La Squadra senza segreti
di Mariateresa Truncellito
Chi pensa che gli italiani, al cinema o alla tv, amino solo le “americanate”, deve ricredersi: tutte le settimane, da ben sei anni, oltre 3 milioni di spettatori seguono con partecipazione La Squadra, la prima fiction poliziesca tutta made in Italy. Le avventure degli agenti del commissariato Sant’Andrea di Napoli hanno messo d’accordo pubblico e critica: considerata tra le migliori serie poliziesche in assoluto, ha tra i suoi affezionatissimi fan anche fior di intellettuali..
Che sia diversa dagli altri telefilm lo capisci subito: se ti imbatti in una puntata facendo zapping col telecomando, può capitarti di pensare di essere finita nel mezzo di un telegiornale. Perché le immagini sono riprese con una tecnica serrata e realistica. E i poliziotti sono così “veri” da non sembrare attori: niente belloni super-palestrati che manca solo che volino e niente effetti speciali. Ma tante indagini intricate e credibili che, oltre ad appassionarci come nel più classico dei gialli, ci aiutano a comprendere la realtà nella quale viviamo. Perché ogni puntata della Squadra è il risultato di una riuscita miscela tra i casi, con riferimenti frequenti all’attualità - dalla mafia cinese al traffico di farmaci scaduti, dal disagio sociale all’immigrazione, dallo spaccio di droga alla pedofilia - e le vicende personali degli agenti di polizia, interpretati, tra gli altri, da Massimo Bonetti, Chiara Salerno, Massimo Wertmuller, Tony Sperandeo, Renato Carpentieri.
Ma che ne pensano i poliziotti veri? Si riconoscono nei loro doppi televisivi? E le indagini si svolgono proprio come ci vengono raccontate, con computer, intercettazioni telefoniche e tecnologie sofisticate? E ancora: quanto la vita privata influenza il lavoro di un agente? Le nostre donne poliziotto vivono emozioni forti come le attrici che le interpretano o, viceversa, sono tagliate fuori dalle azioni pericolose e passano le giornate tra le scartoffie in ufficio? Scommetto che anche tu sei curiosa di saperlo: per rispondere, ho fatto una piccola indagine, rivolgendomi al dipartimento di Pubblica sicurezza del Ministero degli interni. E così sono stata invitata al Viminale, a Roma, per vedere in anteprima un episodio della Squadra. In compagnia di Cristina Ascenzi, vicequestore e responsabile del nucleo operativo di Polizia delle telecomunicazioni, e di Giusi Buondonno, consulente editoriale di RaiFiction e supervisore delle sceneggiature. Risultato? Un interessante intreccio tra realtà e fantasia, che ci aiuta a capire perché le vicende della Squadra ci piacciono tanto.
Tutto parte dalla cronaca
La puntata è la numero 146, dove arriva un nuovo personaggio femminile: l’agente scelto Anna De Luca (interpretata da Anna Foglietta), un’esperta di cultura cinese che aiuta gli investigatori del Sant’Andrea impegnati contro la mafia orientale sempre piu’ intrecciata con la camorra napoletana. La sceneggiatura della puntata, un librone alto così, è sulla scrivania del vicequestore Cristina Ascenzi: scopro in questo modo che la Polizia di Stato collabora alla fiction. Ma come, con tutto quello che ha da fare? «Anche questo è un servizio ai cittadini», risponde il vicequestore. «La nostra attività consiste nel catturare i criminali, nel prevenire i crimini e nel produrre sicurezza. Anche spiegando il nostro lavoro: La Squadra ci aiuta a far capire alla gente chi siamo e che cosa facciamo. Perciò abbiamo accettato di supervisionare gli episodi, perché siano più aderenti alla realtà».
Aggiunge Giusi Buondonno: «I tempi di lavorazione sono velocissimi, poche settimane. Lo spunto è un fatto di cronaca. Poi ci documentiamo, in archivio e contattando enti, associazioni, ambasciate. Per esempio, in questa puntata c’è la scena del funerale del figlio di un boss: ci siamo rivolti alla comunità cinese di Roma per conoscere le tradizioni, i riti, gli addobbi utilizzati per la camera mortuaria. Alla Polizia invece chiediamo da dove comincerebbero l’indagine, quando interviene il magistrato, come si svolge un blitz, se entrerebbero dalle finestre o dalla porta, e così via». La consulenza continua quando la storia è pronta. «Guardi qui»: Cristina Ascenzi mi fa notare i post-it, i “giallini” infilati nella sceneggiatura: «Vengono corretti i nomi di uffici e dipartimenti e le procedure, se non sono esatti. O le scene d’azione troppo esagerate, che non corrispondono alla realtà». Non solo: il severo poliziotto-revisore ha sottolineato una parolaccia, detta da un agente durante una discussione concitata. Giusi Buondonno ride: non è molto d’accordo sulla censura, perché toglie mordente al personaggio e alla situazione (e alzi la mano chi si scandalizza se a un coraggioso poliziotto scappa una parolaccia!). Sono curiosa di vedere l’episodio in Tv, per vedere chi, alla fine, l’ha spuntata...
Non sempre c'è un lieto fine
Sullo schermo scorrono le immagini della fiction: gli agenti sono davanti a un computer, impegnati a localizzare un cellulare.«Oggi è davvero routine», commenta il vicequestore Cristina Ascenzi. «Solo dieci anni fa si usava in casi eccezionali, per indagini di grossa portata, perché occorreva attivare una procedura complicatissima: abbiamo catturato così il boss Felice Maniero, ma per intercettare il suo cellulare trascorremmo tre notti negli uffici della Tim». Il realismo rende La Squadra particolare rispetto ad altri telefilm anche sotto un altro aspetto: «La mancanza del lieto fine a tutti i costi», sottolinea Giusi Buondonno. «I casi di cronaca spesso finiscono male. E anche i nostri poliziotti non vincono sempre, anche se fanno tutto ciò che possono e al meglio. Gli spettatori provano la loro stessa amarezza». Interviene Cristina Ascenzi: «Mi ha sempre colpito la veridicità dei personaggi, particolareggiati nel carattere e nei fatti della vita che lo influenzano». Nella puntata vediamo un commissario che cerca di studiare la cultura cinese, perché pensa che l’integrazione passi anche attraverso la conoscenza; un altro invece ritiene che gli immigrati orientali siano solo dei criminali. «Queste differenze di pareri esistono anche tra i poliziotti veri», sottolinea il vicequestore. «Ferma restando la condanna del crimine, durante le indagini c’è chi è più rigido e chi è più possibilista. È inevitabile portare nel lavoro tutte le nostre risorse, personalità compresa. Mi piace molto anche il riconoscimento di debolezze che fanno parte della natura umana: i poliziotti sono uomini e donne con le loro simpatie e antipatie, con alti e bassi d’umore, con momenti di rabbia e di stanchezza».
Donne al comando
Il nuovo elemento della Squadra, la giovane Anna, diventa subito insostituibile. Spesso nella fiction le donne comandano i colleghi e sono protagoniste di azioni molto pericolose. Vale anche per le poliziotte vere? «La Polizia ha ammesso le donne dalla metà degli anni Ottanta, quando sono entrata io», racconta Cristina Ascenzi. «Un tempo troppo breve per cambiare una mentalità». Le donne però oggi sono già il 13 per cento del totale, gestiscono squadre volanti, fanno indagini anche sotto copertura nell’antidroga, partecipano ad azioni rischiose e vincono più dei colleghi i concorsi per i ruoli direttivi. «Ai vertici però sono ancora poche. Purtroppo famiglia e carriera sono inconciliabili», continua Ascenzi. «L’ho vissuto sulla mia pelle: dopo anni di attività investigativa, quando sono rimasta incinta di mia figlia ero portavoce del capo della polizia. Ho dovuto rinunciare: i tempi del lavoro non si adattavano a quelli di una neonata. Allo stesso modo, il lavoro molto coinvolgente e la mancanza di orari regolari interferiscono in modo pesante sulla vita di coppia».
Non a caso, Anna nella fiction ha una relazione con un medico, una professione altrettanto sballata dal punto di vista degli orari e dell’impegno. «E, come si vede nella Squadra, sono frequenti le storie d’amore tra colleghi. Io stessa ho un marito ispettore», aggiunge Cristina Ascenzi. Ma come va sul fronte professionale? Gli uomini accettano di prendere ordini da una donna, magari più giovane? «Non ho mai avuto problemi e i colleghi più anziani sono proprio i più rispettosi. Ho dovuto però cedere a qualche compromesso», ammette il vicequestore. «Per sentirmi più forte e farmi accettare, io che ero timidissima e per niente aggressiva, cercavo di comportarmi da uomo, copiandone gli atteggiamenti deteriori: convinta di darmi un tono, ho cominciato a fumare, a dire parolacce. Oggi non lo farei più». Ma quali doti sono necessarie per una ragazza che voglia entrare nella Polizia? «Equilibrio e senso di responsabilità», risponde il vicequestore. «E anche cultura: ci sono figure professionali molto diverse, che richiedono conoscenze specifiche, dall’informatica alla psicologia. Ma oggi abbiamo anche una percentuale impressionante di laureati tra gli agenti, un ruolo per il quale è sufficiente la terza media. In ogni caso, oltre alla possibilità di accedere a concorsi interni, una buona preparazione è utilissima nei rapporti con i cittadini». Mi resta un’ultima curiosità: come si rilassa un vicequestore di Polizia? «Non certo guardando film d’azione o fiction poliziesche! Mi sembrerebbe di essere ancora al commissariato, di portarmi il lavoro in salotto... In compenso, mi piace molto leggere gialli, noir e thriller psicologici. Forse perché non riesco mai a indovinare chi è l’assassino. Insisto, e prima o poi spero di farcela». Ma come: non aveva detto che non voleva portarsi il lavoro a casa?
Un killer, una ragazzina cinese ed è mistero
La Squadra, in onda al giovedì sera su Raitre, è una coproduzione RaiFiction, Grundy Production e Centro di produzione Rai di Napoli. Gli autori sono Marco Cristiani e Donatella Diamante, affiancati da una squadra di 25 sceneggiatori e 20 registi. Gli attori, tra protagonisti e guest star, sono 475 gli attori e ben 17 mila le comparse. Nell’episodio 146 una telefonata avverte il Sant’Andrea che un uomo giace sul marciapiede, non lontano dal commissariato. Si tratta di un avvocato civilista, ucciso da un arma da fuoco. Nello stesso momento una giovane donna sta cenando col marito in un ristorante cinese. Liwei, la ragazzina figlia del proprietario, insieme al conto le porge un bigliettino dove le chiede di incontrarla. Strane coincidenze portano gli uomini della Squadra in un mondo sconosciuto, dove riti e vendette sono le regole di un rebus da decifrare. Li aiuta un’ispettrice esperta della cultura cinese, Anna, che diventerà un elemento importante del commissariato Sant’Andrea.
da «Confidenze» (Mondadori), 13 aprile 2005
