Piangere, che gioia!

di Mariateresa Truncellito

La tv è una valle di lacrime. È abbonata ai lucciconi Mara Venier e piange come un vitello Giucas Casella quando azzecca il numero che completa la cinquina del telespettatore. Singhiozzano i reclusi nella casa del Grande Fratello quando qualcuno riacquista la libertà. Piangono travolti dalla commozione Maradona e Sofia Loren, e piange pure l’ospite Maria DeFilippi. Piangono perdenti e vincitori di «Operazione Trionfo», mamme e papà soddisfatti e delusi e non trattiene le lacrime il tenero Miguel Bosé. Monica Lewinsky è fuggita in lacrime dallo studio di Porta a Porta in occasione della sua intervista mancata. Le lacrime, insieme con costume, scettro e corona, sono la dotazione obbligatoria di Miss Italia. Ed è stato un pianto greco la caccia alle Veline: alla finale ha singhiozzato Elisabetta Liberale, impietosamente esclusa dalla giuria, e Gabriella Capizzi, che invece di partecipare al grande abbraccio delle vincenti, è tracimata in un pianto a dirotto per «l’ingiusto ripescaggio» di Giorgia Palmas (che invece rideva). Fa i capricci Naomi Campbell con l’amica Donatella Versace, ma poi si pente e piange. Naturalmente durante una affollata conferenza stampa. Piange l’algida Gwyneth Paltrow regina nella notte degli Oscar 1999. Piange Deborah Compagnoni quando dichiara ufficialmente il suo ritiro dall’attività agonistica.

Ma la moda del pianto pubblico non dilaga solo tra nani e ballerine. E, per una volta, non è un’esclusiva italiana. Ricordate l’ex presidente americano Bill Clinton? Bé, nei sondaggi la sua popolarità cresceva ogni volta che si mostrava alle telecamere con gli occhi lucidi. Ha imparato la lezione il macho inflessibile George W. Bush: nel dire alle telecamere di considerare l’atto terroristico delle Torri Gemelle «la prima guerra del ventunesimo secolo» è apparso per un attimo con le lacrime agli occhi, offrendo una scena che secondo la Cnn Italia «ha pochi precedenti per un presidente americano».

Persino la regina d’Inghilterra, sovrana di un Paese dove il self-control è una scelta di vita, lo scorso novembre si è lasciata sfuggire una lacrima durante una messa in ricordo dei caduti delle due guerre. E anche una first lady tutta d’un pezzo come Cherie Blair che si scioglie in lacrime davanti alle telecamere mentre legge una dichiarazione per chiarire lo scandalo degli appartamenti acquistati (per il figlio Euan) con un forte sconto e la mediazione di un pluripregiudicato. Dall’altra parte della Manica, secondo alcuni osservatori francesi Leonard Jospin avrebbe perso le elezioni anche per colpa dei suoi occhi troppo asciutti. «Ammettere di sentirsi commossi non è più un segno di debolezza, anzi», commenta lo psichiatra Patrick Lemoine, autore del libro Le sexe des larmes (Il sesso delle lacrime). «Oggi, per avere successo, bisogna essere capaci di mostrare le proprie emozioni». E gli fa eco il filosofo e conterraneo Michel Lacroix: «Da ormai tre decenni stiamo assistendo a una grande riabilitazione della vita emotiva». In parole povere, se ci viene da piangere, anziché vergognarci, dobbiamo andare fieri di noi stessi.

Un linguaggio universale

Un fenomeno immediatamente registrato dalla pubblicità, pronta a fiutare ogni cambiamento che possa far vendere. E così assistiamo alle reazioni disperate di uomini e donne appena rientrati da una crociera da sogno e avviliti drammaticamente dalla banalità quotidiana. Fuori i fazzoletti, dunque. Piangere è trendy. E anche la moda si adegua: le top in passerella sfoggiano trucchi teatrali con lacrime disegnate sulle guance, a mo’ di moderni Pierrot. Del resto, qualche motivo per piangere ce l’abbiamo tutti.

Fuori i fazzoletti, dunque. Le lacrime sono il nostro primo linguaggio: il bebè piange appena arriva nel mondo e impara a sorridere mesi dopo. Molto più tempo ci vuole per la parola. Per questo, si tratta di un linguaggio universale, compreso in qualunque epoca e ovunque, e più forte di qualsiasi altro nel comunicare le nostre emozioni. Per quanto ne sappiamo, solo gli esseri umani piangono di commozione: per il grande antropologo Desmond Morris, studioso per eccellenza di noi “scimmie nude” i cuccioli degli animali non si servono delle lacrime per richiamare l’attenzione della madre perché sulla loro pelliccia sarebbero... invisibili e quindi inutili. La natura le avrebbe perciò “selezionate” solo per gli implumi cuccioli d’uomo.

Noi adulti, secondo Tom Lutz, autore della Storia delle lacrime,in media piangiamo tre o quattro volte al mese, per cinque minuti. Le donne lo fanno cinque volte più degli uomini. Quali ragioni fanno aprire le cataratte? Molte e persino contraddittorie: si può piangere assistendo a un evento, ma anche sull’onda di un ricordo. Si piange per dolore (fisico o psicologico, come la fine di un amore, la perdita di una persona cara), fame, collera, tensione, pentimento, paura, senso di impotenza, fatica, commozione sincera o dovere sociale (nell’Ottocento gli orfanotrofi si mantenevano anche mandando i bimbi a piangere, a pagamento, ai funerali). Un atleta piange tanto quando perde che quando vince. Perché si può piangere anche di gioia, di felicità. Si può persino piangere dal ridere.

Qualunque sia il motivo che le scatena, per la psichiatria le lacrime, specialmente pubbliche, hanno sempre lo stesso scopo: dimostrano che stiamo abbassando le difese e quindi servono a inibire l’aggressività altrui e provocare compassione. Anche se non sempre funziona: studiando i rapporti della polizia, i sociologi americani Sarah Ullman e Raymond Knight hanno notato che gli stupratori diventano più violenti se le vittime piangono.

Lacrime nude

«In ogni caso, nessun altra forma di linguaggio umano, la parola, lo sguardo, la mimica facciale, il gesto, la postura, è così potente e così capace di suscitare una risposta», sottolinea Donatella Marazziti, psichiatra dell’Università di Pisa. «Si può ignorare uno sguardo o il sorriso di uno sconosciuto. Ma è quasi impossibile restare indifferenti di fronte a una persona che piange».

Se non c’è partecipazione, la sensazione più comune è l’imbarazzo: al punto che la frase che di solito diciamo a una persona in lacrime è «Dai, non piangere. Anche se sappiamo perfettamente che smettere di piangere non risolve certo il problema che ha provocato quella reazione scomposta. Perché siamo così a disagio? «Le lacrime disarmano proprio perché non possono essere ignorate», continua Marazziti. «Chi ci sta di fronte si mostra per ciò che è, nella sua fragilità. Un imbarazzo simile a quello che può provocarci una persona nuda. Le lacrime dell’adulto, in fondo, sono identiche a quelle del neonato: richiamano, con grande efficacia, l’attenzione di qualcuno, perché ci si prenda cura di lui».

Ma allora, considerarle un segno di debolezza non è così sbagliato... «Non sono d’accordo», risponde la psichiatra. «Le lacrime hanno assunto un significato diverso a seconda delle epoche storiche e delle culture». In effetti, tra i popoli del Mediterraneo c’è una lunga tradizione di pianto il più possibile rumoroso e manifestato e chi non piangeva veniva guardato con sospetto. «In ogni caso, il pianto fa parte della nostra biologia, delle nostre funzioni corporee e quindi non c’è nessuna ragione, se non appunto culturale, per reprimerlo. Tanto è vero che i malati di depressione spesso lamentano il fatto di non riuscire a piangere, a sfogare le loro sofferenze. Non piangere è patologico».

Quindi non è sbagliato dire all’amica lasciata dal fidanzato «Fatti un bel pianto»... «No, perché piangere ha veramente un effetto liberatorio: in senso fisico, perché attenua la tensione, calma, porta a un rilassamento muscolare, e quindi anche in senso psicologico, perché si è riusciti comunque a trovare una via di sfogo». Paradossalmente, piangere può essere anche un piacere. Basta pensare alle adolescenti che sono tornate a rivedere 6, 7 volte il film Titanic, per poter piangere ogni volta alla morte del bel Leonardo Di Caprio...

Anche le lacrime mentono

Comunque sia, in un’epoca non troppo lontana non si piangeva in pubblico: per pudore, per non mostrarsi deboli, per non mettere in imbarazzo gli altri. La tivù, con la sua esibizione continua di persone comuni e personaggi piangenti ha mandato a gambe all’aria anche questo tabù. Dopo aver tolto al corpo ogni velo, tocca all’anima a mostrarsi nuda. Più semplicemente, sincere o false che siano, le lacrime sono un effetto speciale a bassissimo costo e di sicuro risultato: richiamano immediatamente l’attenzione dello spettatore che si commuove a sua volta, si indigna, si irrita o, nel peggiore dei casi, viene morbosamente incuriosito dalla sofferenza altrui. E l’audience sale.

Ma, alla lunga, l’inflazione di lacrime non diminuisce il loro potere di sedurci? «Il pubblico che segue la "tv del dolore" va in cerca di emozioni», spiega Anna Oliverio Ferraris, psicologa dell’età evolutiva e autrice del libro La forza d’animo. «È quindi pronto a lasciarsi commuovere. Nello stesso tempo, però, è confortante sapere che quella disgrazia o causa di sofferenza riguarda un altro, molto lontano da noi fisicamente. Le emozioni più profonde diventano fiction. Lo schermo elimina l’imbarazzo ed essere spettatori del pianto altrui diventa un’esperienza piacevole: ci si fa coinvolgere ma, nello stesso tempo se ne resta fuori. C’è molto voyerismo in ciò. E spesso anche un po' di sadismo».

Tuttavia, il vecchio adagio che impediva alle nonne di raccontare in giro le loro disgrazie perché «gli altri sono felici della tua sofferenza», sembra del tutto sorpassato. Sono sempre più numerose le persone disposte ad andare in televisione a piangere parlando dei loro drammi personali. «Si fa un gran parlare di privacy, ma ce n’è sempre meno», sottolinea Oliverio Ferraris. «Una volta corrispondeva al riserbo, al non volersi dare in pasto alla gente proprio perché ambivalente: da un lato gli altri ci compatiscono, ma dall’altro ci giudicano. Tenere per sè le esperienze più intime serve all’equilibrio mentale». Ma, a un certo punto, raccontare i fatti propri (o magari inventarseli) è diventata una strada per la celebrità, per andare in scena, trasformarsi da persone in personaggi. «È l’ansia di protagonismo televisivo che spinge a denudare l’anima, le proprie emozioni». E se le emozioni sono accompagnate dalle lacrime, si risulta più simpatici, più popolari. Si fa più audience. Conclusione: la suggestiva frase di Samuel Beckett, «Le mie parole sono le mie lacrime» è sempre valida. Ma anche dagli occhi, come dalle labbra, possono uscire menzogne.


La tv del dolore

Far ridere è sempre più difficile. E, allora, facciamo piangere: nel 1994, il cinema ha consumato la sua vendetta verso la tv dei casi umani. Pedro Almodovar in Kika ha dato vita al personaggio di Andrea (Victoria Abril), la conduttrice di un programma-spazzatura dedicato a storie atroci. Mentre Carlo Verdone è il cinico presentatore umiliato in diretta da una giovane disabile (Asia Argento) in Perdiamoci di vista. Ma l’esposizione televisiva dei drammi privati, innaffiati dalle lacrime dei protagonisti, comincia tanto tempo prima.

Nel lontano 1962 la Rai mise in onda Cronaca drammatica, una programma con un breve sceneggiato su un problema familiare commentato dagli spettatori che citavano anche casi personali. Il vero pioniere della tv dei “fatti vostri” è stato però Maurizio Costanzo: nel 1976 conduce il talkshow all’americana Bontà loro. Aldo Grasso lo definisce «il prototipo di ogni futuro discorso televisivo: il bisogno di confessarsi», poi consacrato nel Maurizio Costanzo Show.

Nel 1988 Enza Sampò guida il quotidiano televisivo Io confesso: persone anonime, con la voce contraffatta, dietro a un vetro smerigliato raccontano le loro storie, spesso terribili. L’alluvione lacrimosa si scatena negli anni Novanta, su tutte le reti: i panni sporchi si lavano in diretta. Ma si piange anche quando ci si ritrova dopo tanti anni: l’antenato è Portobello di Enzo Tortora, presto surcalssato dagli emigranti argentini di Raffaella Carrà, vera “signora delle lacrime” nella sua Carràmba, dove, democraticamente, piangono sconosciuti e vip.

Altro cerimoniere della lacrima è Michele Guardì, dal 1990 inossidabile “sindaco” della piazza Italia dei Fatti vostri, gestita via via da Fabrizio Frizzi, Giancarlo Magalli, Castagna, Massimo Giletti che ascoltano, partecipi e comprensivi, le storie disgraziate. E via con Stranamore di Castagna, Perdonami di Davide Mengacci, il Sabato italiano di Elisabetta Gardini, C’eravamo tanto amati di Luca Barbareschi, Harem di Catherine Spaak, Al posto tuo di Alda d’Eusanio su Raidue. Ultima, ma solo in ordine di tempo e non certo per quantità di lacrime versate, Maria De Filippi e il suo C’è posta per te.

Quanti pianti nella storia!

Nonostante il pianto sia una peculiarità dell’essere umano, ne sappiamo ancora poco. «Conosciamo alcuni processi fisiologici, le ghiandole, i dotti lacrimali, le funzioni cerebrali e l’attività ormonale coinvolta», dice Tom Lutz, docente di letteratura inglese all’università dello Iowa, nella sua interessante Storia delle lacrime (Feltrinelli). «Ma ciò che sappiamo sul pianto proviene soprattutto dalle innumerevoli rappresentazioni poetiche, letterarie, pittoriche, religiose, teatrali e cinematografiche della tendenza umana a versare lacrime».

In tutta la storia si ritrovano lacrime che fanno onore al genere umano e altre che lo infangano. È questo uno dei temi immortali della storia del pianto, che si trova nelle favole antiche, nei trattati dei monaci medievali, nella cultura di corte e nei film di oggi. L’intensità e la frequenza delle lacrime variano a seconda della cultura e del tempo. Certi popoli, come quelli anglossassoni, disapprovano il pianto, altri, come quelli mediterranei, lo esigono.

Il poeta latino Ovidio individua la capacità seduttiva del pianto: «Con le lacrime infrangerai il diamante», e suggerisce alle donne che non hanno la lacrima facile di imparare a fingere. Ma nell’antichità ci si lasciava andare al pianto senza che ciò inficiasse la virilità: Achille piange l’amico Patroclo, Ulisse la perdita di Itaca. Nel medioevo, Carlomagno singhiozza per Rolando, morto a Roncisvalle. Anche il Vangelo esalta le lacrime, segno di fede: la Maddalena pentita bagna col suo pianto i piedi di Gesù. Lui stesso piange la morte dell’amico Lazzaro. Il Muro del Pianto è per gli ebrei uno dei massimi luoghi di culto e i sufi piangenti sono una particolare categoria di fedeli musulmani in pellegrinaggio alla Mecca. Ma nel Settecento, anche i razionali illuministi incoraggiavano le emozioni: l’uomo che sa piangere non è “lupo” per gli altri uomini. Le lacrime raggiungono la massima gloria durante il Romanticismo, all’inzio dell’Ottocento. Al punto che, secondo la storica francese Anne Vincent-Buffault, nella seconda metà del secolo c’è una reazione al dilagare della svenevolezza: le lacrime sono riservare al popolino e nella buona società di Parigi si arriva a vietare alle donne l’ingresso al cimitero per la loro incapacità di contenersi.

Roba da donne? Mica sempre

Che il pianto sia roba da “femminucce” è una convinzione che si è affermata in Occidente tra il IX e il XX secolo: la nuova virilità seguita alla Rivoluzione industriale e all’affermazione di nuove figure maschili (l’imprenditore, l’amministratore, il professionista, il finanziere) incoraggia gli uomini a tenere a freno le loro emozioni o a esternarle con l’azione. Gli uomini, però, continuano a piangere nella letteratura, nel teatro e, più avanti, nei film. E in alcune culture: in Montenegro, per esempio, dove ai funerali, la buona educazione vuole che siano proprio gli uomini a lasciarsi andare di più al pianto. Viceversa, negli anni Sessanta la first lady Jackie Kennedy fu considerata un’eroina per non aver pianto al funerale del marito: un comportamento che, in altre epoche e Paesi, sarebbe stato letto come indice di scarsa femminilità o, peggio, mancanza di sensibilità. Oggi le cose stanno di nuovo cambiando: gli uomini hanno sempre meno vergogna di mostrare i loro sentimenti e di lasciarsi andare al pianto. Anche se, secondo alcuni studi, il testosterone, l’ormone maschile per eccellenza, ha la capacità di smorzare le emozioni e quindi di inibire le lacrime.

In un’indagine condotta nel 2000 dall’associazione Help me su 400 uomini dai 25 ai 45 anni, ben il 23 per cento ammetteva di piangere almeno una volta alla settimana davanti alla tv, il 13 per cento al cinema e il 22 per cento a causa della sconfitta della propria squadra. Ancora, secondo un recente studio della facoltà di Psicologia di Tilburg, Olanda, nella hit parade dei piagnoni d’Europa il primo posto spetta all’uomo italiano, seguito dal belga e dall’americano. Tra le donne, vince la belga, con quattro pianti di media al mese. Noi italiane siamo “solo” quinte (su 30 nazioni esaminate). I motivi del pianto: liti e incomprensioni per le donne, fine di una relazione amorosa o lavorativa, commozione di fronte alla sofferenza altrui per gli uomini.

«La frontiera tra i sessi è sempre più sfumata», constata lo psichiatra lionese Patrick Lemoine, autore del libro Le sexe des larmes (Il sesso delle lacrime. Perché le donne piangono di più e meglio degli uomini?, Laffont ed.). «E anche la distinzione tra ciò che è indice di femminilità e ciò che invece ha a che fare con la mascolinità non è più nettamente delimitata. Perciò anche gli uomini piangono senza ritegno». Certo: i condizionamenti culturali sono ancora forti e c’è ancora chi afferma che un uomo non piange per un nonnulla. E gli uomini, più o meno consciamente, tendono ancora a reprimere le loro emozioni e ad ammettere il pianto solo di fronte alla morte, alla sofferenza altrui o a un evento eccezionale, come la nascita di un figlio.

Spesso le lacrime maschili celebrano un trionfo sportivo: ma in questo caso, anziché indice di debolezza, sottolineano proprio il trionfo di atleti che si sono imposti sugli altri grazie alla loro forza. «Tradizionalmente le donne sono introspettive, dedite all’ascolto delle loro emozioni. Mentre gli uomini sono portati per l’azione», continua Lemoine. «Piangere è l’opposto di agire. Se non altro perché fa perdere tempo». Infatti, per definizione, si piange quando ci si sente impotenti, quando ormai non si ha altro che “occhi per piangere”. E gli uomini, si sa, non ammettono l’impotenza a cuor leggero...

Occhi sani con le lacrime

Le lacrime sono prodotte di continuo dalla ghiandola lacrimale sopra l’occhio. Servono per lubrificare la cornea, favorire lo scorrimento delle palpebre ed evitare che l’occhio si secchi. Il liquido viene poi eliminato attraverso il condotto naso-lacrimale. Durante il pianto la produzione di lacrime è tale che questo condotto non ce la fa a smaltirle: così escono dagli occhi e ci si deve anche soffiare il naso. Le ghiandole lacrimali sono stimolate dal sistema nervoso simpatico e parasimpatico: una forte emozione, un dolore, una gioia, una risata inducono le ghiandole a secernere più liquido. Ma può succedere anche per effetto di una fragorosa risata. Le emozioni primordiali hanno degli schemi espressivi identici: è il cervello che ce le fa distinguere l’una dall’altra, è la consapevolezza di ciò che si sta provando che dà una valenza diversa al sintomo fisico, cioè le lacrime. Tuttavia la dacriologia, la scienza che studia il sistema lacrimale, ha scoperto che le lacrime prodotte in seguito a un’emozione non sono uguali a quelle che ci vengono quando affettiamo una cipolla. Queste ultime sono semplice acqua, le prime contengono una proteina, la catecolammina. Con il passare degli anni si piange meno: non solo perché la vita ci rende più duri, ma perché la produzione fisiologica delle lacrime si riduce del 40 per cento dopo i 65 anni e del 70 per cento dopo gli 80.

Cosa ne pensa il galateo

Sgombriamo subito il capo da un equivoco: «Il galateo non è contrario alle lacrime, né per le donne né per gli uomini», dice Barbara Ronchi Della Rocca, esperta di bon ton e autrice del libro Questioni di stile. Ma questo non vuol dire però che si possa dare sempre e comunque libero sfogo al pianto. «Altro che andare sotto i riflettori: una volta il self-control, il riserbo, il non lamentarsi mai era un punto focale delle buone maniere».

Piuttosto che risultare sgradevoli per gli altri, si rinunciava persino a uscire di casa. «Questo forse era un po’ eccessivo. Però, anche oggi, la persona educata è, semplicemente, quella che non mette in imbarazzo gli altri. Quindi le lacrime, soprattutto ostentate, non fanno parte delle buone maniere quando sono causa di imbarazzo per chi ci circonda. A parte certi conduttori televisivi che sembrano avere una moquette sullo stomaco, normalmente di fronte a qualcuno che piange ci sentiamo partecipi, spiazzati. Ecco perché bisogna evitare di imporre i nostri stati d’animo, di esasperarli, di sventolare le nostre emozioni più intime sotto il naso di tutti».

Spesso, ai funerali, c’è gente che si nasconde dietro a un paio di occhiali da sole. È corretto o è un vezzo poco educato? «Io sono fermamente contraria agli occhiali scuri nei luoghi chiusi. Ma in chiesa li accetto», risponde Ronchi Della Rocca. «Perché li considero la versione terzo millennio dei veli da vedova di una volta. Da un lato c’era un po’ di vanità, il non voler far vedere il volto sfatto dal pianto. Ma dall’altro c’era anche il pudore della propria sofferenza. Ben vengano dunque gli occhiali da sole ai funerali se si indossano non per moda, ma per non ostentare il dolore, per aumentare la nostra capacità di raccoglimento. Purtroppo la gente in chiesa spesso si mostra incapace non solo di pregare, ma di stare semplicemente in silenzio. Per questo, personalmente sono contraria anche all’ultimo applauso, che dovrebbe essere riservato solo ai grandi dello spettacolo».


da «Bella» (Edit), 16 marzo 2003