, costano pochissimo, da 8 a 15 euro al massimo. La gente non lo sa, c’è ancora molta disinformazione: lo confermano anche le domande sul sito Kataweb, dove chi scrive cerca per lo più un rimedio pronto uso, come se si trattasse di una medicina tradizionale. Credo che, comunque, una paziente che assume 2 mila compresse di psicofarmaci all’anno incida in modo molto pesante sulla spesa sanitaria, anche in termini di ore di lavoro perse. Se può curarsi con un rimedio omeopatico unico, eliminare i farmaci tradizionali o almeno ridurli, mi sembra che ci sia un risparmio notevole, anche per lo Stato. Anche in questo settore, però, ci sono grossi interessi: se io fossi un industriale farmaceutico non appoggerei l’omeopatia classica, perché senza dubbio non è molto redditizia».

I medici italiani che prescrivono i medicinali omeopatici sono circa diecimila. E le farmacie si sono attrezzate: i rimedi sono disponibili su domanda quasi ovunque e moltissime hanno uno scaffale apposito, per le richieste più frequenti. Anche informarsi è doveroso, visto che spesso per molte persone è proprio il consiglio del farmacista il primo incontro con l’omeopatia. E se, sempre secondo il Rapporto, l'88 per cento di chi ha utilizzato i rimedi dichiara di averne avuto dei benefici, è molto probabile che torni a richiederli. «Infatti», conferma Elisabetta Cerizza, direttore della farmacia Comunale 10 presso il Policlinico San Gerardo di Monza. «C’è la mamma che cerca qualcosa di alternativo per la colite del bambino o la donna in gravidanza che vorrebbe curarsi il raffreddore senza prendere un farmaco tradizionale perché ne teme gli effetti collaterali. Una preparazione di base, qualche corso di aggiornamento, sono indispensabili, perché le richieste sono frequenti». C’é chi si spaventa al momento del conto? «No. L’omeopatia è per lo più una scelta e la gente è preparata. I prezzi dei rimedi sono abbastanza stabili nel tempo e non riservano grosse sorprese. Direi che si lamenta molto di più chi ricorre alla medicina tradizionale».

Una minoranza nutrita, e per di più in crescita costante, quella del “popolo dei granuli”: gli italiani spendono 290 milioni di euro all’anno, 39 euro pro capite in media, contro 304 per i farmaci convenzionali. Scelgono l’omeopatia anche per i bambini (quasi il 10 per cento dei piccoli italiani fra i 3 e i 5 anni) e per curare il cane, il gatto o il canarino di casa. Senza lasciarsi scoraggiare né dalle polemiche sui prezzi, né dallo scetticismo che circonda il mondo della medicina omeopatica. Gran parte della comunita’ scientifica nutre dubbi sull’efficacia dell’omeopatia perché non c’è un metodo universalmente accettato per provare la validita’ terapeutica dei suoi rimedi. E la scorsa primavera il Comitato nazionale di bioetica ha espresso parere negativo sulla possibilita’ che le medicine non convenzionali vengano insegnate all’universita’, come propone Paolo Lucchese, deputato dell’Udc e relatore di un testo di legge che vorrebbe mettere ordine nel settore.

La situazione è abbastanza paradossale: lo Stato italiano non ritiene di ammettere l’omeopatia tra le cure rimborsabili dal servizio sanitario nazionale, ma ai cittadini è riconosciuto il diritto di detrarre dalle tasse le spese per visite e rimedi. Inoltre, se a livello nazionale le bocce sono ferme, non è così nelle istituzioni locali. Nonostante nel 2001 i Lea, i Livelli assistenziali di assistenza, abbiano escluso l’omeopatia dal rimborso delle prestazioni sanitarie, il 10 per cento delle strutture sanitarie pubbliche, tra Asl e ospedali, erogano ai cittadini visite e trattamenti a costi contenuti: esistono una cinquantina di ambulatori omeopatici, accessibili col pagamento di ticket, o privatamente, ma a prezzo fissato dalla struttura pubblica. In testa, la regione Toscana e la Campania con 12 strutture, seguite da Lombardia (8) e Lazio (6). Un esempio: l’ambulatorio di medicina omeopatica per le patologie del basso intestino presso l’Ospedale Sacco di Milano. «La struttura è attiva dal 2001», dice Salvatore Piraneo, il medico reponsabile. «E produce regolari rapporti sull’attività alla Regione. Il nostro protocollo prevdeva di occuparci della patologia addominale, malattie ano-rettali, e coliti specifiche e aspecifiche. In questo campo sono stati ottenuti risultati positivi, pur se su una casistica non enorme. La terapia omeopatica è riuscita a controllare la sintomatologia in tempi abbastanza brevi». Uno dei vantaggi dell’esercizio dell’omeopatia nelle strutture sanitarie pubbliche è che i casi sono seguiti come quelli trattati tradizionalmente, quindi le affermazioni sul successo o l'insuccesso della terapia sono documentabili.

Ma perché noi dobbiamo spendere di più dei nostri vicini francesi per le cure omeopatiche? «L’anomalia non è dell’Italia, ma della Francia», sostiene Luigi Manuppelli, presidente di Boiron Italia, principale produttore del settore, e segretario generale del Comitato internazionale dei farmacisti omeopati, Ciph. «Da noi il prezzo dei rimedi è nella media europea: l’Oscillococcinum costa 14 euro in Italia, 13,40 in Spagna, 13,86 in Svizzera. Lo Stodal sciroppo rispettivamente 7,70 euro, 6,40 e 8,78. Prezzi che in Francia scendono a 8,64 euro per l’Oscillococcinum e 6,30 per lo Stodal». Due prodotti che, in realta’, si trovano anche meno. Rifacciamo la domanda: perché? «Innanzitutto perché l’omeopatia è più diffusa e i costi di produzione e distribuzione sono perciò inferiori», continua Manuppelli. In Francia il fatturato dell’omeopatia è di 230 milioni di euro: una cifra che mette il Paese al primo posto mondiale, seguito da Germania, India, Brasile.

«I medicinali omeopatici sono nella farmacopea francese dal 1965. Da noi sono arrivati meno di un decennio fa. Oltre a una più lunga tradizione, in Francia le visite e buona parte dei medicinali omeopatici sono mutuabili. Lo Stato rimborsa il 35 per cento» e, ovviamente, vuole dire la sua sui prezzi massimi: «Infatti, sono bloccati dal 1988, quindi bassi e anomali rispetto al resto dell’Europa, dove invece i produttori decidono liberamente il prezzo di vendita».

Anche la Francia però non è il paradiso dell’omeopatia: a settembre l’Accademia di medicina ha chiesto al governo la sospensione del rimborso (che fino a gennaio arrivava addirittura al 65 per cento), negandole validita’ scientifica: per il momento, dopo un’accesa polemica sui giornali, la questione sembra rientrata, anche perché nel 2003 l’omeopatia è costata alla Francia 150 milioni di euro, meno dell’1 per cento della spesa totale per i rimborsi di medicinali.

C’è un’altra spiegazione per le differenze eclatanti di prezzo rispetto all’Italia: per i medicinali omeopatici non rimborsati dal Sisteme de sécurité social il prezzo è libero. Si tratta di prodotti in libera vendita, equivalenti ai nostri prodotti da banco. «Con una importante differenza: mentre il farmacista francese può applicare sconti al cliente, anche vendere il rimedio a prezzo di costo se crede, il farmacista italiano non può farlo, perché su tutti i prodotti da banco, dall’aspirina ai medicinali omeopatici, gli sconti sono vietati dalla legge», precisa Manuppelli. Che aggiunge: «Per chi ha la casa madre all’estero ci sono comunque i costi di importazione e di distribuzione che sono circa 10 volte più alti rispetto alla Francia. A parte l’Iva che in Italia è 5 volte più elevata».

Il confronto con altri Paesi europei ci vede perdenti anche sul piano dell’informazione e della formazione: in Germania, Gran Bretagna e Svizzera ci sono cattedre per l’omeopatia e l’universita’ di Boston ha inserito l’omeopatia nel tirocinio dei pediatri. «I medicinali omeopatici sono regolamentati da una direttiva europea, la 92/73, che è stata recepita dall’ordinamento italiano nel 1995», continua Luigi Manuppelli. «Ma restano delle imperfezioni, lacune che andrebbero colmate. I rimedi sono nella farmacopea come medicinali: molti prodotti fitoterapici, per esempio, sono venduti come integratori o, peggio, semplici prodotti alimentari. È evidente che il medicinale omeopatico deve essere consigliato da medici e farmacisti che lo conoscono e il modo migliore perché ciò avvenga è attraverso la formazione universitaria. Così, tra l’altro, ci sarebbe anche quella ricerca di base e clinica che viene spesso reclamata dal mondo accademico».

Non solo: l’Italia è ancora uno dei pochi paesi in Europa dove i medicinali omeopatici non possono avere indicazioni terapeutiche e eventuali controindicazioni. «Ormai tutti sanno che l’arnica alla 5^ si prende in una distorsione: perché non poterlo scrivere, precisando la posologia, come vorrebbe la direttiva europea? E pensare che negli Stati Uniti la Federal and Drug Administration ha accettato l'omeopatia proprio a condizione che sulle etichette fossero riportate l'indicazione terapeutica, la posologia e le avvertenze».


Numeri

7,5 milioni
gli italiani che si curano abitualmente con l’omeopatia. Erano 5 milioni nel Duemila
8 mila
i medici italiani che prescrivono medicinali omeopatici
35
le aziende italiane del settore
13 milioni
le confezioni di medicinali omeopatici vendute in un anno in Italia
70 milioni
gli europei che scelgono l’omeopatia. Nel mondo i consumatori sono 300 milioni
50 mila
i medici europei che la prescrivono. Un numero paragonabile agli specialisti in neurologia.

da «Anna» (Rcs Periodici), 21 dicembre 2004